I fratelli Meraviglia
di Matteo Cavezzali
Mondadori, 2026
€ 19,50 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)
Forse perché a sedici anni non si ha paura di nulla, forse perché la guerra ti mette addosso un'irrequietezza difficile da domare. O forse solo per evadere da quel mondo che non riconosceva più. Ma all'improvviso lo attraversò un pensiero che si faceva via via più insistente: doveva ritrovare Alfredo. (p. 97)
In una Ravenna ancora in larga parte contadina, nel pieno dell’era fascista che ha ridefinito il tempo e vorrebbe controllare vite e pensieri, Alfredo e Franco crescono orfani di padre, educati dalla madre a impegnarsi e a dare sempre buona prova di sé, tanto che «nel borgo li chiamavano “i fratelli Meraviglia”, […] perché erano belli e sempre in ordine» (p. 25). Completamente diversi nel carattere (irruente e pieno di energia il minore, più pacato e pensoso il maggiore), i due ragazzi sono però legatissimi e capiscono molto presto che la loro forza è proprio nell’unione.
Non è facile, durante il Ventennio, maturare un pensiero autonomo, critico rispetto ai valori somministrati
come una medicina a scuola e nelle organizzazioni giovanili che colonizzano il
tempo libero. Franco, tuttavia, per natura inquieto e refrattario alle regole,
si mostra più spesso ribelle, irridendo tutti quei rituali che gli sembrano
rigidi o insensati. Molto più diligente, per intrinseca serietà più che per
reale convinzione, è invece Alfredo. Ed è proprio lui, già diciottenne, ad
essere arruolato allo scoppio della
guerra, mentre il fratello, per la prima volta, viene lasciato indietro.
Da qui si innesca l’azione narrativa, perché Ravenna prima, e poi Ferrara, dove la famiglia si è trasferita in cerca di lavoro, in un primo momento sono lambite solo tangenzialmente dalla guerra, di cui arrivano echi attraverso i radiogiornali o le sempre scarne e censurate lettere di chi è partito. La situazione cambia quando l’Italia diventa campo di battaglia, dopo l’armistizio e l’8 settembre. È più o meno in questo momento che Alfredo cessa di dare notizie.
Quando furono trascorse tre settimane senza nessuna notizia di Alfredo, qualcuno osò dargli voce: «Scomparso». Alfredo era scomparso. Lo Stato versava nel più totale dissesto, non si sapeva più chi comandava, l'esercito si era sfaldato come una cimice schiacciata dalla ruota di un carro, quando è ormai impossibile capire dov’era stata la testa e in che punto erano state attaccate le zampe. Le comunicazioni ufficiali erano contraddittorie: si pensava che alcuni militari fossero entrati nelle file della Repubblica Sociale, altri fossero passati a sostenere gli alleati, altri ancora si fossero dati alla macchia. Che ne era stato di Alfredo? (pp. 93-94)
Con il cuore lacerato dall’ansia, ma certo nel profondo che il fratello sia vivo, da qualche parte, Franco decide di lasciare la madre e i soli luoghi che ha conosciuto per andare a cercarlo.
Si rese conto, con un senso di smarrimento, di non aver mai davvero scelto nulla. Le cose erano semplicemente accadute. E lui aveva lasciato fare, come si lascia che la corrente trascini un remo caduto. (pp. 114-115)
Quella di partire, in un’Europa prostrata ma ancora sobbollente, è la prima decisione che il giovane prende senza che gli sia stata imposta dall’esterno, la prima scelta di libertà. Se da un lato questo lo terrorizza, poiché gli spalanca dinnanzi un baratro di incertezza, dall’altro è il punto di partenza di un percorso – fisico e mentale – di maturazione. Da Padova a Udine, da Danzica fino a una Berlino devastata dai bombardamenti, e infine alle miniere di carbone nei pressi di Hannover, i suoi passi procedono al ritmo della sua crescita. Non a caso il tema del viaggio è connesso a quello della narrazione, due strumenti ugualmente in grado di aprire porte, e forse salvare anime, come improvvisamente realizza Franco, nel trovarsi per caso tra le mani una copia consunta del Viaggio in Italia di Goethe:
Forse era quello il significato del libro, come diceva Goethe alla fine del suo racconto: “Lo scopo di questo mio magnifico viaggio non è quello d'illudermi, bensì di conoscere me stesso”. I libri, le storie, pensò Franco, possono farci scoprire e conoscere solo quello che è già dentro di noi. (p. 161)
Il movimento di Franco è contrapposto alla staticità di Alfredo, che scopriamo essere stato deportato a Bergen-Belsen come internato militare, e che osserva dall’interno le brutture del lager e la sorte di chi, come gli ebrei, si colloca persino al di sotto di lui nella scala gerarchica dei campi nazisti. Svuotato progressivamente di ogni risorsa psichica e fisica, Alfredo si mantiene vivo grazie alla memoria e alla scrittura, con cui registra ogni evento in caratteri minutissimi su un taccuino nascosto. Questo filo si fa sempre più sottile quando viene trasferito nella città mineraria di Lehrte, dove il lavoro massacrante nelle viscere della terra sembra precipitare i prigionieri in un’anticamera dell’inferno.
Entrambi i fratelli, ciascuno a suo modo, si aggrappano ai valori che possiedono, seminati in profondità e
germinati nel terreno aspro della guerra, a sorreggerli come una forza interiore che si rivela loro nei
momenti delle massime asperità. Al contempo, però, è grazie a una serie di
circostanze fortuite, che spesso li agevolano, che le loro strade finiscono per
tornare a incrociarsi.
Alcuni espedienti adottati da Matteo Cavezzali vorrebbero muovere
la struttura narrativa: la presenza di una cornice che riporta al presente e fa
del racconto un lungo flashback, il
cambiamento della focalizzazione nella seconda sezione, lo stacco temporale del
capitolo finale… tuttavia la trama
rimane lineare e, associata a una
sintassi prevalentemente paratattica, rende la lettura accessibile anche a un pubblico giovane.
Il romanzo si inserisce in un genere molto fortunato negli ultimi anni: il romanzo di formazione con ambientazione storica, in questo caso associato al tema famigliare, presente su un duplice livello: quello interno, legato allo sviluppo della trama, e quello della matrice autobiografica della narrazione. Una scelta simile è stata fatta, di recente, anche da Antonio Albanese, con La strada giovane, che ha diversi elementi in comune con questo volume: il viaggio attraverso un’Italia distrutta e lacerata negli ultimi scampoli del conflitto mondiale; gli effetti dell’armistizio e del cambiamento delle alleanze sui soldati e sulla popolazione civile; il percorso di scoperta della falsità delle ideologie, del tradimento delle promesse della retorica nazionalista; anche il focus su una gioventù di estrazione sociale umile strappata all’ordinarietà rassicurante delle vita precedente, contadina o artigiana, per essere gettata in pasto alla guerra. Anche in Cavezzali, per esempio, torna il tema del pane associato ad antichi valori travolti dalla logica bellica:
Franco faceva fatica a immaginarselo con il fucile spianato, all’assalto di una trincea. Non era il tipo. Era più facile vederlo con le mani infarinate, mentre impastava una torta al testo, dosando gli ingredienti come un alchimista. Quando parlava del pane – della crosta, del profumo, del fuoco a legna – sembrava declamasse dei versi. (pp. 116-117)
Centrale, naturalmente, è il topos del ritorno, della riscoperta progressiva di un mondo che prova a restituirsi a una normalità, pur nelle ferite, evidenti ovunque, nei luoghi e nelle persone. Forse l’affezione per la storia di famiglia rende però difficile all’autore sacrificare elementi del racconto, quindi il ritmo rallenta e indugia nell’ultima parte, soffermandosi su aneddoti che avrebbero in qualche caso potuto essere selezionati o condensati.
È questo, alla fine, a determinare il tono e l’impressione della lettura: I fratelli Meraviglia racconta una storia bella, in cui si avvertono forti l’implicazione e la tenerezza dell’autore e che inevitabilmente commuove, soprattutto nelle pagine conclusive. Al contempo, la natura della vicenda narrata e il desiderio di fedeltà, che Cavezzali giustifica esplicitamente nell’ottica di una – sensata, onesta – devozione alla memoria, le tolgono un po’ di energia narrativa. L’esplosione di colori dei pappagalli, liberi in volo sopra le macerie di una Berlino distrutta, promessa dalla bella immagine di copertina, non si ritrova nella forza di una narrazione che rimane, volutamente, semplice. Ci sarà chi in questo troverà un limite del romanzo, chi vi vedrà invece un pregio. E ciascuno avrà, a suo modo, ragione.
Carolina Pernigo
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