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Nostalgia di un conflitto: "C'era l'amore a Sarajevo" di Gigi Riva

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C'era l'amore a Sarajevo
di Giga Riva
Mondadori, marzo 2026

pp. 228 
€ 19,00 (cartaceo)
€ 13,99 (ebook)

Sì, c'era l'amore a Sarajevo. C'era forse assai pace che in ogni altro luogo del mondo per pulsioni scatenate dall'idea di non esserci più domani, e allora vale la pena sperare nella chance di una scipita di felicità, nell'immortalità di un orgasmo o nella tenerezza infinita di un lungo bacio. [...] C'era l'amore a Sarajevo , nelle mille sue forme e declinazioni possibili. C'era amore persino nella sua negazione fisica, nel suo rifiuto totale per ragioni che abbracciavano il rispetto sacrale ero la città e le sue sofferenze. Era amore pure quello. (p. 50, 51)

Può la nostalgia di un conflitto evocare mancanze per quello che si è stati? Inimmaginabile pensare alla guerra come un periodo felice, fatto di pulsioni e slanci vitali, eppure C'era l'amore nel ghetto diceva Marek Edelman, poco più che ventenne, quando guidava la rivolta nel ghetto di Varsavia. Un amore utile come testimonianza potente e forza vitale per sopravvivere e mantenere la dignità umana. Pensare che anche nell'epoca nazista ci fosse tenerezza umana, è un urlo disperato tra parole che non suonano armoniche tra loro, eppure, in quel ghetto, spaventato e dilaniato dal terrore, l'amore, racconta Edelman, rappresentava l'unica forma di resistenza passiva contro la disumanizzazione

Perché nessuno mai indaga sull'amore nelle cronache di violenza e guerriglia? 

Mentre il sipario degli anni Novanta si alza sulle macerie di Sarajevo, una folla di testimoni e obiettivi tenta di catturare l'orrore. Ma la telecamera è cieca sull'invisibile. Oltre il ronzio dei media, vibra la vita di chi cammina sul filo del rasoio, in un eterno presente dove il confine tra il risveglio e il nulla si è fatto sottile come polvere. 

Com'è il sapore di un giorno che non promette domani? 

È per il trentesimo anniversario dell'assedio di Sarajevo, avvenuto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina che Gigi Riva - inviato speciale tra i più autorevoli ad aver narrato la fine della ex Jugoslavia - fa sua l'espressione C'era l'amore nel ghetto in C'era l'amore a Sarajevo per raccontare un aspetto meno indagato di quei mesi di conflitto: non la morte, ma la pulsione di vita, i sentimenti profondi che nascono negli abbracci con la paura e la solitudine, quei sentimenti che non temono di dirsi "per sempre". C'è una strana perversione a dirsi felici in quei giorni, che è tutta dei sarajevesi, racconta Riva, nel ricordare quanto la vita come dono fosse preziosa e perciò necessaria, al contempo, di vita stessa. Se un conflitto è ricordato per le bombe, gli scenari apocalittici, la rabbia e il vuoto, è per l'opposto vitale che Gigi Riva racconta la storia di un gruppo di amici che dopo trent'anni dall'assedio decide di rincontrarsi al solito posto in memoria dei tempi che furono. 

Tutto inizia con un messaggio secco, un richiamo alle armi della memoria: "Ti aspettiamo". Carlo, inviato di lungo corso, si mette in viaggio verso Sarajevo per chiudere i conti con i 1425 giorni che hanno ridefinito la sua esistenza. In C’era l’amore a Sarajevo, Gigi Riva ci conduce nel cuore di una notte leggendaria - una festa carica di alcol e ribellione - per poi scaraventarci nel presente grigio di una città divisa dai nazionalismi. I personaggi che Carlo ritrova sono i resti di un naufragio: amici che hanno resistito ai cecchini ma che sono stati sconfitti dalla pace. Attraverso l'amore incompiuto per Jagoda e il ricordo di figure storiche come il generale Divjak, emerge una verità disturbante: la guerra nei Balcani non ha insegnato nulla. Resta solo la nostalgia per quel senso di fratellanza totale che fioriva sotto il fuoco e che oggi, nell'indifferenza del dopoguerra, sembra l'unica cosa vera mai esistita. L'anniversario come spietato strumento di analisi: è questo il cuore del ritorno di Carlo a Sarajevo. Trent’anni dopo il conflitto, il giornalista attraversa una Bosnia che ha scambiato l’utopia cosmopolita con la deriva etnica. Il romanzo di Gigi Riva esplora il lato oscuro della resilienza: la nostalgia dell'assedio. Non è la celebrazione della violenza, ma il rimpianto per un'intensità emotiva che la corruzione del presente ha reso irraggiungibile. La parabola del bar Le Mans, passato dall'essere il rifugio di una comunità eroica a teatro di un mesto capodanno, diventa metafora di una generazione che ha perduto sia il passato che il futuro. 

Il panorama era mutato ma chissà perché ci illudiamo sempre, tornando in un luogo, che sia esattamente come lo abbiamo lasciato. Soprattutto che siano uguali le persone che lì abbiamo lasciato. Come se volessimo ritrovare non solo loro, ma anche un noi stessi di ieri perché guardando indietro, ci vediamo sempre più felici, migliori. (p. 19)

Tra le pagine del racconto e le macerie di quelle anime spicca l'ombra di Jagoda, un amore mai consumato da Carlo per eccesso di rispetto e oggi divenuto il simbolo di ciò che poteva essere. È il paradosso più atroce: il rimpianto dell'assedio, quel tempo terribile in cui, per restare vivi, bisognava amarsi con una verità che la pace ha tragicamente smarrito. Tornare a Sarajevo per Carlo è anche riprendere le redini di un rapporto che poi, non si è mai interrotto del tutto, un anelito di vita, il loro, utilissimo per sognare un domani lontano e leggero. C’è un’immagine che definisce l’amore tra Carlo e Jagoda: due persone che si tengono per mano in una stanza senza luce, mentre fuori il mondo esplode. Non è l’amore dei film, è l’amore dell'urgenza. In una Sarajevo dove il domani è un’ipotesi remota, il sentimento non ha tempo per i corteggiamenti lenti; eppure, paradossalmente, tra loro si instaura una castità quasi sacrale.

Carlo, è un giornalista, un osservatore che non può permettersi di farsi travolgere dal caos, costretto a una continua vagante dimora, sceglie consapevolmente di non legarsi a niente e nessuno. Jagoda è la grazia ferita, una poetessa che vive l'assedio con la dignità dei giusti. Il loro legame nasce al bar Le Mans, tra chi progetta una rivolta e chi sfida le granate con un rumoroso brindisi. Lui teme che il sentimento di lei sia solo un riflesso della paura e non vuole "approfittare" della vulnerabilità di una donna che vede in lui lo straniero con il passaporto e la via d'uscita in tasca. Lei cerca una certezza, un atto di possesso che la radichi alla vita. Ma Carlo, per un eccesso di rispetto che col senno di poi somiglia a un errore, resta sulla soglia. Durante il racconto, l'autore, grazie a delle interruzioni a ritroso, rende noto a un certo punto della storia, l'atteso reciproco "darsi" di queste due anime che finalmente soprassiedono al conflitto morale per godersi il loro tempo sospeso. I due si posseggono, si amano e si fondono l'uno all'altro senza mai però dare un appuntamento concreto alla realizzazione di quel rapporto. 

Non c'è da farla tanto lunga. È persino ovvia la tendenza di noi essere umani a eternizzare. Soprattutto i sentimenti. Abbiamo bisogno di crederci, altrimenti sarebbe impossibile dare un senso alle relazioni. Anche un attimo può essere per sempre. Dipende da che significato diamo al tempo. Ti ho inseguito per vent'anni e quanto è successo altro non è che l'ultimo capitolo di una storia già molto, molto lunga. Per me è già per sempre. (p. 145)

Trent'anni dopo, il ritorno di Carlo a Sarajevo, è un pellegrinaggio verso quel "non detto". Ritrova Jagoda non più come la ragazza della festa al bar, ma come una donna che ha dovuto ricostruirsi sulle macerie di un'attesa finita male perché tornare da lei significa capire che la guerra non ruba solo la vita, ma anche il diritto di sbagliare i tempi dell'amore. Jagoda è la Penelope di Ulisse, che aspetta fiduciosamente il suo amante, ma che a differenza dell'abile tessitrice, decide di fare un figlio con un altro, trascinandosi un pegno d'amore che sarà incalzante poi per tutta la vita.

C'era l'amore a Sarajevo, nonostante il buio e le disperate speranze, e forse c'è ancora, ma oggi ha il volto stanco di chi ha smesso di aspettarsi miracoli. Trent'anni dopo l'assedio, la città non è più l'epicentro di un'epopea, ma lo specchio di una normalità tradita: le ferite sui palazzi sono state stuccate, eppure quelle nelle anime dei sopravvissuti restano esposte, aggravate da una pace fatta di corruzione, divisione tecniche e silenzi pesanti. Oggi che la luce è tornata in città e il gas scorre nei tubi, quella fratellanza si è sregolata sotto i colpi dell'individualismo e del disincanto. Sarajevo resta lì, sospesa tra il ricordo di un amore assoluto nato tra le macerie e la rassegnazione di un dopoguerra che ha rubato il futuro. Chi torna oggi cerca tra la folla quegli sguardi accedi di trent'anni fa, consapevole che la vera tragedia non è stata solo la guerra, ma scoprire che si era più felici quando si aveva tutto da perdere, tranne l'altro. 

È in questo squarcio tra memoria e realtà che si comprende il destino di chi ha vissuto l'assedio: il ritorno non è mai un arrivo ma un eterno confronto con l'anima del lugo dove tutto succede perché di tutto è capace. 

Serena Palmese