Talvolta si pensa che la letteratura abbia il compito di fornire risposte a degli interrogativi. Ci si aspetta che faccia chiarezza tra i temi più ostici e complessi della nostra società e del nostro essere umani. Almeno, per me è stato così per gran parte della mia esistenza. Quando aprivo un libro, richiedevo un ordine, una struttura e, possibilmente, un lieto fine. Poi si cresce, si ampliano i gusti e arrivano libri che, più che fornire risposte, aprono sempre maggiori dilemmi. È il caso di Il pavone volante di Yamao Yūko, un romanzo surreale e caotico, in cui capire il senso di ciò che accade non è il fine ultimo.
Il romanzo è diviso in due sezioni – Il pavone volante e Sull'incombustibilità – nelle quali si affacciano diversi personaggi e si affastellano luoghi incomprensibili. Potrebbe essere ambientato in un Giappone inesistente, futuristico forse, sicuramente illogico, dove si è verificato un incidente che sembra non avere una spiegazione: il fuoco non esiste quasi più, le fiamme non si accendono facilmente e ottenere una fonte di calore naturale sembra un'impresa indegna. Cosa sia accaduto rimane un interrogativo misterioso e pare che l'obiettivo di Yamao Yūko non sia quello di svelare l'arcano. Inoltre, nemmeno i personaggi assumono l'importanza che normalmente hanno nei romanzi. Qui non contano neanche i nomi, che spesso si riducono a semplici lettere: «Si chiamava Kae. O Tae. O forse Nae. Q, questo, proprio non riusciva a ricordarlo, pur avendola sposata da poco» (p. 146).
In Il pavone volante non ci si affeziona a nessuno. Un personaggio va e viene, si confonde con qualcun altro, assume forme diverse e non è mai uguale a sé. Perciò, tenere traccia delle caratteristiche di Q, Mitsu, Toe – nomi senza rilevanza – sarebbe un'operazione ingrata e inutile. Ugualmente, cercare di capire dove si svolgano le vicende, anzi, quali siano le vicende, non è dirimente. Tutto è illusorio, metamorfico e ambiguo. Proprio per questo, inserire questo romanzo nel genere fantastico non è totalmente esatto, visto che non rispetta tutti i canoni di uno delle tipologie letterarie più rigide e strutturate. È, piuttosto, un romanzo a sé, senza genere né regole.
Simile a una nebulosa, la volta celeste si era trasformata in un vortice multicolore che ruotava lentamente e che, seppure a fatica, Tae riconobbe come un'illusione ottica. (p. 110)
Certo, non è quel che di più leggero e piacevole si possa trovare in circolazione. Per leggere Il pavone volante occorre un'attenzione massima, e anche in tal caso si cade in tranelli e vertigini che risucchiano e disintegrano la lucidità del lettore. Allora a che serve leggere qualcosa di cui si rischia di comprendere una parte esigua? Ci si ritrova a chiederselo a più riprese durante la lettura, perché spesso il pericolo di ridurre un romanzo alla sola trama è acquattato dietro l'angolo. Tuttavia, proprio le ore insieme al libro di Yamao Yūko possono ricordare quali altri aspetti emergono: lo stile, qui sobrio e perciò in contrasto con il senso di vertigine degli eventi; le ambientazioni, sempre mutevoli; e, infine, la gioia di abbandonarsi all'incomprensibilità e mollare il controllo, almeno su ciò che accade in un libro.
Camilla Elleboro
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