La figlia preferita
di Morgan Dick
Fazi, maggio 2026
Traduzione di Silvia Castoldi
pp. 372
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)
«C'è stato qualche grosso bevitore nella tua famiglia?».Mickey iniziò a grattarsi le braccia, di colpo, compulsivamente, al punto che Arlo si chiese se stesse soffrendo di un'allucinazione tattile. «Mio padre. Perché?».Arlo avvertì una fitta di adrenalina positiva. Aveva sperato durante la seduta di quel giorno di affrontare l'argomento del padre di Mickey. Ma poi lei si era presentata puzzando come una distilleria, e la conversazione aveva preso una piega diversa. A meno che non si trattasse sempre della stessa cosa: l'alcol, il padre, e il profondo, radicato (e per il momento non riconosciuto) bisogno di essere amata e accettata.Dio, gli esseri umani erano creature straordinarie […] Una debole risata raschiò la gola di Mickey, quasi un colpo di tosse, ma non proprio. Il collo era quasi scomparso, le spalle si erano sollevate fino alle orecchie. Un gargoyle in cardigan rosa. «Da mio padre non ho imparato niente. Te lo posso assicurare».«Quando è venuto a mancare?», chiese Arlo.«Circa un mese fa».L'adrenalina raddoppiò. Anche il mio, avrebbe voluto dire […] (p. 141)
Al suo esordio con questo romanzo, Morgan Dick, autrice canadese, si muove nel territorio dei rapporti famigliari, in particolare nel rapporto tra due sorelle che non sanno di essere tali. Mickey e Arlo: diversissime nell'aspetto e, solo apparentemente, nel carattere, si ritrovano orfane del proprio padre Adam.
Adam ha avuto le ragazze da due diversi matrimoni: la primogenita, Mickey, ha subito l'abbandono e il degrado di un padre che ha mollato la famiglia all'improvviso. Di colpo, da un giorno all'altro, è semplicemente spartito, lasciandola insieme alla madre a fronteggiare debiti, creditori, miseria e senso di inadeguatezza. E fosse "solo" questo, il romanzo non avrebbe avuto motivo d'essere, perché Adam non lascia a Mickey solo problemi di natura pratica ed emotiva, ma le trasmette anche l'amore per l'alcol.
Arlo, dalla sua, è una ragazza più giovane, avuta in seconde nozze: una donna matura, una psicoterapeuta affermata, risolta, senza apparenti grattacapi. Il romanzo comincia quando Mickey, che è invece maestra d'asilo, riceve una chiamata da parte dell'avvocato Tom Samson, il quale la avvisa che suo padre è morto e che hanno bisogno di parlare del lascito testamentario. Poco prima — e questa sarà una delle pessime decisione che prenderà nel corso della narrazione — Mickey pensa bene di sottrarre uno dei suoi alunni dall'asilo dove insegna e di portarlo a casa sua: la madre è in ritardo, lei non vuole chiamare gli assistenti sociali e la polizia e così si sobbarca l'onere di accertarsi che arrivi a casa sua sano e salvo.
Superficialmente questa potrebbe essere una decisione che provoca empatia, ma sarà una delle tante sliding doors che metterà Mickey in guai seri. A casa di Ian, il suo alunno, conosce Chris, lo zio. I due avranno un bel po' di sviluppi, a volte anche telefonati, ma non per questo meno riusciti.
Come si incontrano Mickey e Arlo, se non si conoscono e non si sono mai viste? Ognuna sa dell'esistenza dell'altra, ma non hanno mai avuto la voglia di vedersi. Ci pensa il loro defunto padre: Mickey, la quale scoprirà di aver ereditato tutto il patrimonio paterno — ben cinque milioni e mezzo di dollari —, per poter accedere a quei fondi sarà costretta a eseguire sette sedute di psicoterapia. E indovinate? La psicoterapeuta designata sarà proprio Arlo.
L'avvocato aprì la bocca e per un attimo terribile Arlo si chiese se stesse per vomitare. Poi fece un respiro udibile e disse, molto in fretta: «Il testamento non ti nomina più».
Arlo trattenne la frase nella mente, la rigirò e rigirò, esaminandola da diverse angolazioni. Il testamento non ti nomina più. Prese una per una, conosceva il significato di quelle parole. Ma insieme non volevano dire nulla. Un'accozzaglia di parole, una non-frase. «Come?».
Lui era impallidito. «Non compari nel testamento».
«In che senso?».
«Nel senso che non ti ha lasciato niente».
Arlo rise. Che scherzo assurdo. Che avvocato assurdo.
«Mi dispiace», disse lui. «Dev'essere dura».
Arlo distinse sollecitudine e cautela nella sua voce.
«Sta parlando sul serio». Le si annebbiò la vista […] (p. 51)
Nessuna delle due sa che quella di fronte è la propria sorellastra: una situazione paradossale eppure possibile. Mickey si rivelerà essere un autentico disastro: non solo perché sofferente, anche a distanza di più di vent'anni, per l'abbandono del padre, ma soprattutto perché disadattata, disallineata rispetto al mondo. Certo, la radice dei suoi problemi è da cercare nel trauma infantile, ma c'è qualcos'altro che non le permette di scardinare la sofferenza, anzi che ve la fa affondare ancora di più: la dipendenza dall'alcol. Mickey non lo ammetterà mai nel corso di quasi tutto il romanzo, tipico di chi ha una dipendenza.
Arlo, che sarà appunto la sua psicologa, ignara dell'identità di Mickey (ma fino a un certo punto), proverà empatia, non solo come professionista ma soprattutto come essere umano. Quella stessa empatia che svanirà del tutto una volta capito il trucchetto del padre. A questo si sommerà anche la rabbia per essersi vista soffiare da sotto il naso cinque milioni di dollari, che le spettavano di diritto, che erano suoi, perché era stata lei ad occuparsi del padre, a curarlo, ad accudirlo. Era lei la sua figlia preferita.
Le due donne hanno due visioni diametralmente opposte, non solo della vita in generale, a soprattutto del padre: Mickey lo detesta e cerca di fare di tutto per somigliargli (operando però poi in modo del tutto parallelo, se non peggio); Arlo lo venera, era la persona più importante della sua vita.
E però, quando viene a sapere alcune cose del passato della sorella, la sua certezza comincia a vacillare.
Di fatto il fulcro centrale del romanzo è proprio la caduta dei capisaldi di entrambe: Mickey, in qualche modo, ammetterà che il padre non era del tutto marcio; Arlo che non era quel santo che pensava fosse. Nel mezzo, la questione più urgente è l'alcolismo di Mickey: una dipendenza grave, di cui lei non ha contezza, che sarà restia a riconoscere, e per la quale combinerà tanti di quei pasticci da risultare al lettore quasi odiosa. Eppure, talmente umana che non è possibile essere arrabbiati con lei a lungo.
Si inganna continuamente, mente a se stessa, si fa del male, cerca di tutti i modi di rendersi immeritevole ai suoi e agli occhi degli altri. Perché? Piuttosto semplice capire che il motivo è nel rifiuto paterno. Arlo invece, la cocca di papà, subirà un trauma simile ma in direzione opposta, perché da figlia preferita passa a essere la figlia che si rende conto di non aver avuto tutta questa importanza.
Il romanzo mi ha molto ricordato Riti privati di Julia Armfield: anche in quel caso, c'erano una morte paterna e alcune sorelle, tre, e tutte e tre dovevano avere a che fare con denaro e con la comparsa di una sorella sconosciuta. In entrambi i romanzi il perno è la risoluzione del rapporto tra sorelle e il riconoscimento di aver avuto, tutto sommato, un padre terribile. In più, in tutti e due i libri, c'è anche l'ingombro dell'eredità.
Ho trovato La figlia preferita un romanzo più frivolo rispetto a quello di Armfield, in alcuni punti un po' superficiale, se mi si passa il termine. Forse troppo, considerata la gravità delle tematiche trattate. Tra i due, se proprio dovessi scegliere, preferisco quello di Julia Armfield, ma se volete indagare le dinamiche tra sorelle e il rapporto delle due con un padre tossico (daddy issue lovers all'appello) senza indulgere troppo, senza scavare troppo nel dolore — più leggero, abbozzato, ecco — e, più di tutto, senza la nota weird/fantasy dell'altro, allora consiglio senz'altro La figlia preferita.
Deborah D'Addetta

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