Da diversi anni conduco un corso sulla short story, un ciclo di lezioni per ragionare su questa forma bellissima e sfuggente, delinearne la poetica, seguire il percorso del racconto moderno e immergersi nelle storie. Ogni anno scelgo testi e autori differenti – un po’ perché ho tanti studenti che tornano edizione dopo edizione e un po’ perché ci sono tanti racconti meravigliosi da poter proporre – e, ogni anno, quando mi appresto a lavorare sul Modernismo inglese mi riprometto di lasciare in pace per una volta Virginia Woolf, con l’idea di selezionare altri autori del periodo. Mansfield e Joyce, per esempio, se voglio restare ai classici. Eppure, ogni anno appunto, torno a Virginia. Non posso farne a meno. E accade sempre una cosa: quando annuncio che leggeremo Virginia Woolf vedo almeno un paio di facce intimorite, qualcuno si fa avanti timidamente dicendo che non ha fatto studi letterari ed è preoccupato di non riuscire a comprendere la sua scrittura, qualcuno si avvicina per la prima volta alla sua opera. Poi facciamo lezione, partiamo dalle riflessioni generali di Woolf sulla short story, seleziono un paio di racconti, scandagliamo le storie, ne penetriamo il mistero. Quando riemergiamo c’è su quelle stesse facce un’espressione di meraviglia: per aver scoperto un’altra Woolf, per essere riusciti ad accedervi, per quanta bellezza e profondità sapeva racchiudere anche nello spazio di un racconto.
Non mi prendo tutto il merito per questa scoperta, giusto un pizzico per l’approccio con cui li guido nei testi, ma dopo anni mi arrendo all’evidenza che non posso fare a meno in quel corso – e pure in tante altre occasioni – di parlare di Woolf autrice di racconti e abbattere qualche pregiudizio intorno alla sua scrittura. Dunque eccomi anche qui, sulle pagine di CriticaLetteraria, ad accompagnarvi dentro i suoi racconti e lo spunto è la pubblicazione di un libretto assai interessante, uscito alla fine dello scorso anno per Oligo editore. Prima permettetemi ancora una piccola parentesi personale – chissà come mai ultimamente capitano sempre più di frequente queste parentesi personali – e lasciatemi ricordare di quando, tanti anni fa, in piena crisi su che strada prendere, qualcuno che mi conosceva bene e sapeva quanto bisogno avessi di credere in me e nel mio potenziale mi regalò una copia di Mrs Dalloway: quell’incipit indimenticabile, quel libro, sarà per sempre legato al momento preciso in cui ho trovato il coraggio. Dunque grazie, Virginia, per avermi commossa profondamente, fatto faticare con la tua prosa ammaliante, desiderato di studiare, sempre e per sempre. I racconti, quelli sono venuti molti anni dopo per me, e anche in quel caso grazie a qualcuno che ha intuito prima di me quali strade avrei percorso. Ma questa è un’altra storia e vi ho già annoiato a sufficienza con le riflessioni personali, spero mi perdonerete. Torniamo a Virginia, torniamo ai racconti.
Ho sempre trovato curioso che non tenesse in grande considerazione i racconti – meravigliosi – che scriveva e ho sempre avuto la tendenza a supporre che le ragioni si annidassero nel fatto che i racconti sembravano sgorgarle con una facilità e immediatezza che non aveva col romanzo; non parlo di folgorazione e scrittura di getto, ma di testi che in qualche modo le causavano meno dolore e prostrazione, mentre i romanzi la consumavano giorno dopo giorno. Forse in quella apparente facilità si creava in lei un cortocircuito tale da farle credere che una cosa così piccola e semplice da creare non potesse certo essere considerata seria quanto i testi che la tormentavano giorno e notte. E ai racconti non dedicò mai riflessioni critiche specifiche ma, per fortuna, una ricerca bibliografica paziente e attenta ci permette di ricostruire da noi una sorta di poetica del racconto di Woolf, del tutto peculiare e, come sempre, illuminante.
Fondate o meno comunque che siano le mie supposizioni risulta inequivocabile la forza delle sue prose brevi, una chiave di accesso importante per entrare nel suo mondo letterario: racconti che contengono tutti i temi e le modalità narrative di Woolf e, in alcuni casi, sono il luogo dove si delineano per primi personaggi e riflessioni poi sviluppati nei romanzi, come nel caso appunto di Clarissa Dalloway che fa la sua prima apparizione – e che apparizione – nel racconto Mrs Dalloway in Bond Street:
Mrs Dalloway disse che sarebbe andata lei a comprare i guanti (incipit, Oggetti solidi, Racconti ed., p. 227)
Quando Clarissa tornerà sulla scena, anni dopo e prendendosi lo spazio di un romanzo, i guanti diventeranno fiori, ma tutto è già in questo racconto: il flusso di pensieri, il contrasto tra leggerezza e malinconia, vita e vecchia, quotidianità e guerra. Impossibile, dunque, considerare i racconti di Woolf come qualcosa di semplice, banale, mero esercizio propedeutico alla scrittura dei romanzi. E dunque, quel libretto di cui dicevo all’inizio? Premesso che nel 2016 Racconti edizioni ha pubblicato un’opera fondamentale, Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose, e come recita il sottotitolo comprende tutte le short story di Woolf ed è introdotta dall’illuminante prefazione della prof.ssa Liliana Rampello che ha curato il volume (tradotto da Adriana Bottini e Francesca Durante), ho trovato lo stesso interessante la scelta di pubblicazione di Oligo editore. L’editore mantovano porta infatti per la prima volta in Italia l’edizione completa di Two Stories, il primo libro pubblicato nel 1917 dalla Hogarth Press, la casa editrice fondata dai coniugi Leonard e Virginia Woolf e contentente appunto due racconti degli stessi, "Tre ebrei" (Leonard Woolf) e "Il segno sul muro" (Virginia Woolf). Il piccolo volume con la traduzione e a cura di Sara Grosoli contiene anche una breve nota introduttiva, i profili biografici degli autori, la bibliografia essenziale per ognuno e la riproduzione delle silografie di Dora Carrington dell’edizione originale. L’apparato critico bibliografico è un po’ troppo scarno a mio parere ma abbastanza efficace nella sua brevità, la vera nota negativa che mi sento di fare riguarda la mancanza del testo originale a fronte che giustifico, non so se a ragione, con il desiderio di mantenere quanto più possibile l’impostazione del volume originale. Poi, certo, sono entrambi facilmente reperibili in lingua originale se ci interessa, ma data l’agilità del volume e i costi editoriali che comunque sono sempre importanti e incidono sul prezzo finale per i lettori, non mi sarebbe dispiaciuto trovarli entrambi compresi nel volume. A parte ciò è innegabile che si tratti di un volume interessante e che in alcuni casi potrebbe essere la chiave di accesso se non all’universo woolfiano forse però alla sua produzione breve a partire proprio da uno dei suoi racconti magistrali.
Narrazioni diverse eppure "Tre ebrei" di Leonard e "Il segno sul muro" di Virginia funzionano molto bene in sequenza e aprono a numerose riflessioni critiche, suggestioni circa l’influenza reciproca, il desiderio di approfondire le dinamiche del loro sodalizio intellettuale e privato. E, naturalmente, la vicenda stessa della Hogarth Press, la cui attività indipendente è proseguita sotto la guida di Leonard fino al 1946, ventinove anni di attività durante i quali diede alle stampe 527 titoli: da questo primo volume, cui seguirono La terra desolata di T.S. Eliot, Preludio di Katherine Mansfield, poesie di Rilke, testi di Vita Sackville West, Isherwood, Freud, le prime traduzionioni inglesi di due titoli di Calvino e molti altri testi che hanno profondamente segnato la tradizione letteraria del Novecento. Nel ’46 la Hogarth Press viene assorbita da Chatto&Windus e, attualmente, è parte di Penguin Random House. Ma quei ventinove anni restano fondamentali e tutto è iniziato qui, con due racconti importanti, la macchina da stampa al principio installata nella sala da pranzo degli Woolf ad Hogarth House appunto, la loro dimora a Richmond.
Se in merito a "Il segno sul muro" sono state spese molte parole anche in Italia la curatrice ci ricorda che al contrario "Tre ebrei" è pressoché sconosciuto nel nostro Paese e vale la pena partire da qui, dal racconto di Leonard, dalle scelte formali e il focus narrativo, per poi naturalmente lasciare al lettore il piacere della scoperta. "Tre ebrei" si apre con una sorta di cornice, in prima persona, e nell’incipit risuona la tecnica modernista, il legame con l’impressionismo, il ruolo centrale dello sguardo, le pennellate con cui si compone la narrazione; e risuonerà, in modo simile, l’incipit di "Kew Gardens", uno dei racconti di Virginia più squisitamente modernisti, quasi un volo di farfalla. In entrambi una giornata londinese, di primavera per Leonard, di luglio per Virginia, gli odori, i colori, la natura, per poi avvicinarsi agli individui. E, ancora in entrambi, parole e frasi che si ripetono, sorta di ritornello dalle valenze molteplici. La primavera londinese rappresentata da Leonard, tuttavia, porta fin da principio il segno della gravità della narrazione, pure attraversata da una certa caustica ironia ma che già nell’incipit preannuncia la profonda malinconia che la accompagna:
Era una domenica e il primo giorno di primavera, il primo giorno in ogni caso in cui si sentiva almeno la primavera nell’aria. Entrava, portata dal vento, dalla mia finestra con il suo respiro caldo, con il suo inevitabile piccolo tocco di tristezza. (incipit, p. 19)
La «tranquilla e ordinata primavera inglese» (p. 20) entra da una finestra e accompagna il narratore dalla sua stanza alle strade di Kew – eccolo, di nuovo, un altro piccolo legame con il sopracitato racconto di Virginia – e lo conduce a una festa in giardino dove questo prologo-cornice si chiude per dare voce a un’altra prima persona, a un’altra narrazione evocata dal ritrovarsi e riconoscersi, ebrei, in quel giardino. Ed è proprio qui il centro nevralgico della storia, il senso di alienazione, il rapporto con l’identità e, soprattutto, la distanza: si avverte, sempre e fin dal principio di questa storia, una sorta di noi e loro, un senso di non appartenenza, una malinconica tristezza. Ma la prosa di Leonard – nato in una famiglia ebraica di idee liberali – si apre a quella caustica ironia precedentemente annunciata, il filtro con cui raccontare quella distanza, le maniere britanniche, il tempo atmosferico, gli stessi protagonisti. In poche pagine e attraverso tre individui, il racconto apre a molteplici spunti, dunque, di cui una certa eco arriva intatta fino a noi, oggi, svincolandosi dal contesto culturale e sociale originario per riflettere su alienazione, eredità culturale, classi sociali, a partire dalla tensione esistente nei personaggi tra identità personale e appartenenza culturale. Una storia stratificata in cui l’autore rileva le complessità della società britannica di primo Novecento dal punto di vista di un outsider, condizione che per certi versi sentiva come propria rispetto all'establishment britannico, portando in evidenza, tra i primi, le complessità della condizione di ebreo nella Gran Bretagna del tempo.
Un racconto breve, denso, che ben esemplifica, se ancora ce ne fosse bisogno, le molteplici possibilità della short story. Quelle stesse che Virginia esplora racconto dopo racconto, plasmando come fa con il romanzo la prosa modernista e che, nel testo contenuto in questo volume, si esprime per mezzo di frasi sospese a sottolineare la fluidità del pensiero, portando il lettore dentro la mente del narratore senza nome – di cui a un certo punto possiamo supporre si tratti di una donna – seguendone appunto i pensieri che vagano. Partendo da qualcosa di tangibile e concreto (il misterioso segno sul muro appunto), il racconto apre alla divagazione e rinuncia al plot convenzionale. Dietro l’apparente semplicità rivela abissi di significato, disseminato di simboli, "Il segno sul muro" racchiude molte tematiche e spunti cari all’autrice, a partire dallo spettro del conflitto bellico, un pensiero che neppure l’ossessione per il segno sul muro può far dimenticare e che irrompe nella realtà ordinaria, nell’intimità del quotidiano. E, ancora, in poche pagine Woolf suggerisce l’insoddisfazione per i rigidi ruoli di genere e per lo spazio domestico quale luogo del femminile, argomenti ricorrenti delle sue riflessioni letterarie e intellettuali. Se il racconto di Leonard ha una più marcata connotazione politica, la short story di Virginia è esempio evidente della rivoluzione formale da lei messa in atto, un rinnovamento del linguaggio e delle modalità espressive mediante cui dare espressione ai turbamenti e alle complessità del tempo.
Due racconti, dunque, che segnano profondamente la linea editoriale della Hogarth Press e che ringraziamo Oligo per la scelta di presentarli in questa forma ai lettori italiani. Diceva Grace Paley che il romanzo ha l’ambizione di rispondere e contenere tutto un mondo, e per questa sua natura è come una casa in cui abitare; il racconto, invece, è una finestra sulla casa di qualcun altro. Eccoci, noi lettori di racconti, a osservare dalla finestra le stanze di Virginia Woolf.
Debora Lambruschini

Social Network