Milady non è un’eroina da riabilitare, né un’icona da assolvere. È, piuttosto, una figura da rimettere al centro della narrazione, sottraendola alla semplificazione che per secoli l’ha ridotta a maschera del male. Con Milady, Adélaïde de Clermont-Tonnerre compie un’operazione letteraria ambiziosa e rischiosa: prendere uno dei personaggi più demonizzati della letteratura occidentale e restituirle una voce, un corpo, una genealogia del dolore.
Il romanzo si apre in una notte gelida, con l’arrivo di una bambina alla porta di padre Lamandre. Non è ancora Milady: è Anne, una creatura stremata dalla fame e dal freddo, incapace di parlare, ma già segnata da un’esperienza di abbandono e violenza. L’ingresso nel mondo avviene subito sotto il segno della minaccia, in una scena che mette in chiaro la postura del libro: la sopravvivenza non è mai innocente, e il corpo femminile è fin dall’inizio un territorio esposto. Quando Anne si trova davanti all’uomo che irrompe nello spazio che credeva sicuro, la percezione si fa trappola:
Dovrebbe alzarsi e correre, invece resta immobile con il cuore che le batte forte, presa in trappola. (p. 11)Questa immobilità non è debolezza, ma l’effetto di un mondo che ha già insegnato a non fidarsi di nessun rifugio. Clermont-Tonnerre costruisce così una Milady che non nasce criminale: lo diventa per necessità, per apprendimento, per adattamento. La violenza non è una scelta morale, ma una competenza acquisita.
Vent’anni dopo, Anne è diventata Milady, donna ricca, desiderata, temuta, nel pieno di un matrimonio sontuoso, che la dimensione pubblica del potere non coincide mai con una pacificazione interiore. La cerimonia religiosa, anziché offrire redenzione, mette in scena una frattura insanabile: Milady non chiede perdono, perché ha smesso di credere nella clemenza di Dio e degli uomini. Il sacro diventa decorazione, mentre la coscienza resta sola:
Entrando in chiesa, non implorai il perdono di Dio, avevo perso ogni fiducia nella sua clemenza. (p. 257)In questa pagina si concentra uno dei nuclei più interessanti del romanzo: la perdita di ogni orizzonte morale che non sia quello della sopravvivenza. Milady non è empia per provocazione, ma perché l’esperienza le ha insegnato che la legge, divina o umana, non protegge chi nasce dalla parte sbagliata del potere. Il matrimonio, anziché salvarla, diventa un altro dispositivo di esposizione, un palcoscenico in cui il corpo femminile viene celebrato e insieme controllato.
È però nella prigione che il personaggio raggiunge la sua forma più radicale. Privata della parola, ridotta a corpo sorvegliato, Milady continua a esercitare l’unica arma che le resta: l’intelligenza adattiva. La scena della cella, con il cibo portato come favore e insieme come umiliazione, mostra con chiarezza il meccanismo di dominio maschile: il disprezzo passa attraverso lo sguardo, il linguaggio, il giudizio estetico. Quando l’uomo che la osserva la riduce a “bruttona”, la risposta di Milady non è una difesa morale, ma una constatazione brutale della realtà materiale: «È offensivo immaginare che una bruttona come te possa spacciarsi per mia moglie.» [...] «Ho fame» (p. 327).
In questa battuta secca, quasi disarmante, si condensa tutta la filosofia del romanzo. La fame, fisica, primaria, scavalca ogni insulto, ogni costruzione simbolica. Clermont-Tonnerre mostra come il potere maschile operi attraverso la degradazione, ma anche come Milady abbia imparato a non rispondere sullo stesso piano. Non chiede pietà, non chiede giustizia: chiede di vivere un altro giorno.
Milady è dunque un romanzo sulla trasgressione, ma soprattutto sulla sopravvivenza. Restituendo profondità psicologica a un personaggio condannato dalla tradizione, Clermont-Tonnerre non riscrive I tre moschettieri: ne attraversa le zone d’ombra, mostrando ciò che la narrazione classica ha espulso. Il risultato è un ritratto potentemente contemporaneo di una donna che, in un mondo dominato dagli uomini, impara a usare le stesse armi che la opprimono.
Non c’è assoluzione in questo libro, ma c’è comprensione. E soprattutto c’è una domanda che resta aperta fino all’ultima pagina: quanta colpa attribuiamo ai singoli, quando il sistema è costruito per schiacciarli? Milady non chiede di essere amata. Chiede di essere guardata, finalmente, senza menzogne.
Alessia Alfonsi
.png)
Social Network