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«Che magnifica impresa la classe autonoma descritta con passione da Juline nel suo libro! Essere attivi e non passivi quando si impara: questa è la chiave! afferma entusiasta».
(Prefazione di Sylvie d’Esclaibes, L’insegnante che sussurrava ai ragazzi, p. 13)
Alunni distratti, demotivati, classi “spente” o, al contrario, troppo caotiche, bisogni educativi speciali: le sfide della didattica contemporanea sono molteplici e crescono di giorno in giorno; stare al passo con i tempi ed essere docenti efficaci richiede, dunque, non solo impegno, ma anche tanta curiosità e voglia di aggiornarsi, sperimentare nuove soluzioni ed il coraggio di mettere in discussione la didattica tradizionale e persino la propria metodologia.
È proprio di questo sperimentalismo e della
scelta coraggiosa di allontanarsi dalle soluzioni tradizionali che ci dà
testimonianza la storia di Juline Anquetin-Rault, fondatrice di una proposta
didattica innovativa, la “classe autonoma”, grazie alla quale la docente
e pedagogista francese, nel 2021, si è posizionata fra i dieci finalisti del “Global
Teacher Prize” della Varkey Foundation.
Da quel momento per il “metodo Anquetin
Rault” sono iniziate le conferme, e la proposta di Juline si è diffusa
velocemente in Francia con la pubblicazione del volume La prof qui
murmure à l’oreille des ados (Larousse 2023), che da pochi mesi è
“approdata” in Italia grazie alla pubblicazione di A scuola si impara dai
compagni - Edizioni Sonda – con
traduzione dal francese a cura di Fabrizio Florian.
Il volume, partendo dall’esperienza
personale dell’autrice come studiosa, docente, e formatrice, rappresenta una
valida riflessione sui limiti dell’insegnamento tradizionale e della lezione
frontale, proponendo strategie didattiche innovative, volte alla
realizzazione di un apprendimento attivo, partecipato, in grado di
valorizzare, nel contempo, il singolo e il gruppo.
L’obiettivo è la realizzazione di una classe autonoma, in cui sia dedicato ampio spazio al cooperative learning e al peer tutoring e ogni studente possa divenire consapevole, responsabile e protagonista della propria crescita. Nello sviluppo della sua metodologia, Juline Anquetin-Rault dichiara espressamente di ispirarsi principalmente al modello Montessori, rielaborandolo affinché possa essere efficacemente applicato agli adolescenti:
«La libertà della pedagogia Montessori era per me un pilastro essenziale, ma non potevo realizzarla completamente al CFA, dove avevo lezioni di un’ora e trentacinque minuti, un numero limitato di lezioni durante l’anno, un programma da seguire e un esame finale. In realtà, il mio margine di manovra era limitato. Ma ora sapevo che dovevo concentrarmi su un punto: adattare i materiali Montessori agli adolescenti» (p. 48)
In questo modello «l’insegnante fa un
passo indietro e lascia che gli studenti imparino da soli, utilizzando
attrezzature appositamente progettate per loro» (p. 48).
Ma se la libertà didattica gioca, nella
sua proposta, un ruolo fondamentale, la classe autonoma «deve anche insegnare ai giovani il
rigore, le regole, il senso di responsabilità, il superamento di sé stessi e la
perseveranza» (p. 50): la
condivisione di impegni e responsabilità, all’interno del gruppo, diviene
dunque essenziale.
L’organizzazione del lavoro è ben
scandita; per far comprendere in concreto il funzionamento della classe
autonoma, nel capitolo 3, La classe autonoma in pratica, l’autrice
si sofferma sulle tre fasi che rappresentano i momenti principali di ogni sessione
didattica: la lezione vera e propria, gestita dall’insegnante (25%
del tempo), la verifica delle conoscenze (25%) e i
laboratori svolti dagli studenti, a cui viene dedicato ampio spazio (50%).
Mentre le operazioni di routine (appello,
saluti, sistemazione dell’aula) corrisponderanno approssimativamente al 10% del
tempo.
Nella prima fase, che corrisponde alla classica
lezione, si dovrà rispettare il tempo massimo di concentrazione di un cervello
adulto, ovvero venti minuti, e presentare gli elementi e le informazioni
essenziali dell’argomento da trattare. «In questa fase
della lezione è necessario avere anche uno studente ‘maestro del tempo’, con la
responsabilità di garantire che la lezione non vada per le lunghe» (p. 59). Seguirà un momento di
verifica delle conoscenze, attraverso la somministrazione di quiz a risposta multipla
o vero/falso: a questo proposito – suggerisce Juline – potranno essere
utilizzate anche app per la didattica ludica o siti come Kahoot, che
aumentano sia la piacevolezza della lezione sia la motivazione del gruppo classe.
La terza e ultima fase è la più lunga poiché rappresenta il nucleo centrale dell’apprendimento secondo il “metodo Anquetin-Rault” e si ispira più direttamente agli insegnamenti della Montessori; l’attenzione si focalizza, infatti, sulla realizzazione di laboratori. Questo, per gli studenti, è il momento di maggiore libertà, autonomia e valorizzazione del singolo e del gruppo:
«Gli studenti possono frequentare i laboratori in qualsiasi ordine, quante volte vogliono, da soli o in gruppo. L’obiettivo è che ognuno possa lavorare secondo il proprio ritmo e nelle condizioni ideali. Alcuni sceglieranno di lavorare da soli per tutto l’anno, mentre altri preferiranno lavorare in gruppo. In genere, si rendono subito conto di essere più efficaci in piccoli gruppi di quattro persone che in dieci o dodici! Se lo desiderano, durante i laboratori possono anche scegliere di mettere le cuffie: alcuni studenti hanno bisogno della musica per concentrarsi meglio.» (p. 60)
In fase laboratoriale le correzioni del
docente vengono sostituite da schede di autocorrezione, custodite in un
raccoglitore a disposizione degli studenti e al posto delle valutazioni numeriche,
che spesso rappresentano la principale fonte di apprensione per gli
adolescenti, vengono sfruttati dei timbri con i quali l’insegnate
restituisce un feedback sul lavoro svolto per orientare gli allievi nel loro percorso: “Un piccolo sforzo in più”, “Buono”, “Molto buono”, “Eccellente”…
Nonostante l’impressione di leggerezza e
libertà, l’insegnante in una classe autonoma risulta comunque sempre presente
e svolge un’importante funzione di Tutoring: a lui spetta il compito di scegliere
i contenuti da utilizzare nei laboratori, di osservare la classe e le dinamiche di gruppo, scandire i tempi di
lavoro, indirizzare il comportamento del gruppo e aiutare gli studenti con
maggiore difficoltà nello svolgimento dei lavori: «Il quarto e ultimo ruolo dell’insegnante,
in una classe autonoma, è quello di aiutare gli studenti che hanno più
difficoltà, cosa che purtroppo non abbiamo il tempo di fare in una classe
tradizionale» (p. 64).
Anche per questo, la classe autonoma si
delinea come una soluzione inclusiva e adatta alle differenti esigenze.
Ma come organizzare al meglio le attività
laboratoriali? Come veicolare i contenuti catalizzando l’attenzione e la
motivazione del gruppo? Molteplici sono le proposte dell’autrice, che ci
confermano la sua esperienza come pedagogista e formatrice: per riportare
qualche esempio, l’uso di flash-card con
immagini e dati per la memorizzazione (che possono rappresentare ottime risorse
nello studio della geografia, della storia o delle lingue); bandierine degli
Stati da posizionare sulle mappe del mondo per un apprendimento più efficace
dei conflitti mondiali; mappe concettuali; lavagne cancellabili; giochi
didattici; laboratori di scrittura, teatrali et cet…
L’importante è che l’insegnante tenga
sempre in mente il suo obiettivo: «che il laboratorio funzioni, che insegni
qualcosa allo studente» (p. 81).
Per ispirare e orientare verso la
didattica laboratoriale i suoi lettori, Juline Anquetin-Rault inserisce, all’interno
del libro, un “quaderno pratico” che raccoglie alcune attività
sperimentate sul campo, atte a favorire la memorizzazione, il ripasso, e la rielaborazione
autonoma dei contenuti da parte degli studenti: una risorsa davvero preziosa per chi volesse sperimentare il
metodo “classe autonoma”.
Riflessioni significative sono poi dedicate alla formazione degli insegnanti – nella quale si evidenzia fortemente la necessità di rimettere la pedagogia al centro- e alla caratteristiche che dovrebbe avere la scuola del domani: un ambiente dinamico, con un maggior coinvolgimento dei genitori – ai quali l’autrice dedica anche un decalogo di consigli sull’educazione dei propri figli (pp. 111-112) – , e con docenti che sappiano arrivare non solo alla testa, ma anche al cuore degli studenti:
«Sogno una scuola in cui gli alunni siano accolti al mattino con la musica (come avviene già in alcune scuole), in cui possano giocare a scacchi o fare musica all’ora di pranzo, in cui ci sia un giornale della scuola e un gruppo di associazioni, in cui si organizzino cerimonie, giornate a tema, feste… La scuola dovrebbe essere un vero e proprio luogo di vita!» (p. 130)
Una scuola che sappia valorizzare al
massimo l’aspetto umano, non solo degli studenti ma anche degli insegnanti: «Dico spesso che
non insegniamo con ciò che diciamo, insegniamo con ciò che siamo» (p. 39).
Federica Malara

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