La casa turca
di Açelya Yönaç
Neri Pozza, giugno 2026
pp. 208
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)
[...] Non abbiamo deciso di nascere in famiglie diverse. Ma se dovessi scegliere, sceglierei la nostra. Non potrei accettare il ruolo secondario della donna nella vita. Chiedere permesso agli uomini, celare il mio capo e nascondere i miei capelli per mostrarmi pura e degna, o proteggermi? E le bambine sposate a uomini di sessant'anni? Non esiste protezione più fragile di un velo, prende il volo con una folata d'aria, neanche di vento. Quale è il senso della libertà quando ci sono delle regole severe? Si credono più corrette di noi? Essere vicine a Dio seguendo i codici degli uomini è prova di virtù? Se immagino di vivere un giorno da fedele e coprirmi con la stessa devozione, senza mai mettere in dubbio l'efficacia del velo, in un corpo limitato, senza potere scappare dalla società nella quale sono nata, chissà: forse sceglierei la via della convinzione anche io. Azra è piena di talento, riesco a vedere tutto il suo splendore, il suo cervello acceso anche se coperto. Non posso non ammirare una donna come lei, e la ammiro. E provo fastidio, rabbia. Come ci si sente, mi chiedo, fratello, a vivere con un sipario che castra l'aria e cela la bellezza dei contorni di un volto, rendendolo anonimo? (p. 103)
Açelya Yönaç, autrice nata in Turchia nel 1978 e cresciuta tra Istanbul, Milano e New York, è al suo esordio con questo romanzo, scritto nella nostra lingua: una storia di ritorni, di ricerche e di interrogazioni sulla scrittura.
La protagonista è Asena Bulut, scrittrice famosa per i suoi testi sulle figure storiche delle donne ottomane: si vede costretta a tornare nel paese in cui è nata, la Turchia, per ritirare un premio letterario. Dico "costretta" perché Asena e suo fratello, Erol - giornalista di cronaca nera e d'assalto svanito ormai nel nulla - sono sì nati in Turchia, ma poi espatriati all'estero dai genitori. Crescono quindi in un paese straniero e mentre Asena si adatta, si occidentalizza, Erol invece si ribella, non vede l'ora di tornarsene nella sua patria, dove la gente sa pronunciare il suo nome.
Dunque Asena si ritrova a Istanbul, una città immensa che non riconosce più: tutto la respinge, tutto la mette a disagio, eppure insiste a cercare qualcosa, un segno ad aver fatto bene a tornare, un cenno che possa darle qualche indizio sulla sorte dell'amato fratello.
La narrazione alterna prima e terza persona singolari, e anche forme diverse: la narrazione classica, da romanzo; la mail alla casa editrice; la forma epistolare, con cui Asena scrive al fratello; la trascrizione di racconti orali tradizionali; l'intervista. Tante espressioni diverse e variegate su cui emerge proprio l'ultima: prima di ritirare il premio letterario, la Turchia, quale paese onorato di avere tra le sue fila una scrittrice famosa come lei, ha deciso di girare un docu-film su Asena, dunque la vediamo alle prese con una seconda donna, Azra, giornalista, che pone delle domande a volte scomode.
Nel rapporto tra le due, così diverse eppure così unite dalla discendenza ottomana, emerge tutto il dibattito tra laicità e religione, tra libertà di espressione e oppressione della donna, tra ciò che è consentito fare al mondo femminile e cosa no: Asena - che vorrebbe solo parlare di letteratura - da parte sua critica il sistema patriarcale che obbliga la donna a portare il velo (e molte altre questioni); Azra, invece, difende la sua facoltà di scelta, perché lei ritiene sia una scelta quella di seguire la legge di Allah (Asena la corregge: degli uomini). Lo scontro è inevitabile. Le due donne, una di fronte all'altra, non si allineano, si provocano, si fanno megafoni orgogliosi e stizziti del proprio mondo.
Grazie, capisco. Però non capisco. A quel punto chiamo mia madre, per conforto. Lei mi ricorda che la legge di Allah è la legge degli uomini e devo smettere di essere così presuntuosa e di volere troppo, sempre apparire, vanità, Azra, sei vanitosa, sposati, Azra, fai figli, Azra, basta con la carriera, Azra. Ha ragione: umiltà, modestia. Ma quando porto i soldi a casa sono tanto felici della mia immodestissima carriera, penso, e infilo i tacchi nella moquette di casa quando torno per cena e tolgo le scarpe e metto le pantofole e il pigiamino con i conigli, una vergogna. Vorrei avere un vizio per sfogarmi, l'unico sarebbe il cibo, e neanche quello mi è concesso, se no in televisione sembro un mostro e non mi stanno i vestiti. Riprenderò a fumare in segreto sugli scalini dell'uscita d'emergenza, in ufficio, è l'unica cosa che mi resta. (p. 138)
Nel frattempo, tra storie di finzione che raccontano a loro volta storie di altre donne, la difficile intervista e le lettere al fratello, Asena intraprende altre due ricerche solitarie: cerca le tracce del fratello - e così incontra il poeta triste Demet, uomo che si sente donna e che forse ha qualche legame con Erol - e cerca una tomba. Per sé. Può sembrare strano, ma Asena vuole essere seppellita lì, in Turchia, e tutto il discorso sulla morte, sul trovare il giusto posto, è parecchio significativo nel testo: la sparizione, la fine, la dipartita, lo sradicamento, la non-appartenenza, la sensazione di non essere né di qua né di là, né nel mondo dei vivi né in quello dei morti, né in Occidente né in Oriente.
Sono i temi del romanzo, che fanno da cornice alla spinosa controversia circa il posto delle donne in paesi musulmani come la Turchia. Asena rappresenta la laicità, il progresso, ma anche il tradimento perché ha preferito andarsene invece di combattere; Azra, donna altrettanto intelligente, rappresenta invece la negazione, l'accoglienza di leggi e regole che, a suo avviso, sono una scelta, ma che in realtà vengono introiettate così a fondo da non sembrare neanche più imposizioni.
A margine, Asena viene accompagnata dalle immagini, reali o meno, della neve, di una gatta nera con tre zampe e un albero di melocotogna.
L'uomo cattivo non era morto, la terra aveva tremato, inghiottito centinaia di persone, e lui non era crollato. Asena si era sempre chiesta se l'essere troppo gavur fosse una colpa. Se la terra avesse tremato per mandarla via, e ci fosse riuscita? Dalle macerie della loro casa era uscita una gatta con una zampa ferita. Trascinava la zampa, la gatta, e si muoveva lentamente verso la bambina Asena, non per chiedere aiuto, per esserle accanto in un momento di dolore indicibile come la prima morte. (p. 97)
A scanso di piccole sbavature, come pochi errori grammaticali e qualche refuso (d'altra parte, l'autrice sta scrivendo in una lingua diversa dalla sua, quindi chapeau) ho trovato La casa turca un romanzo con un grande potenziale, vagamente inespresso: la storia c'era tutta, ma la struttura del romanzo è un po' confusa. Tanti strumenti diversi - il racconto, l'intervista, la lettera, le storie di fiction tramite le mail alla casa editrice - tante tematiche importarti trattate, inevitabilmente, in modo rapido e frettoloso, e diversi punti di vista, narrati da voci in prima e in terza persona, potrebbero offuscare un po' la brillantezza del fulcro centrale della storia, cioè proprio la storia di Asena e delle sue angosce.
Vero è che si tratta anche di un esordio, a cui (quasi) tutto si perdona. Per contro, il romanzo ha molti pregi: la lingua è scorrevole, una pagina tira l'altra, la protagonista è credibile, la figura di Demet particolarmente magnetica, le descrizioni della città puntuali (non che io sia esperta di Istanbul, ci sono stata appena una volta, ma mi è sembrato di essere lì), e anche lo scontro tra due donne come Asena e Azra, così opposte ma simili, mi è sembrato particolarmente riuscito.
Credo che l'autrice, in questo romanzo, dia il meglio di sé quando esce dalla narrazione e dà voce alle sue, di angosce, attraverso la figura (forse autobiografica?) di Asena. Mi ha molto ricordato un film che ho visto di recente, Oh moon! (1988) di Reha Erdem, regista turco, ambientato a Istanbul: in Turchia è un film di culto, liberamente ispirato ai miti della capitale, e il romanzo di Açelya Yönaç mi ha proprio ricordato quell'atmosfera un po' cupa, la neve, gli uccelli, la casa, la fanciullezza e l'innocenza, la libertà e la costrizione.
Insomma, un testo che ha tanto da dire, al lettore capire cosa preferire tra le tante tematiche affrontate.
Deborah D'Addetta

Social Network