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«Dove sta la morte allora, dentro o fuori di lui?». "L'avventura terrestre" di un uomo, nel nuovo romanzo di Mauro Covacich

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L’avventura terrestre
di Mauro Covacich
La nave di Teseo, 2023

pp. 326
€ 20,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

 
Basta addentrarsi per poche pagine ne L’avventura terrestre di Mauro Covacich per inquadrare la presenza di due piani narrativi: uno, condotto in prima persona, ci riporta a un passato in cui un ragazzo, del tutto assorbito da un quotidiano di forza, vitalità e grandi sogni, riceve le visite, sempre inaspettate e sempre in momenti salienti, di una figura d’uomo che solo lui può vedere e che preannuncia sventure per il futuro (“lui mi stava fissando, forse sorrideva, non era facile capirlo. […] Mi ha detto: “Morirai.”, p. 10). Il secondo punto di vista riconduce invece al presente, dove una voce che narra in terza persona accompagna un uomo, quell’uomo, nel corso di un weekend di tormento, tre giorni che lo separano dalla scoperta della natura maligna o benigna di una neoformazione che potrebbe avere al cervello.
Protagonista, come in diverse opere precedenti dell’autore, è ancora una volta un uomo di mezza età, uno scrittore, alle prese con la sua umana fragilità. Tutta umana, del resto, è anche inizialmente la sua prospettiva esistenziale: non c’è spazio per la trascendenza, o per il divino (“è un appello a cui non ha mai risposto. Lui crede al figlio, non al padre”, p. 19). Il suo è un Dio immanente, che vive nella materia di cui è impastata, talvolta deformata, la creatura. Il corpo morto del Cristo di Holbein diventa per lui quasi profezia, spettro e proiezione al tempo stesso. È questa riflessione, che sonda il confine permeabile tra ciò che è vita e ciò che non lo è più, che esplora le possibilità di un oltre, a denunciare immediatamente il cambio di passo di un’opera a lungo attesa.
Covacich si conferma grande patologo dell’umano: prima il cuore, ora il cervello, tutto deve essere dissezionato. Resta, immediata e vivida, l’impressione di nitidezza, di capacità di penetrare la realtà della sua prosa: l’autore rende duttile la parola, proprio mentre la affila e si prepara all’esame autoptico della paura del suo protagonista, solo nell’attesa, nel momento del dolore, nonostante le persone che ha effettivamente accanto. Il corpo malato è guasto e santo al tempo stesso. Sono poche ore, l’arco di un fine settimana prima del referto, che lui chiama però verdetto, tempo sufficiente per sprofondare in se stesso, cercando palliativi e oracoli, tra blog per malati oncologici e televendite di elettrodomestici. Mentre sullo schermo televisivo gli accumulatori seriali o i grandi obesi diventano espressione dell’accumulo, lui si scopre sempre più nudo, più scoperto. La malattia, anche se ancora in potenza, diventa faro che disvela, che penetra tanto il passato quanto il presente ed è in grado di dar luce ai comprimari.
La lettura, va segnalato, trae vantaggio dalla conoscenza delle opere precedenti di Covacich, dalla possibilità di riconoscere i riferimenti a luoghi e persone (come sempre, più che personaggi). Si trovano anche in questo volume meravigliosi personaggi femminili: la madre che vive una seconda giovinezza attraverso i social e i barlumi di relazione che vi si affacciano; la restauratrice, amatissima dai tempi di Prima di sparire e qui tornata, intensa come allora; e poi lei, che non ha nome, ma crea nomi per tutto, vive di parole, ed è pilastro, pura vita. A tratti si ha l’impressione che proprio in questi ritratti, illuminati dall’amore, Covacich dia il meglio di sé, anche a costo di presentare se stesso sotto una luce a tratti volutamente impietosa.
Quello edito da La nave di Teseo è un romanzo che riesce ad essere molto statico, ed estremamente dinamico: mentre ruota e si articola intorno all’io, non cessa di peregrinare nello spazio-tempo, grazie ai contatti ammonitori tra l’uomo adulto e il ragazzo che è stato. Il loro è un reciproco non capirsi, guardarsi con sospetto. Il primo cerca di mettere in guardia l’altro, che a sua volta si interroga sulle sue sorti, fa dell’inseguimento del sé futuro una vera e propria ricerca esistenziale, la matrice di un’inquietudine prima insospettata. La riflessione sulla morte è però cosa del presente: come può assecondarla davvero il lui giovane, o il lui più maturo impegnato nei suoi primi amori, nei suoi primi successi come scrittore?
Il tema dello sprofondare, trasversale alla narrazione, viene ripreso anche metaforicamente nel ciclo di lezioni sull’abitare che il protagonista deve tenere in un complesso condominiale nella estrema periferia romana. Il castello di Kafka è l’occasione per riflettere sul proprio precario stare al mondo. L’uomo abita luoghi, linguaggi, ma soprattutto abita il suo corpo, sempre protagonista nei volumi di Mauro Covacich. Se nel descrivere la propria scrittura, anche giovanile, il protagonista si definisce “un patito delle viscere, un internista” (p. 118), questa definizione si adatta con precisa ambivalenza anche a L’avventura terrestre, dove l’interiorizzazione è duplice: nel pensiero e nell’involucro terreno, proprio nel momento in cui rivela la propria massima instabilità.
La paura è un cedimento solitario, qualcosa che riguarda la notte, il momento della solitudine e della massima esposizione di sé a se stesso:
Avverte un cedimento, le ginocchia si piegano un poco, ma è dentro che tutto precipita, di colpo, senza alcuna avvisaglia, il cuore cade, si stacca dalla sua imbragatura e affonda in mezzo ai polmoni. Fatica a respirare, conta venti gocce di ansiolitico, ne aggiunge altre dieci. Il primo sudore affiora sulla fronte, sul labbro. Sente l’addome contrarsi, uno spasmo che addenta e poi torce le profondità del duodeno. (p. 129)
Ha a che vedere con la perdita della speranza, il di-sperare. Anche nei tratti in cui però medita sulla sua estinzione, il corpo rimane tempio, luogo di un culto tutto umano, tutto laico, disabitato di un divino che non sia quello dell’esistere nel quotidiano. Per questo è vitale il tema dell’integrità di questo corpo, che deve essere conservata a ogni costo (“lo sente roba sua e vuole tenerselo stretto, terminarsi dentro di lui, superare la soglia senza perdere neanche un mignolo, spegnersi nella sua carne intatta”, 133), per questo lo sconvolge la vista del suicida dilaniato dal treno, come il corpo riesumato del padre, le sue ossa accatastate. Sulla soglia della propria scomparsa, l’autore enuncia il suo personale credo. È attraverso la parola, attraverso la carne, che Dio ritorna, o compare per la prima volta. Questo forse è il motivo per cui il volume è pieno di messaggeri, di figure più o meno silenti – il camminante, l’angelo – che arrivano a portare il loro messaggio, la loro profezia.
La morte e la vita continuamente si intersecano, dialogano e si scornano, in una mescolanza caotica che rende difficile discernere l’una dall’altra, e ridefinisce l’ordine delle priorità. La stessa neoformazione che forse cresce dentro di lui impasta i due concetti, facendo dell’apoptosi, il processo di morte cellulare programmata, una metafora dell’intera storia: 
“Le cellule si esauriscono, muoiono e sono rimpiazzate a milioni. […] L’alternanza di vita e morte è incessante in ogni parte del corpo. Da un certo punto di vista, noi moriamo in continuazione, moriamo dal primo minuto in cui siamo nati. Solo così possiamo vivere.”
“Quindi un tumore è un eccesso di vitalità? Finisce che muori per troppa vita?” (p. 310-311)
L’inquietante ombra che la morte allunga sulla vita implica un certo, ricercato, squilibrio del soggetto (narrante e narrato). La “città interiore”, che nell’omonimo romanzo precedente era la natia Trieste, qui è il tessuto intricato del suo cervello, in cui è troppo facile perdersi. L’avventura terrestre è il viaggio dell’individuo in questo mondo, forse anche il suo prolungarsi nell’altro. L’immagine di Enea, il cui padre il protagonista immagina nei Campi Elisi accanto al proprio, si sovrappone a quella, certo meno pia e pietosa, del cerebrale Ulisse, di cui si riconosce il girovagare tormentato. Solo nella parte conclusiva del testo l’io progressivamente riacquista uno spazio che non gli era stato concesso in precedenza, e le due parti del protagonista, precedente scisse, si possono ritrovare, forse ricomporre in un’unità plurale. Quale esito possa produrre tale sintesi, quale aspetto finirà per prevalere, quali saranno le sorti di questo io in conflitto non è però dato saperlo.
 
 
Carolina Pernigo