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"Oligocrazia. Il potere sono io" di Alfonso Celotto: cosa significa decidere?

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Oligocrazia. Il potere sono io.
di Alfonso Celotto
Bompiani, marzo 2026

pp. 208
 19 (cartaceo)
 9,99 (ebook)

Oligocrazia di Alfonso Celotto ha diversi piani di lettura. Si tratta di un'autobiografia, di una cronaca sulla storia moderna dell'Italia, di una descrizione dei meccanismi di funzionamento delle Istituzioni e del potere decisionale, e - forse - di un celato (nemmeno tanto) manifesto sull'esercitare ciascuno il proprio potere. Come sostiene lo stesso autore, l'attività dello scrivere un libro è piacevole, non soltanto per l'ego, ma anche per chi legge, perché così ha modo di proiettare nel testo ciò che ritiene. Compresa me.

il potere che cos'è...

«Così come capita spesso da noi, stavano diventando tutti renziani (come eravamo stati tutti berlusconiani e saremmo diventati tutti 5 stelle e poi tutti meloniani» (p. 131). Max Weber, da una prospettiva sociologica, definisce il potere (Macht) come la possibilità di far valere la propria volontà entro una relazione sociale. Celotto cala l'astrazione della sociologia all'interno del contesto che per antonomasia detiene ed esercita il potere, quello politico-istituzionale; ne riduce il campo d'azione al ristretto gruppo che orbita attorno ai Ministri, ovvero capi dei gabinetti e capi degli uffici legislativi. Esistono i volti del potere troppo esposti pubblicamente da essere immanenti ed esistono le menti del potere, non hanno una vita mediatica. E infatti sopravvivono a lungo. L'intero testo è scandito da aneddoti molto interessanti su come il potere si sostanzi sul diritto, sulla burocrazia e sui rapporti interpersonali, un elemento senza l'altro non regge la sfida del sistema.

L'ascensore sociale

Alfonso Celotto nasce a Castellamare di Stabia, come ripeterà più volte in Oligocrazia, quasi a guardarsi costantemente indietro per confermare a se stesso la strada fatta, figlio di un padre meccanico, nipote di un nonno benzinaio. Si laurea in giurisprudenza a Roma e, in giovanissima età, vince un concorso in Banca d'Italia, posizione che abbandonerà dopo poco per cominciare la lunga carriera come capo dell'ufficio legislativo prima e capo gabinetto poi, per Ministri di destra e sinistra, da Emma Bonino a Roberto Calderoli, per governi eletti e tecnici. La cosa che gli è riuscita meglio nella vita, dice, è sempre stata studiare. In tal senso, Oligocrazia è anche un'autobiografia che si avvicina al concetto di ascensore sociale (assente da tempo dal dibattito pubblico), quello introdotto dopo il boom economico e teorizzato trent'anni prima da Sorokin, per il quale un individuo ha diritto e possibilità di modificare lo status di origine attraverso studio, merito, impegno e condizioni sociali strutturate in tal senso.

"non lo famo ma lo dimo" (potevo citare "il gattopardo", ma boris rende meglio)

«Molto meglio attivare un gruppo di studio. Far scrivere un po' di articoli, così da poter raccontare che hai studiato come fare. Nel frattempo è passato un anno, il governo cade e tu hai fatto ancora bella figura. Ti eri preparato a fare e la politica con i suoi tempi te lo ha impedito. Bravo Ministro! Hai esercitato bene quel frammento di potere». (p. 34)

Per chi lavora nella Pubblica Amministrazione, dagli amministrativi ai funzionari, dai portieri ai baristi delle caffetterie presenti in ciascun edificio, la questione dell'immobilismo volontario, è ben nota. L'immobilismo volontario è una palude in cui sguazzare allegramente per alcuni, una zavorra che spegne qualsiasi entusiasmo per altri. Lo racconta molto bene Celotto, attraverso una serie di episodi, svelando (parzialmente) l'anatomia metodologica della paralisi che deve risultare movimento. Ci sono proprio modalità, procedure, tecniche, competenze, rituali, esibizioni, semantica, talenti naturali e talenti acquisiti, tutto finalizzato all'unico grande e comune obiettivo di non dare mai forma alle cose, originando un universo metafisico, che a me da sempre fa pensare alla teoria di Platone sulla distinzione tra mondo delle idee e mondo sensibile.

Un giorno (non oggi) sarebbe interessante scrivere un manuale su come affrontare le riunioni/recita pur senza aver mai consapevolmente frequentato l'Accademia Silvio D'Amico.

MA QUINDI, SE QUESTI SONO I MECCANISMI, AMBIRE AD ESERCITARE IL POTERE PUÒ ESSERE RITENUTO DISDICEVOLE?

A questa domanda l'autore risponde tra le righe del testo, a volte più esplicitamente a volte meno. Lo fa attraverso le parole e attraverso esempi pratici. Ci descrive le sue esperienze professionali con Emma Bonino, Fabrizio Barca, persone impegnate, serie, competenti, ostinate, ma soprattutto persone libere. Anche dal potere. Usa spesso termini come passione, entusiasmo, curiosità, le leve che lo hanno mosso e le muovono. Racconta di tutte le volte che, non sentendosi parte di un progetto, è andato via, ha dato le dimissioni. Si deduce con sufficiente chiarezza dove batte il cuore dell'autore (e non mi riferisco a destra e sinistra), ma a quel posto che si avvicina al concetto di servizio pubblico, che si allontana da quello di asservimento, che si basa sulla fedeltà a se stessi.  

La riflessione sul potere personale che si può esercitare come contrappeso a quello sistemico sembrerebbe essere oltre che un elogio all'impegno, al saper fare, alla responsabilità, anche un inno al potere che solo la coscienza libertà è in grado di darci: «Perché faccio parte dei senza cognome e il mondo del potere ha semplicemente bisogno di noi, molto più di quello che si possa pensare.» (p.158)

Rossella Lacedra