El hombre
di Guillermo
Arriaga
traduzione
di Pino Cacucci
Bompiani,
febbraio 2026
pp. 848
€ 26 (cartaceo)
€ 11,99
(ebook)
Maledetta la guerra che ci facevamo tra apache e messicani. Maledetta, maledetta, maledetta. Eppure sarebbe stato così semplice, voi da qui a là, noi da qui a qua. E invece no, c’erano gli allevatori messicani che volevano più terra, e dagli e dagli, e i fottuti apache che gli arrostivano le palle per poi lasciarli sbudellati ma ancora vivi appesi agli alberi. Che cazzo di bisogno c’era. (p. 524)
Monumentale.
È questa la parola che meglio riassume e descrive l’ultima opera di Guillermo
Arriaga, autore messicano che dal 2018 viene portato in Italia da Bompiani. La
casa editrice ha infatti tradotto, prima attraverso Bruno Arpaia e poi con Pino
Cacucci, tutti i suoi ultimi romanzi: Il
selvaggio (2018), Salvare
il fuoco (2021) e Strane
(2025). Chi ha letto tutti questi testi individuerà proprio nell’ultimo del
2025 un nuovo approccio stilistico di Arriaga. A una scrittura lineare – pur intervallata da salti temporali – l’autore ha preferito uno un flusso di coscienza
incentrato sul protagonista, con una sovrabbondanza di subordinate e una
carenza di punti. Come già riportato nell’articolo relativo a Strane, la
complessità rispecchiava la mente del protagonista e il suo desiderio di
conoscenza.
La sperimentazione
stilistica non fine a se stessa ma anzi calata interamente nel romanzo è tipica
anche di El hombre. Qui troviamo infatti ben sei punti di vista diversi,
tutti ambientati in altrettanti periodi storici e caratterizzati da sei modi di
scrivere e parlare. D’altronde la storia è complessa: semplificando potremmo
dire che El hombre parla della nascita del capitalismo negli Stati
Uniti, e di come questo processo si sia intersecato con la guerra messico-statunitense
che ha portato all’acquisizione di oltre metà del
territorio messicano. Il romanzo, però, affronta almeno altri due temi
fondamentali per comprendere parte della storia statunitense e messicana dell’Ottocento:
il rapporto di questi due Paesi con i nativi americani e con gli schiavi africani.
Per poter
affrontare tutti questi aspetti, Arriaga si cala nei panni dei suoi
protagonisti. Innanzitutto crea un personaggio destinato a diventare leggendario,
quell’Henry Lloyd che attraversa tutto il libro e che rappresenta il
capitalismo più sfrenato, cinico e inarrestabile. In tutte le oltre ottocento
pagine di El hombre infatti troviamo quantomeno le tracce di Henry
Lloyd, all’anagrafe Jack Barley, per comprendere come un ragazzino povero e
senza speranza in un futuro possa diventare – con la giusta determinazione, i giusti
incontri e la giusta dose di violenza – il capostipite di una famiglia talmente potente da poter influenzare le
politiche interne degli USA.
È proprio Herny Lloyd al centro di uno dei sei punti di vista che caratterizzano la narrazione (uno dei due in terza persona, quasi che a Lloyd si voglia dedicare una sorta di racconto storico, di documentario). Gli altri cinque sono dedicati a personaggi appartenenti alle più disparate etnie e rappresentano tutte le classi sociali: troviamo infatti la narrazione dello schiavo Jeremiah che, dopo essere stato rapito da bambino dal proprio villaggio natale, decide di non parlare mai la lingua degli schiavisti e finisce per diventare il braccio destro di Lloyd, l’unico padrone che tratta lui e gli altri neri come esseri umani e non come cose. Troviamo un secondo schiavo, Jonas Adams, che invece decide di acculturarsi attraverso la lettura per poter trovare posto in mezzo ai bianchi. Ma troviamo anche la dirompente narrazione di Virginia Wilde, figlia del proprietario della più grande piantagione di cotone dell’Alabama, innamorata persa di Henry Lloyd fino ai suoi ultimi giorni. Abbiamo poi il racconto in prima persona di Rodrigo Sanchez, nipote di un feroce proprietario terriero che, dopo la guerra, si ritrova a nord del nuovo confine stabilito dal trattato di Guadalupe Hidalgo. E infine abbiamo la voce contemporanea, che sposta di oltre cento anni in avanti tutta la narrazione, portandola al 2024, dove troviamo Henry Lloyd VI, il professor McCaffrey e il rampollo di una delle famiglie più ricche d’America, Peter Jenkins, imbarcarsi nel complesso tentativo di ricostruire la genealogia familiare di Henry Lloyd. Quest’ultimo punto di vista è ciò che fa da collante: tramite lo stratagemma della ricerca storica a fini accademici, infatti, Arriaga unisce i punti sparsi nelle oltre ottocento pagine che compongono il libro, conferendo a tutta la vicenda di Lloyd, della guerra messico-statunitense e dello schiavismo dei contorni ben precisi, come solo il senno di poi e la narrazione storica sanno conferire.
Tutti questi punti di vista, i diversi stili con cui vengono affrontati e i continui salti temporali rendono la lettura di El hombre una vera sfida, che richiede molto tempo, altrettanta pazienza e notevole concentrazione (soprattutto nei capitoli dedicati a Virginia Wilde, dove non è presente punteggiatura alcuna). Arriaga è però un autore attento, preciso e in grado di creare immagini potenti e durature. Chiunque vorrà immolarsi a questa impresa sarà ripagato da un’epopea che ha il sapore dell’epica cosmogonica e resterà, una volta voltata l’ultima pagina, con un senso di soddisfazione sulla lingua destinato a durare non poco.
David
Valentini

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