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Non esiste conversione senza convinzione: il romanzo disturbante di Elle Nash per Pidgin Edizioni

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Frutto del tuo ventre
di Elle Nash
Pidgin Edizioni, febbraio 2026

Traduzione di Stefano Pirone

pp. 316
€ 18 (cartaceo)
€ 8,99 (e-book)

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[...] Perché, Dee-dee? Sei di nuovo incinta? Non puoi pensare che stavolta andrà a buon fine. Lo sai bene di vivere nel peccato e che devi redimerti agli occhi del Signore».

«Papi mi ha promesso un anello», dico. «Sta mettendo i soldi da parte dai suoi lavoretti».

«Dio giudica tutte le persone sessualmente immorali, inclusa te, Dee-Dee».

Le mie labbra screpolate si tendono in una smorfia che brucia. Mi scavalca sempre per gettarsi in Dio.

«L'anello lo vuole comprare con soldi puliti».

«Il Signore benedice solo chi ha un cuore puro», dice mamma.

Mi pulisco le briciole dalla faccia, dalla maglietta; appoggio la mano sul mio addome, sopra la nuova fragilità. (p. 14)

Elle Nash, autrice, educatrice e editor conosciuta per il suo libro d'esordio Animals eat each other (2018) continua a esplorare temi già trattati nei suoi racconti e in altri suoi testi, quali il sadomasochismo, le relazioni tossiche, il sesso e la morte, i disordini alimentari e i comportamenti distruttivi nonché le aspettative sociali circa la morale e come essa viene violata. Come se tutto ciò non fosse già un carico da novanta, l'autrice pare particolarmente affascinata dagli animali, nello specifico dalla loro forma mostruosa e "aliena", vagamente horror.

Frutto del tuo ventre, il cui titolo originale è Deliver me (doppio significato, sia "liberami" o "salvami" che "partorire" e capirete quanto sia azzeccato leggendo il libro), non è un romanzo per tutti: non cerca empatia né indulge nel patetismo, la sua protagonista è una mina vagante, vi sono svariati elementi disturbanti (vari trigger warning: torture ad animali, mutilazione del corpo, presenza di sangue, disturbi alimentari, sesso violento) e, in via generale, quelle persone che vedono la maternità come un momento sognante e felice, beh, potrebbero rimanere sconvolte.

Ci troviamo a Cassville, in Missouri, nel cuore degli Stati Uniti. Daisy, chiamata Dee-dee, è una ragazza che concentra tutti i suoi sforzi e i suoi desideri verso un obiettivo: rimanere incinta e portare a termine la gravidanza. Ci è già passata, ma ha avuto cinque aborti spontanei. All'inizio della narrazione resta incinta di nuovo e sente che questa è la volta buona. Convive con un compagno, Papi, che non fa assolutamente nulla tutto il giorno, a parte fare zapping in tv e allevare insetti esotici, e ha una madre, fanatica religiosa della Chiesa Pentecostale dalla quale Daisy si è allontanata.

Questa decisione (e il fatto che non sia sposata, ma viva nel peccato), secondo sua madre, è il motivo per cui le gravidanze non riescono a realizzarsi. Daisy è testarda, sente che la bambina che ha in corpo - è convinta, e lo sarà per tutto il romanzo, che darà alla luce una femmina - è viva, respira, scalcia, la rende completa. Prova assoluta invidia nei confronti delle altre donne incinte, un'invidia malsana, corrotta, che però ammette lucidamente.

Dopo la messa della domenica, aprii la porta di casa e vidi Sloane sdraiata sul divano, illuminata da una lampada con il paralume di carta scolorita sul tavolino accanto. Mamma era piegata sopra di lei e le spalmava una crema sulla sua grossa e pallida pancia. Sloane indossava pantaloncini di cotone e la sua maglietta degli Slayer, e si appoggiava a un cuscino. La casa puzzava di pane bruciato. Mamma annuì nella mia direzione, con i capelli sciolti sulle spalle. Era una persona diversa, aveva gli occhi sereni. Sembrava posseduta. Le mani scivolavano attorno al ventre di Sloane come se stesse modellando argilla. Mentre canticchiava, le sue dita lasciavano piccole impronte ipnotiche sulla pelle di Sloane. Mamma non mi abbracciava da anni, fatta eccezione per quella volta in cui l'avevo pregata di far stare Sloane da noi. Rimasi immobile, indugiando nell'odore della loro colazione carbonizzata. Il vento spingeva gentilmente la zanzariera contro lo stipite.
«Che c'è?» chiese Sloane, incrociando il mio sguardo.
«Sei gelosa?» (p. 177) 

Lavora in uno stabilimento per la lavorazione del pollame: il suo compito è tranciare petti di pollo con forbici pneumatiche facendone pezzetti tutti uguali.
Il dettaglio del suo impiego è significativo: non solo l'autrice si concentra sulla pratica disumana di macellare migliaia di animali al giorno, con tanto di dettagli minuziosi, ma crea un parallelismo metaforico circa il corpo, in questo caso animale/umano. Daisy è grassa, sformata, ma ai suoi occhi il corpo che ha serve a uno scopo, cioè accogliere un'altra vita. Ingrassare, mangiare a sbafo e senza ordine, non solo è un modo per nutrire se stessa e la sua creatura, ma anche una ribellione nei confronti della madre che, per tutta la sua vita, non ha fatto altro che farla sentire inadeguata, sbagliata, ingorda.

I polli che Daisy tagliuzza sono espressione meccanica dei suoi pensieri - la disumanizzazione, lo sminuzzamento, la morte - e anche un piccolo anticipo, a più riprese seminato nel testo, dello sconvolgente finale.

A questo astio, celato da preoccupazione, si contrappone l'affetto quasi innaturale della madre di Daisy per Sloane: unica amica della protagonista, amica e qualcosa di più (diciamo pure che sarà la sua ossessione) ricompare nel testo dopo anni di assenza, e per di più - disastro dei disastri - incinta. Ma incinta davvero, a differenza di Daisy. Già, perché dopo qualche settimana, subirà un nuovo aborto spontaneo, scaricando il feto nel water. 

La negazione, lunga tutto il romanzo, regge la narrazione: Dee-dee non contempla la possibilità che la bambina sia morta quindi ignora totalmente l'evidenza. Continua a comportarsi come se lo fosse: indossa abiti premaman, simula nausee mattutine, mal di schiena, si regge la pancia, conta le settimane che la separano dal parto, frequenta corsi pre-parto. Ho detto "simula", ma forse non è esatto: Daisy crede davvero di avere nausee mattutine, se ne convince, perché credere in qualcosa (e qui c'è lo zampino del credo religioso della madre) lo fa diventare reale.
Per tutto il lungo corridoio che porta al corso, tengo le mani contro il petto, stringendo nel pugno il braccialetto con il sensore. Una fila di donne incinte avanza lentamente verso l'aula, come boe luccicanti su un lago. Infilo il braccialetto nella mia borsa. Una bruna in un ampio abito con una tinta psichedelica e capelli intrisi di salsedine si volta verso di me, e vado nel panico. Sono sicura che capisca che sto fingendo, e dentro di me monta una brama ingorda. Io voglio quello, voglio essere come lei. Il mio corpo è un terribile errore. Mi sento vuota, eviscerata e fatta a pezzi dalla catena di montaggio. Il mio fiato gratta contro il palato. Lo desidero da morire. Cammino più velocemente, supero la bruna, entro nell'aula e mi siedo, afferrando il fondo della sedia con le mani; l'aria condizionata fa cristallizzare il sudore sul mio labbro. Non permetterò a nessuno, neanche a me stessa, di portarmi via questa opportunità. (pp. 131-132)
Contrapposta alla sua figura debole, ignava e sottomessa, c'è Sloane, donna bellissima, ribelle, già madre di più figli, tutto ciò che Daisy vorrebbe per sé. Eppure per l'amica, nonostante la sofferenza, prova un genuino affetto. O almeno, questo è quello che ci fa credere.
Lo stesso affetto in forma di amore tossico viene rivolto a Papi, il suo compagno: un personaggio sui generis, all'apparenza il classico redneck tutto birra e misoginia, ma in realtà figura sfaccettata che ama fare sesso con i suoi insetti orribili addosso. Mantidi religiose, scarafaggi, blatte, cervi volanti: l'autrice non si risparmia nella descrizione delle pratiche sadomaso tra lui e Daisy, e i piccoli amici zampettanti tra loro. 

La negazione di Daisy procede di pari passo con l'avanzare della gravidanza di Sloane: la domanda onnipresente del lettore è cosa succederà alla fine della farsa, come si risolverà questa vita di struggimento continuo che Dee-dee subisce - da parte di sua madre, del capo, del suo compagno, di Sloane - e al tempo stesso si autoimpone? Rimpiazzata da quando era piccola, spodestata da qualsiasi possibilità di primato, chiama a sé l'unico finale possibile per sopravvivere - o quantomeno, per razionalizzare il trauma.

Il romanzo mi ha ricordato un altro testo famoso, Non ci sono solo le arance di Jeanette Winterson, solo che questo di Elle Nash è scritto infinitamente meglio. La narrazione va avanti e indietro nel tempo, con numerosi flashback che ci istruiscono sul rapporto tra Daisy e Sloane, tra Daisy e la madre, e che servono anche a dare spessore alle azioni violente della protagonista.
La domanda è: Daisy è cattiva o la sua personalità è il risultato naturale e ovvio di tutti i maltrattamenti subiti? Se fosse stata amata sarebbe diventata una persona più equilibrata?

Senza scomodare le teorie di condizionamento sociale e ambientale, direi che ci interessa poco: la storia di Dee-dee è funzionale alla narrazione di una maternità guasta, marcia, animale. 

Se siete lettori che non si spaventano di fronte a testi duri e forti, vi piacerà moltissimo, com'è piaciuto a me.

Deborah D'Addetta