Klimt. L’arte più grande
a cura di Philippe Thiébaut
L’ippocampo, 2025
pp. 124
€ 29,90
Sin dai primi tempi in cui Klimt si afferma come artista
decoratore di punta della Ringstrasse viennese, si può intuire la ricerca, l’inquietudine espressiva,
che porterà di lì a pochi anni alla Secessione,
alla rottura con una forma d’arte
percepita come ormai sterile e vetusta.
Il giovane pittore, cresciuto in una famiglia di orafi e studente brillante
alla Scuola di arti applicate, ha ben appreso a non distinguere qualitativamente arti maggiori e arti minori, a
farle dialogare nella sua opera. Da qui deriva la prassi di «integrare il soggetto in una struttura ornamentale» (p. 16), di
ricercare la precisione del tratto,
di anteporre il disegno al colore, e
al contempo di riuscire a «ritrarre
figure nude in maniera al contempo fredda e sensuale» (p. 17).
Klimt cessa di ricevere commissioni pubbliche, in compenso si pone
alla guida di un gruppo che assume una posizione di rottura rispetto al canone
accademico e vuole imporre un nuovo modo
di intendere l’arte. La locandina che pubblicizza la prima mostra della
Secessione si fa anche manifesto ideologico: «il tema, Teseo che combatte contro il Minotauro sotto l'egida di Atena,
è emblematico di tutta una generazione in rivolta contro un universo culturale
considerato obsoleto» (p. 33). Se tra i numi tutelari del nuovo movimento
spicca una Atena terribile e giudicante è perché l’ambizione alla ricerca di una più profonda forma di verità passa
attraverso un canale arduo e difficile, non immediatamente accessibile ai più.
Non si deve dimenticare che nella Vienna del tempo il dibattito sulla dimensione oscura dell’erotismo era centrale, anche in virtù degli studi più recenti di Krafft-Ebing, Weininger e Freud. Klimt se ne abbevera e lo riversa nelle sue opere sin dalla sua giovinezza. La morte per lui è sempre presente, in quanto elemento costitutivo dell’essere umano, e aleggia minacciosa anche sulle rappresentazioni apparentemente più serene, come i ritratti della Speranza, o Le tre età della donna. Le sue opere fanno ampio ricorso a elementi simbolici: il Simbolismo è infatti per Klimt un modo per esprimere i temi universali che gli sono cari, e che ricorrono trasversalmente e sotterraneamente nelle sue opere, anche di epoche diverse, creando una sottile trama di riferimenti. In questo, il volume curato da Philippe Thiébaut è attento nel creare sezioni che restano aperte e in continuo dialogo, che si compenetrano nella trattazione di un artista impegnato in una continua esplorazione del senso del proprio agire.
i suoi paesaggi testimoniano un approccio tutto personale. Di primo acchito, non sembrano avere molto in comune con gli altri generi – l'allegoria e il ritratto – coltivati dal pittore. Inoltre, non vi è traccia di presenza umana, neppure ridotta a mera silhouette. (p. 98)Nonostante la vicinanza cronologica con la pittura degli Impressonisti, i paesaggi di Klimt mantengono un legame più forte con una dimensione evocativa e simbolista: spesso appaiono malinconici, introspettivi, rimangono se stessi, ma rimandano inevitabilmente anche ad altro. Anche quando il soggetto non è più la natura selvatica che circonda l’Attersee, dove il pittore trascorreva i mesi estivi, ma l’esplosione cromatica dei giardini in fiore, l’intento non è mai puramente descrittivo o rappresentativo:
Klimt resta un decoratore anche nel ritrarre la natura. Certo, dipinge i fiori […] per la loro bellezza, […] tuttavia la disposizione dello spazio circostante […] si allontana da ogni realismo per comporre una sorta di sfondo ornamentale. (p. 103)
Tali caratteristiche prenderanno progressivamente una forma più
definita in una specifica concezione della produzione artistica, che
allontanerà però Klimt dalla tradizione, tanto che le sue allegorie della
Filosofia, della Medicina e della Giurisprudenza verranno rifiutate con sdegno
dall’Università di Vienna: la sua rappresentazione
pessimistica della condizione umana contrasta troppo violentemente con «l’idea di progresso e il potere salvifico
delle discipline insegnate nell’ateneo» (p. 10).
In questo volume de L’arte
più grande, più che nei precedenti, l’apparato
critico che inframezza le diverse sezioni ha carattere di approfondimento, ed entra nel vivo delle opere
proposte, aiutando anche il lettore meno esperto a leggerle, a interpretarne
gli elementi visivi e le simbologie. Il Klimt della secessione è un indagatore del perturbante, un interprete della filosofia del suo tempo e
della crisi che questa indaga, e il
mito a cui continuamente si rivolge diventa uno strumento per parlare del presente. Questo vale anche per i
ritratti del femminile, sempre dominante, misterioso e inconoscibile,
sempre legato a un erotismo turbato e
sotterraneo, come nei casi di Giuditta
e Salomé, che vengono presentate come
«donne fatali contemporanee» (p. 35)
e al tempo stesso incarnano il nesso, per Klimt inscindibile, tra Eros e Thanatos.
Non è però solo all’ambito della ritrattistica che si dedica il
pittore austriaco: può risultare un dato straniante scoprire che circa il 40%
dei dipinti di Klimt è costituito dalla pittura
di paesaggio:
È proprio questa attenzione
all’ornamento che accompagna l’intera attività artistica di Klimt che rende
particolarmente prezioso questo volume targato L’ippocampo. Se quello dedicato
a Monet vedeva prevalere i toni dell’azzurro, e quello su Matisse i rossi, i
gialli e i blu accesi, questo Klimt è tutto d’oro, dalla copertina
al taglio delle pagine, passando attraverso gli inserti d’approfondimento. Nel dispiegarsi dei pannelli (orizzontali,
come nel caso del Fregio di Beethoven o
del Fregio di Palazzo Stoclet, o
verticali come per Il bacio o La vergine), o negli ingrandimenti dei particolari, il dettaglio decorativo viene messo in rilievo,
e apprezzato in sé, non solo come elemento compositivo del quadro d’insieme. In
questo modo si comprende appieno e si rende omaggio a un artista che è stato
unico, non solo nel panorama del suo tempo.
Carolina Pernigo
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