Atto di famiglia
di Alessandra Carati
Neri Pozza, 2026
pp. 172
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Non c’è niente di più indecifrabile di una coppia, può diventare una specie di caos dove tutto sembra perso. Nel mezzo, i bambini. (p. 147)
Nel nuovo romanzo di Alessandra Carati i protagonisti non hanno nome: sono il padre, la madre, la bambina. Ciascuno è imprigionato nel suo ruolo, apparentemente così netto, in realtà sfaccettato, complesso, inafferrabile.
Lui è
relazionalmente insicuro, dominato da desideri che non riesce a gestire, né
tantomeno a confessare; è un padre affettuoso e presente, ma è debole, e non
riesce ad affrontare le situazioni – o la moglie – con la risolutezza
necessaria, né a respingere appieno un’accusa infamante e terribile. Lei è una
donna in carriera, spregiudicata, presenta tratti di narcisismo ed è
ossessionata dall’idea del controllo, ha un passato segnato da una madre
rigida, anaffettiva, di cui si trova a replicare i gesti, quasi suo malgrado.
La bambina invece è l’oggetto del
contendere, non è soggetto, almeno fino a quando
l’autrice, in un punto già molto avanzato del volume, non le restituisce spazio
e voce.
A ciascuno dei
personaggi è dedicata una sezione e nell’alternarsi
dei punti di vista a essere diversi non sono i fatti, che difatti si
ripetono, bensì le percezioni, la lettura che se ne dà, i moventi che vengono
disvelati. Atto di famiglia non è
certo il primo romanzo che adotta questo tipo di struttura. L’intelligenza
autoriale di Carati sta nel modo in cui sceglie di non offrire visioni nettamente contrastanti, di non presentare la
verità come una medaglia a due facce.
Nel passaggio
delle sezioni, negli slittamenti di
tempo che propongono, dilatando il quadro narrativo dalla crisi della famiglia alla sua dissoluzione, fino ad arrivare
all’età adulta di quella che
inizialmente era solo una bambina, non cambia l’idea che ci si è fatta dei
personaggi, si allarga solo la precisione del ritratto, aumentano le sfumature,
e nessuno ne esce intatto.
Ciascuno si porta dietro il peso dei propri fantasmi, che risultano però tutt’altro che assolutori, anche se tanto il padre quanto la madre tendono a leggerli in quest’ottica, o a deresponsabilizzarsi sfruttando quelli dell’altro. Mentre il padre sembra paralizzato, incapace di agire, la donna è invece più subdola, rancorosa.
[La bambina] è allucinata dalla presenza della madre. La madre, di fronte alla faccia della bambina, non percepisce nulla. Il padre tace, pieno di spavento. (p. 120)
La donna, soprattutto, si ripete di agire «senza premeditazione», o «senza considerare le conseguenze», ma sottilmente ammette il proprio rapporto flessibile con la verità. E più passa il tempo, più è vendicativa, collerica, aggressiva, fisicamente e mentalmente, e non solo con il marito. È disposta a tutto pur di tenere con sé quella figlia che aveva voluto solo in parte, ma che ora diventa segno tangibile di una rivalsa, di un predominio, vittima privilegiata del suo tentativo di inquadrare il mondo entro confini precisi, e rigidi.
E se anche mentiva per omissione, era per una specie di fedeltà a sé stessa. […] In fondo importava che quella cosa fosse successa? Bastava che potesse essere successa. (p. 86)
Uno dei temi sottotraccia alla narrazione sembra essere proprio questo. La verità viene continuamente riletta, ridetta, e muta forma, si fa sfuggente, a un tratto si realizza che ne esistono molte, o nessuna. I protagonisti appaiono ombre inquiete e allucinate, come i “Sei personaggi” di Pirandello, disperatamente in cerca di qualcuno in grado di raccontare la loro storia. Anche per questo, forse, i quattro capitoli che costituiscono l’opera scorrono in parallelo, ciascuno con una sua citazione in epigrafie. Potrebbero quasi essere romanzi autonomi, e invece costituiscono un atto unico, il rapido, ripido, abisso di una famiglia cui rimanda anche il titolo.
Ciascuno dei personaggi non abdica alla propria versione, che porta avanti dalla prima all’ultima pagina, e tutte sono reciprocamente incomunicabili.
Dentro di sé, percepiva una verità impossibile da formulare. […] Tutti noi desideriamo che chi amiamo sia libero e, allo stesso tempo, sottomesso al nostro controllo. Chi nega questo semplice fatto mente. (pp. 110-111)
Nella guerra che si consuma, in una violenza ora sottile, ora abbacinante e sconvolgente, sprazzi di interpretazione del reale emergono dalle voci esterne, dai documenti riportati (gli avvocati, il giudice, l’ausiliaria, il coordinatore genitoriale…). Su queste tracce si metterà la bambina diventata giovane donna, e infine adulta, nel tentativo di dare un senso al proprio passato, mai vissuto in prima persona, sempre subíto, agito da altri. Passata attraverso il tritacarne della sua famiglia disgregata, i cocci di vetro che i genitori hanno seminato intorno a sé mentre facevano terra bruciata per non lasciare risorse al nemico, è difficile per lei restare intera, integra. Ecco perché si taglia, nel segreto della sua stanza, e distrugge di sua mano la vita in cui si trova proiettata. Il suo corpo non è un tempio, ma almeno è suo. La furia che la divora dall’interno si proietta verso l’esterno, iconoclasta e distruttiva, reclama giustizia e compensazione per ciò che le è stato negato. Non è più una bambina inerme, ma resta fragile, si difende come può. Non può sfruttare per affrontare la propria età adulta ciò che le è stato sottratto, o mai dato.
Come poteva spiegargli che lei non aveva denunciato i fatti – i fatti non c'entravano niente – denunciava le parole non dette, l'assenza di tenerezza, il mancarsi. C'era un tribunale che poteva stabilire quanto valessero? Questo avrebbe voluto domandargli. (p. 135)
C’è qualcosa, nell’analisi lucida dei sentimenti, anche i più sgradevoli, da parte di Carati, nell’acume emotivo che è sempre la forza dei suoi romanzi, che ricorda la Ferrante de I giorni dell’abbandono. In questo caso, però, nessuno dei genitori riesce a riscattarsi, e l’immagine iniziale si cristallizza in un giudizio, in un sottile senso di disagio che prova il lettore, come sempre accade di fronte alla buona letteratura che guarda in faccia temi difficili. La narrazione si fa in più punti claustrofobica, perché delinea una situazione che sempre più pare senza via d’uscita. «Morirò bambina», pensa a un certo punto la figlia, che bambina non è più da molti anni. «Morirò bambina – pensa – perché non ho mai lasciato l’infanzia. Ho sofferto così tanto che ci resterò per sempre» (p. 145). Proprio in questa ferita si nasconde però il varco, che Carati non nega mai ai suoi personaggi, soprattutto quelli che hanno subìto troppo – torna alla mente a tal proposito il finale, straordinario, di E poi saremo salvi.
La possibilità di salvezza, in questo caso, sta nel rinunciare alla fuga, nell’accoglienza di ciò che è stato come parte di sé. Non nel rinnegamento nella rabbia, ma nella trasformazione della rabbia, ancora distruttrice, in energia vitale, fuoco che divampa e purifica. In questo modo una donna può ridefinirsi non più esclusivamente in quanto figlia, ma come individuo, e in quanto tale essere restituita a se stessa.
Carolina Pernigo
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