Lingam - Dodici novelle asiatiche
di Max Dauthendey
Castelvecchi, febbraio 2026
Traduzione di Nino Muzzi
pp. 124
€ 16,50 (cartaceo)
Il fotografo era entrato facilmente in possesso di quella immagine. A quel tempo, Gabriela aveva chiamato Holongku alla villa per farsi fotografare. Era l'inizio della stagione calda, la cortigiana era assonnata e, appena di ritorno dal suo viaggio a Hong Kong, si era distesa su una lunga sedia a sdraio di paglia nella stanza più buia della casa. I verdi tetti protettivi delle lunghe finestre erano abbassati, le ante a vetri erano aperte fino al corridoio, ma l'intonaco di calce del soffitto irradiava come sempre la sua luce bluastra e intensa. La veste cinese di seta arancione di Gabriela era spalancata, rivelando il corpo snello della cortigiana come la polpa di un frutto di mango spaccato in due nella sua buccia giallo-rossastra. Con cautela, con i passi più lenti del mondo, il suo balocco, un piccolo camaleonte, avanzava come un minuscolo fantasma grigio, scalando il braccio nudo della bella donna. (pp. 84-85)
Pittore, viaggiatore, scrittore e drammaturgo tedesco, Max Dauthendey è stato uno di quegli uomini che, tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900, sono partiti dal proprio paese per esplorare il lontano Oriente. Nel 1905 infatti intraprese il giro del mondo, poi, sorpreso dalla prima guerra mondiale, non riuscì a tornare in Germania. Morì a Giava nel 1918, poco prima della fine del conflitto.
La sua opera di esploratore e di autore si traduce in alcuni testi: sicuramente il suo più celebre Gli otto volti del lago Biwa. Storie d'amore giapponesi (1911) testimonia la venerazione di Dauthendey per il Giappone, che arrivò a considerare "il paese ideale", e questa raccolta di racconti, che ci porta in molti paesi del Sud-Est asiatico. Ricorda un po' l'operazione che Lafcadio Hearn fece con la sua raccolta Ombre giapponesi (1898), ovvero quella di riportare il folklore, le tradizioni letterarie e orali, le fiabe, le favole e le superstizioni nipponiche senza filtri, senza cadere nello sguardo colonialista, semplicemente con l'aspirazione di far conoscere la ricchezza culturale di quel Paese.
Allo stesso modo Dauthendey cerca di descrivere, in modo molto ricco - tra naturalismo ed espressionismo - i popoli e le terre che si trova a visitare: i primi racconti della raccolta, ad esempio, sono tutti ambientati in varie città dell'India; dopodiché troviamo anche la Birmania, il Ceylon, la Malesia, Singapore e Shangai, la Cina, infine l'amato Giappone.
Dopo aver superato la macina silenziosa del negozio dove sua madre lavorava, parlò nel vuoto: «Madre, vendicherò la sete e la fame che ti hanno uccisa. Voglio sterminare la sete e la fame in questa città».
Gli occhi del ragazzo si muovevano su e giù per la strada, frenetici, come se le sue labbra volessero emettere un grido, più selvaggio del grido degli elefanti. Nessuno sentì il ragazzo parlare ad alta voce perché il suono della campana del campanaro lo sovrastava. L'elefante oscillava ora tranquillamente attraverso il mercato. La gente vedeva solo che Yawlor continuava a muovere le labbra.
«Griderò in tal modo» disse Yawlor allo spirito di sua madre, «che il cielo sopra il mercato tremerà, oh madre. E il principe e tutte le persone della città dovranno chiedere: "Chi sta gridando?". "E Yawlor, che può chiamare la pioggia dal cielo" sarà la risposta. La fame e la sete devono sparire dinanzi a Yawlor. Con entrambe le braccia stringerò il cielo come un otre pieno d'acqua, in modo che quel cielo testardo esploda e i campi da Jaipur al castello di Amber vengano allagati dalle sue piogge». (p. 46)
Muovendosi in territori che all'epoca venivano definiti "esotici", Dauthendey indugia sulla descrizione particolareggiata di tutto ciò che vede: ci sono tantissimi passaggi sulla caratterizzazione della natura, ad esempio, o sugli abiti delle persone, o ancora sui tipi di animali. Abbondantissime le metafore (forse anche troppe, c'è una profusione di "come" e "come se"), e la presenza dei colori è assolutamente centrale (d'altra parte era anche pittore): nel primo racconto, Lingam, i colori - il nero, il rosso, il bianco, ripetuti per oggetti, sono espressione della creazione degli uomini; nel secondo racconto, Dalar si vendica, non solo c'è una grande quantità di animali, ma i colori - ancora una volta - il rosso, il blu, il verde, il nero - aiutano a caratterizzare personaggi e a dare colore alla vendetta del protagonista nei confronti del tradimento della moglie (nonché ai diversi tipi di morte che vorrebbe infliggerle).
Ma, dopo aver camminato due volte su e giù per le lunghe file e aver sperimentato dentro di sé tutte le pene di morte possibili, non trovò tra tutte le forme di morte atroci una morte sufficientemente crudele per sua moglie. Non la morte rossa, il fuoco, che potesse consumare gli uomini; non la morte nera, la peste, con i suoi bubboni; non la morte blu, la follia, con le sue smorfie contratte; non la morte gialla, la fame della tigre, con le viscere in bocca; quella che Dalar cercava per Elida non la trovò tra le trecentosessanta forme di morte. (p. 22)
Un altro racconto splende d'oro, Il coolie Kimgun: qualsiasi cosa venga descritta qui non sfugge al colore, come metafora di speranza, di emancipazione, ma anche di corruzione e arroganza. L'azzurro e il blu dei racconti successivi, Il giardino senza stagioni e Nella luce blu di Penang, invece, simboleggiano la purezza dei pensieri, l'innocenza, e la follia, l'ossessione.
Insomma, in via generale, l'estremo descrittivismo dell'autore restituisce la ricchezza di scenari che, all'epoca, dovevano essere sconosciuti ai più in Occidente. I suoi personaggi sono persone comuni, servi, contadini, prostitute, mercanti, poveracci di ogni genere, che si muovono nei racconti come in un sogno, o meglio, come se le proprie vite fossero un limbo tra sogno e incubo.
Spesso le cose non finiscono bene, come nel caso della cortigiana di Nella luce blu di Penang o le due donne protagoniste di Likse e Panulla - che tanto richiamano gli spettri e gli spiriti yokai giapponesi; in altri casi la conclusione non è definitiva, a sottolineare la natura sfuggente della morale e di chi la opera nei racconti.
Lì i defunti vengono deposti sui tetti piatti delle bianche torri rotonde per essere mangiati dagli avvoltoi; un cadavere viene consumato in un'ora da quegli uccelli selvatici. Il morto parsi non deve né inquinare l'aria, né l'acqua, né il fuoco, né la terra, e non ottiene quindi altre sepolture se non quella nelle viscere di un avvoltoio. Là in alto, nei giardini sfarzosi attorno alle torri dei morti, le palme si stagliano ora nella luce serale come viti di ferro arrugginito nell'aria e gli stridi degli avvoltoi si levano come selvagge maledizioni, come il linguaggio della fame che attanaglia senza posa. Alle persone che festeggiano sul mare della sera le sgradevoli grida degli avvoltoi sono familiari quanto le loro stesse preoccupazioni. Uomini e donne guardano indisturbati e pacifici verso il languido tramonto, di cui ogni sera vengono a far parte i neri avvoltoi assieme alle tante ombre di persone, di cavalli e di carrozze lungo il percorso della passeggiata. (pp. 34-5)
I racconti, dodici in tutto, sono sfuggenti, volatili, ma al tempo stesso molto terreni e tangibili perché l'opulenza descrittiva di Dauthendey ci permette di immaginare con precisione i luoghi, l'aspetto delle persone, della natura, la presenza e la posizione esatta degli animali, un po' come se stesse traducendo in parole una fotografia o una dipinto.
Per chi ha già letto Hearn (ma anche la raccolta di racconti Gli schiavi di Satana edita da Add Editore, e in generale tutti i testi della loro collana Asia) lo stile dell'autore tedesco potrebbe risultare troppo carico, soprattutto sul versante metafore (ci sono dei passaggi dove si contano più "come" che verbi) ma il testo è figlio del suo tempo, e sorvolato questo dettaglio e concentrandosi sul contenuto, possiamo apprezzare lo sforzo di aver raccolto, ascoltato, trascritto tutte queste storie.
Immagino solamente la portata innovatrice che devono aver avuto questi racconti in Occidente nel XX secolo.
Deborah D'Addetta

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