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"Hijra" di Saif ur Rehman Raja è la sfida ai dettami in un futuro di meticci

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Hijra
di Saif ur Rehman Raja
Fandango, aprile 2024

pp. 228
€ 16,50 (cartaceo)
€ 4,99 (eBook)


«Che io soffochi tra i monti di Belluno o che io anneghi nei bagni di sudore a Rawalpindi, nulla cambia. Due terremoti che continuano a spingermi di qua e di là. Mi studiano, servendosi di una lente che ingrandisce le mie diversità. Le indicano e mi gettano vita, dall'altra parte. I miei due paesi sono le racchette e io la pallina. Sembrano entrambi non volermi.» (p. 125)

Sentirsi di non appartenere a niente fa di sé un mezzo elemento da scartare via. Essere nel mezzo, non identificato, eclissato e non accolto in una comunità è la lotta politica più difficile da portare a termine. Stare in una guerra senza vincere alcuna battaglia è la sfida al bene che diventa male. Saif è uno di mezzo, quelli che a metà non valgono niente, un sacrificato e un falso uomo. Hijra è il suo romanzo d'esordio edito per Fandango, che racconta di un ragazzo in bilico tra due culture, ostaggio di un doppio pregiudizio, determinato a decidere da sé i propri desideri, sulla propria identità e sulla propria appartenenza.

Saif ur Rehman Raja compie attraverso la storia una narrazione di sé tra continui momenti passati e presenti. Parla, all'inizio, di sè come un bambino di origini pakistane innamorato della sua terra, della sua casa, della sua famiglia ma costretto a tradizioni troppo rigide per la sua singolarità. Saif è uno che ama la madre tanto da renderla suo unico punto di riferimento, odia il padre perché non lo vede mai e perché trasferito in Italia ormai da anni, anaffettivo, assente e arrogante, è per Saif tutto quello che non è famiglia.
Il Pakistan è, per quel ragazzo, il centro felice del suo mondo, una casa d'amore in cui guardare il cielo e sognare di toccarlo con un dito, il caldo che brucia ma che dà calore alla pelle, la polvere che si innalza fastidiosa in ogni singola crepa di vita. E poi le spezie, il profumo di una terra che non avrà eguali, lavorate, miscelate, annusate con cura solo insieme ad amma Shakeela, come se fossero la testimonianza di un modo esistente prima di se stessi. Spezie diverse come l'eredità di popoli diversi.
Eppure, in una realtà che non ha paragoni, Saif si sente quello solo, abbandonato per la cura dei più piccoli, emarginato perché a tratti troppo femminile e stravagante:

«Io, invece, mi sento un bambino e un adulto, tutto insieme. Mi devo bilanciare, calibrare. Se sto male, se ho qualche bisogno, se le mie emozioni perdono l'equilibrio: sento che devo arrangiarmi. È il mio più grande talento quello di prendermi cura delle mie emozioni. Da quando ho quattro anni. La spensieratezza è un lusso che non conosco, che non sono abituato a vivere. [...] Mi accorgo che nessuno vuole darmi il proprio tempo. Noto come mi guardano, come parlano di me. Sarà che ora gioco con le bambole. Che pettino i capelli alle mie cugine. Che indosso il velo del matrimonio di amma Shakeela e fingo sia il mio matrimonio. Sarà che non gioco più a cricket con i miei cugini. Che sono più femminile di loro. Che mi piace vedere le donne di casa quando si truccano o quando parlano tra loro in assenza degli uomini. O quando fanno il bucato o sperimentano le spezie. Sarà che preferisco gli abiti da donna, perché sono più colorati o i braccialetti sui loro polsi. Che fanno rumore appena si muovono.» (pp. 21, 27)

La partenza della sua famiglia porterà Saif a passare due anni da solo insieme ai nonni, interrogandosi sulla sua importanza di figlio e sulla sua responsabilità da primogenito: è sempre lui a dover abbassare la testa, è sempre lui a dover dare il buon esempio, è sempre lui a essere ingabbiato nei doveri. 
Tutto il viaggio biografico di Saif si sintetizza dal Pakistan all'Italia in cui approda all'età di 11 anni. Si ricongiunge a Belluno con la famiglia, una città spenta, senza luce, e poco accogliente, in cui è lui, ancora una volta, a sentirsi inadeguato, meticcio e bastardo, rifiutato da entrambi i paesi, ospite inopportuno in ogni terra. Ma le prime volte sono sempre diverse da come le si immagina. La prima volta che Saif vede le gambe di una donna in Italia pensa che sia una di quelle prostitute notturne che dev'essere cresciuta così. Qualche tempo dopo, a pranzo a casa di Filippo, suo compagno di scuola, la madre vede Saif alle prese con gli spaghetti al pomodoro e le posate, atipico per un popolo che gusta ogni tipo di sapore a mani nude. Il primo giorno di scuola la maestra dice a Saif che è confuso, è sempre distratto e che lì vigono le regolo italiane. Tutti hanno il diritto di dire a Saif che sta sbagliando qualcosa, che non capisce, che è  "inadeguato". Non è abbastanza pakistano per essere il testimone di nozze del cugino, non è abbastanza italiano per circolare senza essere controllato puntualmente dalla polizia, non è abbastanza mai.
Con piglio fatalista ma anche ironico, Saif ci racconto quanto entrambi i paesi prendano le distanze da lui perché non è "puro". Troppo pakistano per gli italiani, troppo italiano per i pakistani, un apolide involontario, senza un paese che lo accolga e senza una famiglia che lo riconosca, perché Saif è omosessuale, e come dice il padre, un hijra, un mezzo uomo da virilizzare a forza di botte.

Scritto in una lingua fluida, frammentata, composta da frasi brevi e dirette, una lingua in cui si mescolano la sintassi coincisa dell'urdu con la complessità della grammatica italiana, Raja con coraggio e fierezza racconta la sua storia in maniera intima e sentita. Hijra, è per questo, un romanzo dalle etichette sbagliate, una storia di vita in un mondo conflittuale spesso massacrato da molteplici pregiudizi. È una storia che si  interroga sulle numerose identità che esistono al mondo, sul desiderio di appartenenza e, in definitiva, su quanto sia fondamentale la libertà. Questa coppia di storie formative illumina le contraddizioni e le esclusione di come due culture diverse agiscono sulla pelle e sulla mente di un essere umano che vuole scoprire il mondo e appartere fortemente, fin da piccolo, al corpo della madre, all'abbraccio del padre, ad Allah e ai ragazzi di cui si innamora. C'è un grande desiderio nel romanzo di Saif ur Rehman Raja: una ribellione splendidamente contemporanea contro le definizioni preparate da altri e i confini eretti da chi si sente al sicuro soltanto in quelle. Forse, a volte, sono le botte di dolore a svegliarci e si diventa fortunati a marciare in due paesi diversi: 

«Io non sono e non sarò mai più un-intero-unico. Io, come molti lì fuori, sono un esperimento della Storia. E forse - e dico forse - il futuro appartiene ai meticci, ai bastardi. [...] E se fosse questa la mia casa che cerco da quando sono nato? Io, somma di più parti. Gli ingredienti sono in continua evoluzione, c'è posto per tutta la frutta perché il piatto non sarà mai colmo. Io sono composto da tante parti quanti sono i mondi in cui ho vissuto. Venite e prendete. Io accolgo. La mia rivoluzione copernicana. Io sono il mio centro. Non girerò più attorno agli altri» (pp. 204-205)

Serena Palmese