in

Non sono storie per bambini: Lou Lubie, la misoginia dell'immaginario collettivo e la disamina del fiabesco

- -

 


 

E alla fine muoiono, La sporca verità sulle fiabe

di Lou Lubie
Bao Publishing, 2023

Traduzione di Francesco Savinio

€ 27, 00 (cartaceo)
€ 12, 99 (ebook)

Vedi il libro su Amazon

Immaginate di essere cresciutә con la versione Walt Disney di Cenerentola del 1950, dove Cenerentola sembra Grace Kelly che è stata messa a lavare le scale della magione di Lady Tremaine mentre canticchia, e tuttә ci ricordiamo del senso di rabbia e di frustrazione delle sorellastre che le strappano il vestito che i topolini avevano con tanta solerzia confezionato per lei al suono di ‘Cenerella Cenerella, tu sei proprio la più bella, su diamoci da fare!’, il tutto coronato da un lieto fine ormai iconico in cui dopo che la matrigna fa lo sgambetto al Granduca e la scarpina di vetro va in frantumi, sbuca Cenerentola che era stata rinchiusa nell’attico per evitare di intralciare i piani della malefica capofamiglia, e che sventolando la scarpetta di riserva rivela di essere lei la fanciulla che aveva danzato al ballo del principe, il quale a quanto pare è così sbadato da non riuscire a riconoscere una ragazza nel momento in cui quest’ultima si fa uno chignon anziché portare i capelli sciolti. Poi quello che succede lo sappiamo tuttә, la scarpina le calza alla perfezione, il principe se la carica sulla carrozza e vivono felici e contenti, alla faccia della matrigna e delle sorellastre infami e capricciose. 

Non tuttә sanno che in realtà, dietro quella bella storia a lieto fine di riscatto sociale e rivalità femminile che fa così anni Cinquanta c’è uno scenario assai più macabro, come per esempio nella versione della fiaba dei fratelli Grimm, in cui le sorellastre si mutilano il piede pur di farsi entrare la dannata scarpetta, oppure quello che accade in Biancaneve, in cui la matrigna non cade da un burrone ma viene costretta da Biancaneve e dal novello sposo a danzare in scarpe di ferro rovente fino a morire.

Quello che è veramente geniale nel saggio a fumetti di Lou Lubie, E alla fine muoiono. La sporca verità sulle fiabe (Bao Publishing) è l’uso di black humor abbinato all’accuratezza nella ricerca di elementi di storia del folklore. Attraverso un’analisi suddivisa in capitoli, Loubie è in grado di svelare i retroscena più grotteschi, macabri, sorprendenti e perversi del fiabesco, partendo dallo spiegarci quale sia il legame nella trasmissione delle tradizioni fiabesche dalla forma orale a quella scritta, che si è poi consolidata nelle figure degli autori europei a noi più noti, ovvero Giambattista Basile a Napoli, Charles Perrault in Francia e i fratelli Grimm in Germania.

Eppure, Lubie non si limita ad analizzare solo il contesto socio-culturale europeo, ma piuttosto si muove alla ricerca di elementi comuni anche in tradizioni come quella africana, asiatica o americana, e ciò che emerge è un comune quadro in cui gli elementi che incombono con preponderanza sono ciclicamente gli stessi: molte delle fiabe della tradizione che hanno colonizzato il nostro immaginario collettivo sono sessiste, razziste, pregne di modelli culturali ormai superati e di quella mascolinità tossica che è servita da carburante nell’alimentare un immaginario binario dei ruoli maschili e femminili.

Non c’è d'altronde da stupirsi se riflettiamo sul fatto che i racconti popolari, che nascono con lo scopo di veicolare dei modelli e dei ruoli comportamentali prima in ambito tribale e poi in un contesto più strutturato come quello della società occidentale, servano a fornire delle linee guida da rispettare rigorosamente se non si vuole correre il rischio di far crollare i fragili equilibri su cui il patriarcato si sorregge.

Perciò, stando all’interpretazione datata e misogina dello psicanalista Bruno Bettelheim che Lubie riprende per decostruirla, se sei Cappuccetto Rosso e sei in una fase di passaggio dall’età infantile all’età adulta, cioè stai per maturare sessualmente e i tuo cappuccio rosso simboleggia il menarca e sei dunque una potenziale preda per il lupo che è dietro l’angolo che ha captato che sei finalmente ‘diventata una signorina’, è meglio che presti attenzione lungo il sentiero verso la casa della nonna se non vuoi finire sbranata, o per leggerla fuori dalla metafora del fiabesco, vittima di un aggressore sessuale, e tanti saluti da Perrault al victim blaming. Oppure, se sei la moglie di un serial killer come quella di Barbablù e hai scoperto che tuo marito si diverte a liberarsi delle ex mogli ammazzandole e appendendole al soffitto e ti ha detto di non entrare assolutamente nella stanza proibita di cui ti ha fornito la chiave per testare la tua curiosità, Perrault ci insegna anche qui che la curiosità femminile non è mai un bene, perché potresti accidentalmente accorgerti di esserti sposata con Ted Bundy, altro che victim blaming. D’altronde si sa che la curiosità uccise il gatto.

Lubie utilizza uno stile grafico accattivante e primitivo che ricorda i fumetti di Sio, utilizzando principalmente il colore blu e l’arancione, mentre l’edizione curata da Bao Publishing vi viene presentata sarcasticamente proprio nella veste di un librone incantato delle fiabe, con le pagine bordate di una rifinitura in oro e un cammeo in copertina dove compaiono la fanciulla senza mani, il principe accecato dai rovi di Raperonzolo e una Cappuccetto Rosso dal sorriso beffardo.

Tra aneddoti e curiosità raccontati con irriverenza e arguzia, la francese Lubie, già famosa per altre sue opere come La mia ciclotimia ha la coda rossa e La ragazza nello schermo, editi in Italia per Comicout, si muove con grande abilità tra antropologia, scienze sociali, critica femminista e studi queer, mostrandoci tutto ciò che non sapevamo o che non prendiamo in considerazione quando pensiamo a un mondo patinato come quello delle storie per l’infanzia, che tutto sembrano fuorché racconti della buonanotte, ma che anzi lasciano emergere quel background macabro e grottesco che solo qualcosa di antico come un racconto che si perde nella notte dei tempi può manifestare, e che noi occidentali, nel tentativo di riadattare quelle storie alla nostra etica e ai nostri costumi, abbiamo edulcorato e semplificato, facendone una lotta tra luce ombra, tra bene e male. E come anticipa Lubie sin dal principio, 

se ti chiami Timothée e hai otto anni, è il momento di cambiare libro.  

Matteo Cardillo