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Una tragedia contemporanea: "La gabbia" di Flora Giuliano D'Errico

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La gabbia 
di Flora Giuliano D’Errico 
Bompiani, 2026 

pp. 336 
€ 19,00 (cartaceo) 
€ 9,99 (ebook) 

Flora Giuliano D’Errico esordisce nel panorama della narrativa contemporanea con La gabbia, recentemente pubblicato da Bompiani; un romanzo al quale l’intreccio potente di presente e passato, il nesso inscindibile di amore e morte, il divampare di passioni impetuose – siano esse di tipo politico o sentimentale – conferiscono l’intensità di un dramma antico (del resto, i due fratelli protagonisti si chiamano Elettra e Oreste), reso ancora più toccante dalla scrittura piana e diretta dell’autrice, dal suo modo limpido di raccontare

La trama, sviluppata su due piani temporali, segue in parallelo le vicende di Elettra nel 2017 e di Oreste nel 1977. 
Proprio nel 1977, nel contesto degli anni di piombo, Oreste, militante nelle file dell’estrema destra, appena sedicenne, era stato ucciso brutalmente («…era stato trovato nel parco dell’Appia Antica con una pallottola nel cuore», p. 22), mentre il colpevole non era mai stato assicurato alla giustizia. 

Di questo periodo («gli anni dell’idea», p. 51), D’Errico ci offre una ricostruzione ‘dall’interno’, ovvero dal punto di vista dei giovani estremisti di entrambe le fazioni, mettendo bene in evidenza il clima dell’epoca, come quello di una guerra permanente, infiammata da frequenti attentati, occupazioni, scontri armati con le forze dell’ordine e tra opposti schieramenti. 

La morte di Oreste aveva condizionato tutta la storia della famiglia («quell’unico, orribile evento dal quale è dipeso tutto il resto», p. 300), anche quella di Elettra, benché all’epoca dei fatti lei avesse solo quattro anni. 
I genitori, tramortiti, l’avevano cresciuta infatti in modo tale da neutralizzarne i desideri, da cancellarne le ambizioni, così da metterla (e mettersi) al riparo da eventuali rischi o pericoli:

 L’avevano resa una figlia che non dà problemi. (p. 61) 

Quelle dell’educazione e del passato si configurano pertanto come delle ‘gabbie’ che imprigionano la protagonista. Ma Elettra è anche ostaggio di un corpo che non accetta per le sue forme generose e ha scelto di vivere un’esistenza appartata (la «claustrazione», p. 129), in una casa che viene più volte chiamata «monastero» o «ritiro», cioè in una sorta di carcere senza via d'uscita. 

Non ha più interesse per l’eterna speranza di trovare il grande amore. Meglio non insistere e darsi solo al lavoro. Meglio anche evitare aperitivi e cene, dove non è mai a suo agio, le serate nella folla chiassosa e isterica, le inaugurazioni, i convegni e quelle circostanze che considera fatte di parole vuote. La casa è il posto dove sta bene. 

Eppure, dopo la morte della madre e, a distanza di poche settimane, del padre, il passato, invece di lasciarla libera, sembra bussare alle porte della sua vita: dapprima prende la forma di due vecchie scatole di lettere e foto che la riportano indietro nel tempo e le infondono il desiderio di approfondire la conoscenza del fratello, limitata fino ad allora a qualche frase fatta e a una sola immagine: 

Oreste, con lo scorrere degli anni diventava un’icona lontana, irraggiungibile. Solo adesso lo ha ritrovato, come vivo, in due grandi scatole piene zeppe di lettere e foto. (p. 13)

Ora che Elettra può cullare la sembianza di Oreste con gli occhi, sfoglia ogni giorno quelle foto come fossero petali. (p. 14) 

Quindi, il passato si incarna in Claudio Bonanni, detto Il conte, un affarista romano, di bella presenza, con un certo carisma, che quarant’anni prima aveva condiviso con Oreste il periodo più caldo della militanza politica nel Movimento studentesco. 
È l’inizio di una storia d’amore travolgente, che si rivelerà, però, l’ennesima gabbia. L’amore è un’esperienza determinante per Elettra, esattamente come, anni prima, per suo fratello era stata la passione per una coetanea di nome Daniela. 

I due fratelli, infatti, senza saperlo, si somigliano, «nello sguardo attento, in certe prese di posizione» (p. 223), nel loro «orgoglio impulsivo» (p. 174). 

«Certo che tu mi ricordi davvero tanto Oreste», risponde l’uomo dall’altre parte, come inseguendo un pensiero nato in quel momento. «Ti infiammi di colpo. E poi, però, torni subito normale. Anche lui faceva così». (p. 58) 

E non si tratta solo di una somiglianza fisica o caratteriale: mentre dolorosamente Elettra ricostruisce gli ultimi mesi e gli ultimi giorni di vita di Oreste, riportando a galla scenari inediti e scomode verità, le loro traiettorie, continuano a intersecarsi, quasi a completarsi, in un crudele gioco del destino, che ha il sapore di una tragicissima nemesi.

Elide Stagnetti