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“Essere fedeli alla verità è una responsabilità vitale”: etica e lotta ne "Gli amanti di Franz K." di Burhan Sönmez

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Gli amanti di Franz K.

di Burhan Sönmez
Nottetempo, 2025

Traduzione di Nicola Verderame

pp. 120
€ 16.50 (cartaceo)
€ 11.49 (ebook)

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Commissario Müller: "Se è così, nemmeno la morte può salvare gli scrittori, può capitare loro qualunque cosa in qualunque momento".
Ferdy Kaplan: "Gli scrittori morti non hanno nessuno, se non noi lettori. La giustizia e la pietà sono entrambe nelle nostre mani, non in quelle dei tribunali" (p. 102)

Il signor K., F.K., con cui si apre il fulminante romanzo di Burhan Sönmez non è, dapprima, Franz Kafka. Non lo è, anche se la sua storia famigliare è complessa e conflittuale, se la sua identità è scissa. Neppure se si trova prigioniero dell’autorità, e della burocrazia dietro cui questa si maschera. È, invece Ferdy Kaplan, fermo in stato di arresto in una stazione di polizia di Berlino ovest per aver ammazzato uno studente. Il commissario Müller si trova, inquieto ma vagamente affascinato, di fronte al mistero che è questo giovane uomo, che professa la sua innocenza in virtù del suo senso moraleHo fatto ciò che la mia convinzione richiedeva. Ho fatto ciò che andava fatto», p. 11).

Tutto, nella sua vita, ha contribuito a portarlo in quel luogo, in quel momento: i genitori simpatizzanti del nazismo, la giovinezza a Istanbul, la passione politica… Inframezzati agli scambi dialogici fittissimi delle sedi istituzioni, si aprono scorci sul passato di Ferdy Kaplan, soprattutto sul legame con Amalya, amica d’infanzia, primo amore, militante, poi complice. Eppure nulla è semplice come potrebbe sembrare. Non è infatti la politica la radice di tutto. Lo è invece, come quasi sempre, la letteratura, che si diverte a mescolare le carte, a fare di un romanzo che vuole essere un estremo atto di amore a Kafka un romanzo veramente kafkiano. Surreali sono gli interrogatori, che si attorcigliano su di loro senza portare a nulla; surreale anche il processo, in cui l’imputato suggerisce inascoltato la via che inquirenti e giudice dovrebbero seguire, quella che porta non al ragazzo ucciso, ma a un vecchio che gli stava camminando accanto, e che è rimasto ferito nell’attacco. Quell’uomo non è altri che Max Brod, amico di Kafka, colui che aveva scelto di non rispettare le sue richieste testamentarie, pubblicando tutte le sue carte invece che distruggerle. Per la polizia questa è una questione delicata, ancora una volta per le implicazioni sul piano internazionale, in un’epoca in cui alle tensioni derivanti dalla Guerra Fredda si sommano quelle crescenti tra Israele e Palestina:

la Germania Ovest […] si troverebbe in difficoltà se si diffondesse la notizia che hanno sparato a un autore ebreo israeliano, i cui libri erano stati oltretutto messi al rogo proprio qui. (p. 35)

Le accuse di antisemitismo, della vicinanza di Kaplan a gruppi neonazisti, non potrebbero essere però più lontane dal vero. Per Kaplan, Brod non è colpevole in quanto ebreo, o in quanto autore, ma in quanto amico sleale, in quanto traditore delle promesse: «per la letteratura […] Brod ha commesso un peccato mortale: ha calpestato lo spirito di uno scrittore ignorandone le volontà» (p. 63).

La storia di Ferdy emerge progressivamente e cambia le ambientazioni, allargando le prospettive rispetto agli spazi asfittici della cella o dell’aula di tribunale. Il lettore viene trasportato in una Istanbul vivace e animatissima, «una magia», «la città più bella», e poi a Parigi, dove i gruppi giovanili fioriscono clandestinamente e provano a sanare i torti, rimarginare le ferite del passato. La prospettiva di Ferdy oppone il colore al bianco e nero di un’Europa prima distrutta e poi lacerata, le sfumature alle idee granitiche e nette di chi non accetta che un’unica visione del mondo, la propria. La poesia entra così di soppiatto tra le righe del verbale processuale, come elemento connaturato all’esistenza del protagonista. È stato il nonno, colui che gli ha insegnato a dipingere e a scrutare il mondo con sguardo attento, ad avvicinarlo a Kafka, e lui è Amalya l’hanno letto insieme, reso loro.

In che modo la nostra identità è plasmata da ciò che leggiamo, dall’arte di cui ci circondiamo?, sembra chiederci l’autore. Nonostante le pagine scorrano molto rapidamente nel fluire dei dialoghi, la lettura può scendere molto più in profondità di quanto non si possa pensare inizialmente: ogni personaggio appare infatti stratificato, e ciò che appare in superficie è solo la punta di un iceberg inconoscibile. Questo vale per la vittima, come per il colpevole. Ma anche per Franz Kafka. Il problema, semmai, sono le etichette univoche che l’esterno vuole imporre a tutti i costi. Più si procede nel romanzo e ci si addentra dentro il tema letterario, e il problema etico che porta con sé (l’arbitrio del singolo deve essere rispettato anche se questo comporta la perdita di un patrimonio artistico per l’umanità?), il confronto tra Kaplan e il commissario Müller diventa stringente, teso, sempre più filosofico. I due sono antagonisti concettuali, ma entrambi ricercano una qualche forma di verità in posizioni che paiono inconciliabili.

Ferdy Kaplan: “Signor pubblico ministero, io ritengo che siamo in debito con Kafka. Credo nell'eternità dell'anima e nel libero arbitrio della persona. Se qualcuno ignora l'eternità delle disposizioni di Kafka, dovrà accettare di essere punito […]”
PM: "Se Kafka è riconosciuto come figura importante, è per i suoi scritti. Se non avesse scritto niente, il suo nome non avrebbe significato niente. Tutto questo è stato reso possibile da Max Brod.” (pp. 70-71)

Nel commentare, durante una nuova seduta del processo, «la distanza tra la sua sedia e la mia è così grande che è davvero difficile capirci” (p. 74), Kaplan allude a due visioni del mondo antitetiche: da un lato quella della giustizia, meccanicistica e spesso asettica, che è però stata scrollata e messa a dura prova dalla storia recente (di cui è stata vittima anche la famiglia di Kafka, tre sorelle del quale sono morte nei lager nazisti); dall’altro quella della coscienza, animata da uno slancio ideale più profondo, orientata all’autodeterminazione dell’individuo a qualunque prezzo, quella stessa autodeterminazione che è stata così spesso negata prima e durante la seconda guerra mondiale. Non a caso il dibattito su Brod e Kafka, viene ricondotto in Francia a una forma della Resistenza, non solo quella storica, materiale, ma quella morale, che si oppone a chi pensa di poter decidere della vita e della volontà altrui.

Anche Brod, del resto, sembra avere un ruolo inaspettato, ambivalente, in una vicenda che, come spesso gli scritti di Kafka, si rivela un gioco di specchi, in cui la verità si frantuma e si ricompone come nelle immagini perennemente variabili di un caleidoscopio. Solo progressivamente, ad esempio, si chiarisce il significato del titolo, che nella traduzione italiana trae vantaggio dall’ambiguità grammaticale del complemento di specificazione, che può essere letto in chiave soggettiva o oggettiva. E difatti chi potrebbe essere più adatto come protagonista di un racconto di Franz K. di un altro signor K. e della donna che lo ama, e che lui ama?

Se una critica si deve muovere al romanzo è legata alla sua brevità: se la prosa, rarefatta, aumenta certamente la suggestione del lettore, d’altro canto alcuni aspetti restano non spiegati, o non approfonditi quanto avrebbero meritato, e alcuni personaggi non riescono ad acquisire pieno spessore, rimangono bassorilievi di una trama i cui dettagli non sono, forse volutamente, definiti. D’altronde a questo volume approderanno quasi certamente degli altri amanti di Franz K., altri individui che credono che la letteratura possa salvare, e che si debbano «difendere gli scrittori morti» (p. 114); altri soggetti che pensano che la vita sia strana, che la verità sia inconoscibile, e che sia necessario continuare a cercarla, pur non riuscendo a trovare tutte le risposte. Altri lettori che pensano che, dopotutto, vada bene così.

Carolina Pernigo