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«Tra agire male e agire il male la distanza non era così grande». Di fronte al "Naufragio" con Vincent Delecroix

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Naufragio
di Vincent Delecroix
Clichy, 2024

Traduzione di Fabrizio di Majo

pp. 140
€ 18,50 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

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«Siamo in guerra, sì, e io lo so benissimo: però non siamo solo in guerra. Siamo in mare. E siamo uomini. E anche il mare ha le sue leggi, anche l’essere uomini le ha, guerra o non guerra», proclamava il protagonista del romanzo di Sandro Veronesi e Edoardo De Angelis (recensito qui). E poi, ancora, «Noi affondiamo il ferro nemico, senza paura e senza pietà, ma l’uomo, l’uomo lo salviamo!».

Quanto diversa da quella di Comandante è invece la storia delineata da Vincent Delecroix. Agli antipodi rispetto a quella di Salvatore Todaro la mentalità della narratrice di Naufragio. Eppure la situazione di partenza è simile: uomini in acqua, destinati alla morte; qualcuno chiamato a soccorrerli; le leggi del mare, che non divergono di molto da quelle, più ampie e inclusive, dell’umanità. A far divergere le due vicende è un solo fattore: la scelta. Il peso di quest’ultima, per chi decide di voltarsi dall’altra parte («Non ti ho chiesto io di partire» è l’incipit durissimo) è però un assillo della coscienza che non può essere messo a tacere: così i corpi dei ventisette naufraghi morti continuano a tornare, sulla scrivania dell’ufficio della Guardia Costiera o nella tazza del caffellatte, per la narratrice, che ha raccolto la richiesta d’aiuto e ha deliberatamente deciso di non inviare i soccorsi. Il tarlo della vergogna, insieme al «Migrante, Quello del telefono, l’Uomo che affonda» che riemerge ogni notte nei suoi incubi e chiede di essere salvato, vanno di pari passo con la ricerca di alibi che legittimino la freddezza di quella prima risposta, del rifiuto di fare il necessario – e il dovuto. La donna, di fronte agli ufficiali che la interrogano quasi attoniti, accampa scudi di parole: l’esistenza di priorità, una oggettività valutativa della Marina che non dovrebbe implicare il senso morale, l’idea di una responsabilità che sta a monte, che il naufragio sia iniziato ben prima che quegli uomini, quelle donne e quei bambini si trovassero nella Manica, e che quindi sia, in buona parte, colpa loro ciò che è loro capitato… continuamente le sfugge (o cerca di sfuggire) il centro del problema:

La distinzione da fare non era tra un uomo che annega e un altro uomo che annega, ma tra i motivi, le cause che li hanno messi in quella situazione. La distinzione da fare è sul perché si parte, e questo spiega perché si parte in trenta su un guscio di noce e non da soli sul proprio First 24. E allora il problema sarebbe proprio il non fare distinzioni, che io sembri non capire che le situazioni sono diverse, che non si parte nello stesso modo e soprattutto non per le stesse ragioni e quindi anche nelle stesse condizioni. (p. 17)

Il quadro che emerge progressivamente dall’interrogatorio risulta particolarmente inquietante perché, ben oltre a un pilatesco rifiuto di farsi implicare, rivela una volontà attiva, un insieme di menzogne volte da un lato a non impiegare nel salvataggio i mezzi disponibili, dall’altro a rassicurare le vittime dell’arrivo di soccorsi che non sarebbero mai giunti. Anche il lessico utilizzato (ad esempio la necessità di «fare la selezione») rimanda con chiarezza a ben altri contesti e ideologie. Il confronto col nazismo, del resto, viene chiamato in causa consapevolmente dalla stessa narratrice, che si chiede come poter misurare la disumanità che le viene attribuita:

Suppongo che dire che […] ero una brava madre, […] che mi prendevo cura dei miei anziani genitori – suppongo che non bastasse, perché anche le guardie dei campi di concentramento amavano le loro famiglie. E dire che facevo semplicemente e coscienziosamente il mio lavoro, anche quello non bastava, dato che anche Eichmann faceva coscienziosamente il suo. (p. 44-45)

La focalizzazione interna ci porta a sprofondare sempre di più nella logica indifendibile della protagonista. È quindi solo nella reazione, sempre più inorridita, dell’ufficiale che sostiene l’interrogatorio di fronte all’inamovibilità dell’inquisita, di fronte alla razionalità distorta con cui giustifica la propria condotta inumana, che il lettore riconosce il proprio stesso sentire. La letteratura deve essere un colpo in faccia, una scura che cala sul mare ghiacciato che abbiamo dentro, un atto doloroso che buca l’indifferenza, sosteneva Franz Kafka. Questo volume, pur essendo molto breve, riesce nello scopo, ponendoci di fronte a un male sottile, ma pervasivo e letale, che vorremmo non ci riguardasse ma in realtà ci interpella nel profondo.

Alla narratrice serve sempre più ostinazione per negare quello che in fondo, sotterraneamente, inizia a sentire, ovvero che «in fondo, al di là di quelle spiegazioni e di quelle giustificazioni, c’era qualcosa di aberrante e di inesplicabile» (p. 61). Il fatto che la Capitana della Guardia Costiera le assomigli molto crea un involontario effetto di rispecchiamento: quello che ha luogo è un confrontarsi dell’inquisita con se stessa, con la coscienza morale che l’altra prova continuamente a chiamare in causa. Eppure non si dà mai un momento di sblocco e conversione, un momento di ammissione o contrizione. Si tratta di un confronto senza via d’uscita, in cui ambo le parti paiono irremovibili, e non sono date risposte facili, almeno fino a quando l’autore non mette di fronte al lettore un secondo punto di vista, che è quello diretto sul naufragio. Nella seconda parte del romanzo, complementare alla precedente, anche lo stile cambia: alla ricorsività si sostituisce una dolorosa essenzialità, lo scorrere inesorabile di un tempo eterno che è quello che impiegano i migranti ad andare a fondo mentre aspettano invano i soccorsi promessi. È lo sguardo sulla nuda tragicità di questa scena, che ne evoca altre che si consumano ogni notte, e ogni giorno, in quello e in altri mari, che permette di dare un senso pieno alla terza e ultima parte. Qui infatti la narratrice riprende la parola per dare l’ultimo affondo. Ci ricorda ancora una volta che la colpa non è sua, o quantomeno non è solo sua. Che la colpa – di questi e di altri morti, di questa e altre miserie – non è individuale, ma collettiva. Che attribuire una responsabilità nel caso specifico non assolve tutti gli altri. «Siete tutti lì», sentenzia a un tratto la protagonista, chiamandoci in causa mentre ci troviamo, scriveva qualcun altro, nelle nostre tiepide case. E su questa apostrofe improvvisamente vediamo dove Vincent Delecroix ci voleva portare, e ci chiediamo come abbiamo potuto non accorgercene prima, e ci sentiamo, per un attimo, come la protagonista, andare a fondo anche noi.

Carolina Pernigo