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Ugo Cerletti, un nome dimenticato della psichiatria italiana: la sua vita in “Shock” di Carlo Patriarca

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Shock
di Carlo Patriarca
Neri Pozza, 9 settembre 2022

pp. 155
€ 17,00 (cartaceo)
€9,99 (ebook)

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A noi medici a volte tocca essere decisi prima che precisi (p. 31).

Il pregiudizio storico o sociale può far scomparire un personaggio dalla Storia; se quelle determinate invenzioni o azioni sono considerati sinonimi di brutalità, non se ne parla, e non solo a scuola, ma comparirà raramente anche nelle raccolte di settore o in banali conversazioni, come se su quel nome fosse stato steso un velo di silenzio. Questo pregiudizio, o meglio giudizio, che da sempre percorre la nostra mentalità, ha oscurato non solo numerosi personaggi ma, ovviamente, anche le loro azioni e/o invenzioni, privandoci così di un punto di vista fondamentale, per quanto diverso e spesso sbagliato.

Questo tacito accordo a non parlarne è stato calato su una figura, nel bene o nel male, categorica della psichiatria italiana: Ugo Cerletti, l’inventore dell’elettroshock, quella pratica considerata brutale e inutile, afflitta su tanti, troppi, pazienti. Carlo Patriarca, autore di Shock, ripercorre le pochissime notizie biografie di questo psichiatra attraverso le parole di un immaginario assistente.

Francesco, il fantomatico assistente, inizia a seguire le vicende di Cerletti fin dalla Grande Guerra, quando era un capitano medico sulle Alpi italiane e doveva fronteggiare i numerosi soldati che rimanevano improvvisamente paralizzati nei movimenti e nelle parole, nonostante non avessero ferite evidenti sul loro corpo. Le loro paralisi, causate da un trauma, avevano dunque un fattore neurologico. La curiosità di Francesco per questa delicata tematica subirà dagli anni della Grande Guerra un continuo crescendo, rafforzata anche dal contesto famigliare: il fratello, che fin da piccolo aveva mostrato segni di estrosità, è - prima negli anni dell'adolescenza e poi in quelli della maturità - considerato psicologicamente fragile, e dunque, dopo la laurea di Francesco in psichiatria, viene ricoverato in manicomio.

Non ho mai capito se la scelta di diventare psichiatra sia dipesa in me dall’incontro con Cerletti o dalla malattia mentale di Giovanni, forse da entrambe le circostanze […] (p. 68).

Le parole di Francesco sul dottor Ceretti raccontano un uomo dalle mille sfaccettature e interessi - dalla progettazione di un nuovo tipo di bomba a quella dell’elettroshock -, un uomo che si pone sfide a volte impossibili; è un uomo che cerca di curare, o almeno di placare, i sintomi delle malattie mentali più gravi, come la schizofrenia, senza però mai centrare veramente l’obiettivo. È un uomo che non accetta i limiti di una scienza che solo in quel momento sta compiendo i primi passi, di cui molti sbagliati, per avere diagnosi e terapie risolutive.

Ma come ho capito a fondo solo adesso, dopo aver letto i suoi diari di guerra, Cerletti appartiene a quel genere raro di chi, una volta definitivamente convinto della bontà delle proprie ragioni, non teme le scelte senza ritorno […] (pp. 102-103).

Francesco seguirà, per quasi tutta la vita, le orme di questo medico anche nei vari trasferimenti accademici: da Mombello (Piemonte) a Genova fino a Bari, incrocerà i più noti nomi della psichiatria italiana, facendo i conti con una scienza che ancora non aveva ben delineato il quadro della malattia mentale e quando ancora la cura danneggiava più della malattia stessa.

Nel romanzo figura un intreccio di storie private, non solo quella del fratello di Francesco, ma anche quella dei suoi genitori che, nonostante la loro marginalità nella narrazione, rivelano dettagli che completano un quadro famigliare complicato, da cui trapela un matrimonio non proprio idilliaco. Il padre, uomo assente e spesso lontano dalla famiglia, morirà di una malattia che lascia ai lettori pochi dubbi sulla sua onestà coniugale: la sifilide.

Sono anni di fermento intellettuale e medico, nei quali una teoria rincorre l’altra, fino a quando Cerletti, durante un convegno medico, incuriosito da una banale battuta su un mattatoio di Roma («Al mattatoio del Testaccio ci accoppano i maiali con l’elettroshock», p. 87), decide di approfondire la pratica dell’elettroshock, che già da diversi anni faceva capolino su alcune riviste europee. Si apre una stagione di sperimentazione, di aggiustamenti medici e farmacologici che, però, non tranquillizzano Francesco, che nutre dentro di sé molti dubbi su questa pratica.

Fluiva però lungo i corridoi dell’istituto l’idea e il nome di un’energia nuova, una corrente che illuminava le scrivanie e forse la cura dei nostri malati. Era nella penombra dei nostri studi, nei titoli degli articoli aperti sul tavolo della biblioteca, negli esperimenti sugli animali […] (p. 85).

Shock di Carlo Patriarca è sicuramente una biografia sull’inventore dell’elettroshock, ma non manca nemmeno di una profonda sensibilità che si evince dalla storia del fratello, e in generale della famiglia di Francesco. Nonostante il personaggio sia inventato e rappresenti un utile strumento narrativo, la sua famiglia potrebbe benissimo incarnare tutti quei genitori e fratelli che hanno avuto a che fare con scompensi psichici. Il dolore, il dubbio, la fatica e l’esasperazione, davanti alle malattie e ai tentativi della medicina, sono incarnati dalle frustrazioni, a volte snervanti, della madre e di Francesco.

La mamma mi guardò interrogativa; era stanca di lottare contro l’idea della malattia e dei suoi pericoli, e forse stava varcando la soglia di quella stagione in cui i genitori desiderano ridiventare figli. (p. 51)

Shock non è il racconto di un riscatto, sebbene il dottore lo abbia cercato fino alla morte, o di una riabilitazione di un nome della medicina, ma della vita di un medico che pagò a carissimo prezzo le sue sperimentazioni, mostrando pure un punto di vista diverso, forse sbagliato, sulla cura della malattia mentale. Fermiamoci un attimo a pensare al nome “elettroshock”: l’abbiamo sentito nominare almeno una volta; pochissimi però saprebbero dire il nome del medico che lo introdusse nella psichiatria italiana; conoscerlo ci dona un quadro più ampio della storia della malattia mentale e del background sociale e antropologico in cui si muovevano gli psichiatri di allora.

 Giada Marzocchi