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Il tempo che resta: vivere, ricordare, resistere in “Quando le gru volano a Sud” di Lisa Ridzén

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Quando le gru volano a Sud
Lisa Ridzén
Neri Pozza, aprile 2025

Traduzione di Laura Cangemi 

pp. 327
€ 20 ( cartaceo) 
€ 9,99 ( ebook) 

Che cosa accade quando non siamo più capaci di svolgere le normali attività quotidiane e di essere autonomi? È questa la domanda che risuona leggendo Quando le gru volano a Sud di Lisa Ridzén.

In un piccolissimo villaggio svedese abita Bo, un uomo anziano le cui giornate sono scandite dalle passeggiate con il cane Sixten e dalle visite degli infermieri che lo aiutano a lavarsi e a preparare da mangiare. Quella di Bo sembra, a tutti gli effetti, una parabola che scende verso l’inevitabile conclusione della vita: la morte. Eppure, in lui non c’è rassegnazione, ma ancora voglia di vivere e di far valere le proprie ragioni, anche quando tutti sembrano convinti di sapere cosa sia meglio per lui, a partire dal figlio Hans, con cui Bo ha un rapporto complesso, fatto di “non detti”, specialmente da quando la madre è stata ricoverata in una clinica perché affetta da una demenza irreversibile. Hans e Bo hanno un rapporto conflittuale che non trova un compromesso: da una parte il figlio e dall’altra il padre, tanto simili quanto distanti. C’è però una differenza sostanziale: il padre di Bo è stato un uomo e un genitore anaffettivo, tanto da far scappare Bo poco più che adolescente; al contrario, quindi, del protagonista, che vorrebbe riavvicinarsi al figlio fino a quando le forze e la mente glielo potranno consentire.

Guardo nostro figlio cinquantasettenne. Non c’è nulla di paragonabile al compito di educare un essere umano. Non ci aveva avvertito nessuno, prima che tu restassi incinta. Che sarebbe stato così difficile. Come possibile che qualcosa di così naturale come fare un figlio sia tanto complicato? (p.168)

Bo cerca di opporsi con tutte le forze alle decisioni del figlio, tentando di far emergere quella volontà che lo ha guidato per tutta la vita; ma sembra che nulla valga più quando si è anziani. Cosa rimane, allora? Il passato e il ricordo. Il tenero protagonista viaggia tra ieri e oggi, rievocando i primi incontri con la moglie, la nascita di Hans e quella della nipote Ellinor. Ricordare diventa un conforto quasi tangibile, un modo per prendere atto di “aver vissuto davvero”, ma non solo: anche la famiglia che si è costruito e quella d’origine, che dai suoi racconti sembra seguire le stesse orme, tornano con forza. Quella di Bo è una riflessione profonda sulla vita, la morte, l’amore e l’amicizia (in particolare quella con Ture, l’ex collega della segheria), che racconta un’esistenza straordinariamente comune, simile a quella di ognuno di noi, tanto da spingerci a chiederci cosa succederà quando mente e corpo non si muoveranno più allo stesso ritmo («Abbasso subito lo sguardo. Sebbene non sia certo la prima volta che mi aiuta, mi vergogno [...]», p. 15).

Il romanzo di Lisa Ridzén è una storia che avvolge, commuove e intenerisce; una lotta silenziosa contro la solitudine — condivisa solo con il fedele Sixten — e contro la lenta ma inarrestabile riduzione della propria libertà. È un libro che rompe il muro dell’emarginazione, donandoci un senso di familiarità verso gli anziani che oggi, forse, sono percepiti come membri quasi superflui della società. È così che la storia di Bo potrebbe essere quella dei nostri nonni: un monito gentile che ricorda come, dietro la fragilità di un corpo che tradisce, batta ancora un cuore capace di desiderare, di ribellarsi e di amare. Lisa Ridzén restituisce dignità a quel tempo sospeso (e lontano) che chiamiamo vecchiaia, trasformandolo da una lenta attesa della fine a un ultimo e orgoglioso atto di presenza nel mondo. L’autrice, recuperando gli appunti degli assistenti domiciliari del proprio nonno, è riuscita, con grande sensibilità, a far immedesimare il lettore nella storia di Bo, e allora il titolo Quando le gru volano a Sud assume un altro significato, che travalica il semplice riferimento naturalistico per assumerne uno ben più profondo e delicato: quello dell’autunno della vita.

Prima non facevo mai così, non rimuginavo e non mi facevo venire l’ansia per questo o quello. Adesso invece ogni parte della mia vita è fragile. D’un tratto provo un moto di tenerezza nei confronti dell’uomo allo specchio. Quanto è dura la vita degli essere umani, per la miseria. (p. 268)
Giada Marzocchi