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“Scusa il disordine”: il precariato della Gen-Z nella penna irriverente di Agnese Scapinello

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Scusa il disordine
di Agnese Scapinello
8tto Edizioni, 25 febbraio 2026 
 
pp. 144  
€ 15,00  (cartaceo)
€ 7,49 (ebook) 
 

Si rese improvvisamente conto che non le piaceva lavorare e la cosa per un attimo la spaventò. Lavorare. Non era in fondo ciò che il mondo si aspettava da lei, l’obolo da pagare al Capitale, la naturale conseguenza di tutto il tempo passato a studiare cercando di dare una risposta a quella fatidica, puerile domanda: cosa vuoi fare da grande? (p. 42)

Originale e tagliente, Scusa il disordine (8tto Edizioni) di Agnese Scapinello, autrice trentenne di Treviso, colpisce per temi e stile. La narrazione alterna racconti, micro-narrazioni e inserti poetici: tra questi frammenti, Scapinello mette in scena, nelle sue molteplici declinazioni, il disagio generazionale dei giovani adulti e la loro difficoltà a trovare un posto nel mondo («Mi costa ammetterlo, il pensiero è nauseabondo, / non ho ancora trovato il mio posto nel mondo», p. 74). 

Affrescando scenari lavorativi ai limiti del distopico, lautrice dà voce a un dramma che rimane tuttavia leggibile e arguto, filtrato da un convincente uso dell’ironia e interessanti soluzioni linguistiche («Non avrebbe dato in pasto a quelle fauci grondanti di saliva la coscia di una risposta succulenta», p. 39). Tra sorriso e riflessione, il “romanzo” – tale è definito nella terza di copertina – riesce nell’intento di comunicare un messaggio di indiscutibile attualità: dov’è il futuro che è stato promesso ai giovani? In un’età in cui sempre più adulti iperqualificati accettano compromessi umilianti pur di non poggiare le «chiappe laureate» (p. 66) sulla poltrona dei disoccupati, il “disordine” rappresentato da Scapinello riflette quello di una generazione intera:

Troppo brillante per un lavoro normale, troppo orgogliosa per accettarlo, troppo povera per poter vivere di ciò che le piaceva fare senza cedere il passo alla necessità di un’entrata fissa. (p. 22)


«Dottoressa cum laude.»
Facevano 3 € l’ora.
«Ottime doti relazionali e proprietà di linguaggio.»
Nessun contributo versato.
Nessun giorno di ferie.
Nessun permesso per malattia.
Full-time, dal lunedì al venerdì. Disponibilità per alcuni sabati al mese.
E si rese presto conto che di quel mondo di sedie e scrivanie era l’ultimo, piccolo, inutile poggiapiedi. (p. 35)

Dare voce al precariato, lavorativo ed esistenziale, dei giovani adulti in un libro  scritto, peraltro, con buona dose di consapevolezza e sale letterario  è certamente uno dei meriti dell’ultima pubblicazione di Scapinello. Se però ci si sposta sul piano narrativo, si riscontrano alcuni ostacoli alla comprensione. Anzitutto, la difficoltà di chiarire se ci troviamo nell’orizzonte teorico di un romanzo o piuttosto in una raccolta di racconti da intendersi come autonomi. Questo dubbio non si pone nelle prime cinquanta pagine, dove è evidente il profilo di una protagonista femminile  ora si presenta come “io”, ora come “lei  alle prese con un sistema lavorativo svilente e maschilista rispetto al quale si dilata la sua incompresa solitudine.

Questa coerenza, però, è destinata a incrinarsi nel prosieguo della narrazione. La comparsa imprevista di protagonisti maschili (“lui”), di scene di coppia e ambientazioni più eterogenee, fino a toccare temi legati all’immigrazione, coglie il lettore alla sprovvista. L’armonia che rendeva le prime pagine trascinanti e chiare negli intenti e nello stile si screpola, dando l’impressione che l’autrice abbia caricato il libro di troppi spunti. Questa impressione pare rafforzata anche dalla struttura: poco più di 130 pagine di testo suddivise in sei sezioni, ciascuna composta in media da cinque prose. Una segmentazione quasi manieristica che, unita alla dilatazione tematica, finisce per produrre un effetto dispersivo e attenuare la grinta delle pagine iniziali.

Nel complesso, Scusa il disordine è un testo originale che annuncia una penna promettente – come rivela la prima parte, dove la centratura tematica è netta e il messaggio più incisivo. Il libro può certo diventare un buon punto di partenza per aprire discussioni tra giovani adulti sul lavoro, sulle aspettative tradite e sulla difficoltà di trovare un posto nel mondo. Resta, però, una lieve punta di amaro per un disordine che, oltre a essere evocato dal titolo e legittimamente rappresentato, ha forse finito per compromettere la coesione narrativa e, in parte, la piena riuscita del lavoro.

Giulia Tardio