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Una parabola dell'ipocrisia in un crescendo tra depravazione e ironia: "Sacro fuoco" di Emanuel Venet

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Sacro fuoco
di Emanuel Venet
Prehistorica, aprile 2026

Traduzione di Alice Laverda

pp. 230
€ 18 


Il primo incendio che padre Philippe Lardent si ritrovò ad affrontare gli divampò nelle mutande domenica 26 giugno 1988, in occasione del battesimo di Grégoire Mourron: Marie-Ange, la madre del neonato, quel giorno indossava un abitino estivo verde mela dalla scollatura profonda, e risplendeva come una madonna. (p. 7)

L'incipit di Sacro fuoco dello psichiatra Emanuel Venet è uno dei più belli letti negli ultimi anni. In poche righe è molto più chiaro e rivelatorio dell'intera Bibbia. Lungi da me essere blasfema, le parole taglienti e ben affilate dell'autore creano quella costruzione di finzione che fa subito esultare per la sua spietatezza. Ma andiamo con ordine, anche se le emozioni che mi hanno invasa durante e a termine della lettura sono veramente forti e non vedevo l'ora di scriverne. Si può dire che mi abbiano infiammata come un incendio. 

L'intera narrazione presenta ad ogni capitolo un tassello di un più vasto puzzle. La storia comincia con la presentazione del pittoresco uomo di chiesa, Monsignor Philippe Lardent. Un cognome che ha racchiuse in sé tutte le sfumature di ipocrisia e depravazione che caratterizzano questo personaggio. La depravazione è dettaglio comune non solo al non-pio uomo, ma anche alla sua non-angelica amante. Marie Ange è infatti la fonte del suo desiderio e come un'ossessione si insinua nei suoi pensieri più peccaminosi, penetrando sempre più a fondo nella sua anima implacabile. I due sono come macchiette, come vittime e carnefici del loro stesso peccato e dei loro stessi impulsi sessuali: si desiderano pur sapendo di non poterlo fare, ma lo fanno lo stesso, incapaci di resistere alla tentazione, anzi provocandosi e stuzzicandosi in un rituale di confessioni erotiche separate solo da un'innocente grata del confessionale. Marie-Ange è sposata, ma suo marito inizialmente ritenuto frigido è in realtà uomo dal grande ardore sessuale, ma non lo consuma con lei perché ciò che lo attrae è di un'altra parrocchia. Lui vuole il divorzio per essere finalmente libero di abbracciare la sua vera natura, ma lei non vuole perché bisogna restare uniti per i figli. Qui, l'ipocrisia, il bigottismo e il sarcasmo danzano insieme continuando a sorridere da dietro le loro maschere. Venet, probabilmente a seguito dei suoi studi sull'animo umano, ci offre una chiave di lettura che, seppure attraverso l'ironia, il sarcasmo e la beffa, non risparmia nessuno al suo spietato e implacabile giudizio. D'altronde lui stesso, in conclusione (e senza fare spoiler) rivela quanto sia palese che a Dio non importi nulla di noi esseri umani.

Ciò che colpisce di quest'opera magnifica sono i paradossi. Tutto deve convergere fino al fatidico giorno, ovvero il 15 aprile del 2010, giorno in cui la cattedrale di Pontorgueil (anche qui, da notarne il nome evocativo) brucia a seguito di un incendio. La ricerca del colpevole è secondaria, è solo un capro espiatorio a cui attribuire le pene dell'umanità depravata. Pensiamo piuttosto a come lo scrittore intrecci magistralmente questi tanti personaggi agli eventi per arrivare poi al culmine della parabola: l'incendio che infuoca, accende e distrugge, in una diabolica parodia della fede.

In contrapposizione alla vicenda dell'ardente Lardent abbiamo il lurido Lubrique, che sporca tutto ciò che fa (è un pessimo imprenditore ma si ritiene un winner perché in inglese tutto sembra migliore) eppure fonda un'agenzia di pulizie chiamata Lubri'Clean, con un degno compare che non lo fotterà solo simbolicamente ma anche letteralmente e lavorativamente parlando. Sembrano la versione in carne ed ossa del gatto e la volpe. Che dire poi dello psichiatra William Leblanc, un sessantenne che per tutta la vita ha ascoltato i traumi dei suoi pazienti e che non desidera altro che ritirarsi, dato che si assopisce durante le sue stesse sedute. A seguito del suo divorzio con la moglie, una psicologa dal passato frastagliato e dalle incerte origini asiatiche, e che avviene proprio il giorno del fatidico incendio, lo psichiatra segue la retta via fino all'arrivo in lacrime nel suo studio di una donna che gli farà perdere la bussola: Marie-Ange, la non angelica amante di padre Philippe Lardent. 

Impossibile non rimanere affascinati dall'uso così grandioso della parola, merito anche dell'ottima traduzione di Alice Laverda. Tutto è grottesco, caricaturale e volto alla beffa. La stessa condanna dell'uomo e della Chiesa è brillantemente orchestrata e  il risultato dell'opera non solo convince ma incanta. In un periodo letterario monocorde, come ben spiega nella sua post-fazione Luca Bevilacqua, in cui le tematiche sono sempre le stesse, questa lettura è una ventata di freschezza, facendoci ben sperare che la finzione narrativa non sia del tutto morta ma che abbia solo bisogno di ritrovare la sua scintilla.

Carlotta Lini