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Il fallimento dell'amore e la posizione del femminismo: tra autofiction e cultura pop, il saggio di Sofia Torre

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L'amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso
di Sofia Torre
minimum fax, gennaio 2026

pp. 149
€ 16 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

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Mi sentivo persa: il grande amore si era rivelato una fregatura, e io continuavo a raccontarmi come una vittima dei lasciti angoscianti che seguono i sentimenti travolgenti. Non volevo arrendermi alla possibilità di avere fallito: ammettere che non aveva funzionato avrebbe significato che non ero abbastanza brava e che, dunque, non ero degna d'amore. Ripercorrevo con la memoria i mesi trascorsi nel mio rapporto, li passavo in rassegna come una ricetta estremamente complicata, di cui era facile dimenticare passaggi importantissimi, rovinando il risultato finale per via dell'eccessiva dolcezza o della mancanza di sale. Non avevo voglia di uscire di casa e passavo tutte le mie serate rannicchiata sul divano a guardare con sospetto una tazza di tisana. Non mi truccavo da mesi e indossavo abiti accollati e informi che prima giacevano accuratamente nascosti in un angolo dell'armadio, dove nessuno avrebbe mai potuto scambiarmi per una venditrice di Bibbie. Inventavo scuse elaborate per rimanere sola e altre scuse ancora più elaborate per non uscire dalla fossa di tristezza e autocommiserazione che mi stavo scavando. (p. 12)

Sofia Torre, già autrice del saggio Cane di paglia, pubblicato da Einaudi nel 2023, e di molti articoli usciti su «Snaporaz», «Il Tascabile», «L'Indiscreto», torna in libreria con un altro saggio, anche stavolta prendendo a piene mani dall'autofiction. Dico di proposito anche stavolta, perché il testo edito da minimum fax è un prolungamento naturale di un articolo che l'autrice ha scritto per Il Tascabile nel 2021 dal titolo Contro l'utilità del sentimento amoroso

In quell'occasione Torre si chiedeva il significato dell'amore normativo - quello eterosessuale, monogamo - e la sua utilità, prendendo in esame film, romanzi, altri saggi, come quello di Jennifer Guerra, Il capitale amoroso (Bompiani, 2021). Nel suo, di saggio, Torre riprende quella struttura narrativa e si fa una serie di domande citando serie tv, libri, film, mescolando cultura pop a esperienze vissute in prima persona. 

Ciò su cui si concentra in modo particolare - dunque un macrocosmo in un altro macrocosmo - è l'eventualità che una storia d'amore finisca male, e per questo motivo il soggetto coinvolto, "la vittima", faccia esperienza di tutta una serie di pessimismi post-amorosi, come ci rivela il sottotitolo. Cosa succede quando l'amore delude? Come si deve comportare una persona davanti al fallimento? Ed è poi un fallimento tutto personale quando accade?

Sembrava non ci fosse modo di fuggire dalle conseguenze nefaste della sofferenza amorosa senza rimanere in bilico tra automortificazione e pretesa di empowerment senza sbocchi collettivi, una tendenza evidente nei romanzi e nelle rappresentazioni televisive à la page, da Sex and The City a Girls, passando per A Promising Young Woman e per l'amore eternamente teen e post-romantico dei romanzi di Sally Rooney. Ci innamoriamo, accettiamo una versione light del matrimonio novecentesco, la chiamiamo «decontrazione delle gerarchie e dei ruoli di genere» e ce ne lamentiamo, convinte che parlarne servirà a qualcosa. Tutelarsi sembra lo scopo finale dei sentimenti. (pp. 24-25) 

Il testo aggancia il discorso sul fallimento alle esperienze reali vissute dall'autrice: la classica storia eterosessuale monogama che non ha funzionato, l'amore per un uomo più grande e impegnato, la scappatella catartica con la booty call di turno, la relazione tossica con un'altra donna - che in teoria, se pensiamo alle promesse del femminismo, avrebbe dovuto essere un porto sicuro e in realtà si è rivelata ancora più difficile di un rapporto con un uomo - tutti questi racconti disseminati nel testo sono un appiglio per dirci una cosa importante e apparentemente scontata, ovvero che quando il disastro accade le persone cominciano a dubitare di se stesse e cadono, spesso, nel disamore e nell'autosabotaggio

Ma è poi vero che è un disastro quando un amore finisce?
Risposta difficile ma la domanda permette di aprire un ventaglio di scenari a posteriori. Difatti avvengono tutta una serie di reazioni naturalmente reattive che Torre include sotto il termine ombrello "pessimismo": l'elogio al lamento - ritenuto legittimo per chi soffre - la messa in discussione della validità della persona sofferente, il rifiuto di altre relazioni, la voglia di annullarsi e dormire tutta la vita, la speranza di trovare quello che si è perso ribaltando le variabili del rapporto amoroso - da etero a omosessuale - la nascita del dubbio sulle promesse del femminismo e del post-femminismo (soprattutto su quest'ultimo, l'autrice dedicherà lunghi paragrafi), la posizione del desiderio.

A partire da questi scenari, raccontati in prima persona analizzando gli sviluppi della relazione e la sua fine, l'autrice analizza film, romanzi, serie tv accomunati da rapporti amorosi difficili, spesso fallimentari, e chiedendosi: ma l'amore che utilità ha? E se avessimo altri strumenti per affrontarlo quando non funziona? 

Per le donne il sesso significa sempre qualcos'altro: stabilità o emancipazione, un lieto fine o un giro di vite. Ma quando il sesso è finito (o non c'è mai stato, come nel caso di I love Dick) di cosa è fatta l'ossessione? Di bisogno di sparire, di darsi all'oblio, di rifuggire dalle classificazioni e di fare schifo come la protagonista di Moshfegh? Sarebbe un sollievo scoprire che i tuoi rapporti sessuali e i tuoi desideri non dicono niente di te. Perché, se è vero che le modalità femminili di vivere i rapporti e il sesso sono stati a lungo un tabù e un mistero, è ancora più vero che oggi è molto difficile scovare un prodotto culturale che non ne parli senza trasformare tutto in una questione politica, profonda e possibilmente sovversiva. Tutto è così politico che alla fine non lo è nulla, tranne forse il lamentarsi. (p. 49)

Alcune sezioni, a mio avviso le più interessanti e centrate, seminano dubbi sulla bontà apparentemente assoluta del femminismo in relazione ai comportamenti che le donne debbano tenere in una relazione amorosa (o al suo termine): il femminismo ci ha insegnato a esigere la parità di diritti, fuori e dentro al letto, a esprimere liberamente il nostro desiderio sessuale, a svincolarci - se lo vogliamo - da rapporti esclusivi monogami e eterosessuali, ad abbracciare - sempre se lo vogliamo - la poligamia e forme di amore alternative, e ci ha insegnato anche che quando una storia finisce, quasi sempre è colpa dell'uomo.
Quindi la donna ha tutto il diritto di lamentarsi, diventare promiscua, maledire il patriarcato, diventare omosessuale (o comunque farne esperienza), smettere di desiderare di diventare madre e moglie, chiudersi in casa in pigiama 24 ore su 24, cadere in depressione, allontanare gli amici e così via.

Tutto giusto, se la vediamo dal punto di vista di una persona che soffre. Ma quello che apprezzo del saggio è che l'autrice non si ferma a questo assunto: le sue domande vanno un poco più in là, mettendo in discussione la validità di tutto quello che ho appena detto, e in un'ottica femminista

Nonostante l'accento posto sulla soggettività e gli effetti particolari di tutte le esperienze, nella scena che frequento sembra che esista un imperativo politico a sperimentare in prima persona pratiche poliamorose e queer. Chi non ha voglia di farlo, viene sanzionato. Quando Chomsky illustrava le possibilità democratiche di una società potenzialmente anarcoide e organizzata in piccoli centri comunicanti, Foucault protestava che anche all'interno dei piccoli centri sociali esistono dinamiche di potere e di repressione: all'interno di ogni società si creano, in ogni caso, dei rapporti di potere e delle gerarchie. Mi spiego meglio: l'impressione che si deduce dalle discussioni pubbliche negli ambienti di attivismo e di movimento culturale è che una brava femminista debba necessariamente sfidare l'ordine sociale eteronormativo fondato sulla coppia. Non si tratta semplicemente di doverlo comprendere, criticare e decostruire: bisogna vivere in prima persona, sulla propria pelle, le modalità non monogamiche, non vanilla e non eteronormate che si accettano come possibili. Che in questo modo smettano di essere possibilità e diventino norme, alla stregua di quelle mainstream ma con un tipo di utenza diverso, sembra passare sotto silenzio. (pp. 71-72)

Cosa fa di una femminista una buona femminista quando parliamo di relazioni amorose e della loro potenziale fine? L'autrice se lo domanda, e lo domanda a noi. Tutti abbiamo sperimentato la fine di un amore, uomini e donne: non credo esista qualcuno che non abbia sofferto per una storia finita male, di qualsiasi tipo (come credo che quasi nessuno sia stato esulato dal tradimento, altro tema che Torre analizza a lungo). Le reazioni a questa fine sono innumerevoli quanto le persone stesse. Ciò su cui si concentra l'autrice è il suo contraccolpo e come questo è stato visto dalle persone che la circondavano. E quindi, ritenendosi una femminista, i dubbi sorti sono stati parecchi.

Viene ritenuto femminista sperare di amare di nuovo un altro uomo? O aspettare il principe azzurro, ancora? Forse è più femminista dedicarsi all'amore con un'altra donna, chiudersi in casa a marcire, lamentarsi, deprimersi, perdere fiducia nel romanticismo. Il romanticismo in particolare è visto con estremo sospetto dal femminismo: una donna che abbraccia le istanze della comunità deve essere ferma, decisa, severa quando si tratta di relazioni amorose fallite in cui, ovvio, la colpa è sempre dell'altra parte.
Ma che vuol dire essere ferma, decisa, severa? Non lagnarsi? Lanciarsi a capofitto in un'altra storia, possibilmente omosessuale? Dire "che schifo il patriarcato" anche quando il patriarcato non c'entra niente? Devo ammetterlo: non è chiaro. E, personalmente, non mi sento più femminista se maledico gli uomini mentre sto soffrendo. Soffro lo stesso. E la stessa cosa succede se ho amato una donna. Non è la variabile del genere che semplifica la situazione. 

In via generale, ho trovato il saggio di Torre un buon saggio, che ha il pregio di sollevare delle domande legittime. Quel che ho avvertito, in più, del sentimento dell'autrice - e che, a mio avviso, si percepisce chiaramente nel tono del discorso - è un disamore nei confronti dell'amore. Che mi sembra anche piuttosto naturale considerato quello che racconta. Sottotraccia si percepisce anche una sottile rabbia, una critica al sistema, un disaffezione che riversa nella scrittura e nell'analisi delle cose, un'analisi puntuale, ragionata e anche - cosa che ho apprezzato molto - un po' fuori dal coro, perché non tutto ciò che viene dal femminismo è cosa buona e giusta. 

Deborah D'Addetta