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Due racconti sul Giappone che cambia: "Viaggio nella terra dei morti" di Kashimada Maki

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Viaggio nella terra dei morti
di Kashimada Maki
edizioni e/o, 2022

pp. 132 
€ 14,00 (cartaceo) 
€ 10,99 (ebook)

 
“Viaggio nella terra dei morti” è solo uno dei due racconti di cui si compone il volume di Kashimada Maki, voce promettente della nuova letteratura giapponese. Proprio con questo testo l’autrice ha vinto nel 2012 il premio Akutagawa, e non è un caso, vista la forza con cui riesce a restituire la storia del riscatto di una donna.
“Quella vita”, la vita trascorsa ma non conclusa, la vita che non si può dimenticare, che ossessiona il presente, che la fa procedere quasi per inerzia, svuotata di ogni sentire, è il motivo per cui Natsuko decide di partire, con il marito Taichi, da molti anni debilitato da una malattia neurologica. La meta è un hotel sul mare, che un tempo era una residenza di lusso e ora invece è decadente, una slavata ombra di stesso. Questo hotel, vero e proprio feticcio per la sua famiglia, sussurra di un passato felice, sfarzoso, precedente al declino. Tornarci per Natsuko è un fare i conti con la memoria, riportare in vita il rimosso, risvegliare “i morti” per trovare un modo di convivere con essi. Il viaggio, nelle sue tappe di avvicinamento, coincide con un progressivo risvegliarsi del ricordo: se fino ad allora Natsuko ha preferito non pensare, ora lascia che tutto venga a galla, che piccoli dettagli intorno a lei risveglino in sussulti improvvisi immagini lontane.
Al centro di questi lampi, le figure di sua madre e suo fratello, che hanno vessato i suoi anni giovanili con la loro venalità, il loro egoismo, l’immaturità e la debolezza compiaciuta di fronte ai propri stessi vizi. Gli anni trascorsi con loro, continuamente sfruttata e umiliata, mai all’altezza delle aspettative altrui, l’hanno convinta dell’impossibilità di essere felice. E anche la malattia del marito, emersa poco dopo le nozze, pareva confermare la sua condanna:
Da quando otto anni prima aveva assistito alle crisi del marito, Natsuko era assalita da déjà-vu. Ogni volta le sembrava di aver già vissuto quell’attacco, sebbene in maniera più astratta e concettuale. Un’esperienza che continuava a ferirla. Le convulsioni si presentavano sempre come un essere che privava Taichi del suo corpo e ribadiva a Natsuko la sua impossibilità di essere felice, per poi andarsene senza neanche lasciarle il tempo di controbattere. (p. 20)
L’autrice mostra una grande sottigliezza nella resa dei caratteri, delle fragilità, o delle piccole o grandi meschinità dei personaggi. Queste ultime, in particolare, vengono restituite spesso attraverso dialoghi disturbanti per il lettore, portato a empatizzare con la protagonista di fronte alla cecità ottusa dei suoi parenti.
Nel procedere della narrazione, l’unico personaggio che si disvela come apertamente positivo è Taichi, ingenuo e autocentrato come un bambino, ma anima bella, non toccata dalla vena profittatrice e meschina degli altri membri della famiglia. Risulta quindi particolarmente commovente la sua relazione con la moglie, proprio mentre anche lei ne prende coscienza: Taichi è, nella sua vita “brutta”, qualcosa di prezioso di cui prendersi cura, la speranza di salvezza per lo spirito inaridito dagli eventi.
La spinosa ed era di arroganza e sperpero che per tre generazioni si era rampicata sulla sua famiglia aveva cominciato ad avviluppare Natsuko con l’intento di sottrarle l’anima. Erano state le convulsioni di un uomo come tanti a sradicarla. (p. 67)
Taichi, con la sua semplicità, dà luce al quotidiano portando la moglie a interrogarsi sul suo reale desiderio, dandole finalmente consapevolezza dell’esistenza di una scelta.
 
Le dinamiche del desiderio, seppur declinate in modo molto diverso, più conturbante, sono al centro anche del secondo racconto di cui si compone la raccolta, “Novantanove baci”.
Lo scenario presentato fin dal principio è quello di un universo matriarcale, in cui si muovono Nanako e le sue tre sorelle, tutte in età da marito e tutte ancora nubili, nel quartiere in cui sono nate e che è rimasto uguale a se stesso per generazioni. Il legame tra le sorelle è viscerale, fusionale. Più volte la narratrice dice di amarle, sogna di fondersi e confondersi in loro. In qualche modo estranea alle loro schermaglie, le osserva tutte da una prospettiva liminale, ne accoglie le confidenze, è l’unica a capirle davvero, ciascuna nella sua singolarità: l’esile, infantile e pura Meiko; la sfrontata Meoko con i suoi seni perfetti; la calcolatrice Yōko, che plasma se stessa sugli uomini che la circondano. L’arrivo nel quartiere di S., che porta con sé l’esoticità del mondo esterno, scatena le rivalità e rovina il sogno di una vecchiaia muliebre e condivisa:
Da quando nostro padre è mancato io e le mie sorelle abbiamo sempre vissuto assieme. Una famiglia di sole donne dove tutto è filato liscio fino a questo momento. Avevamo immaginato lo stesso futuro per tutte. Noi quattro, ormai anziane, nella vicina case di riposo. Ce l’eravamo promesso! […] Ecco perché vorrei che la gente smettesse di piantare nelle mie sorelle i semi dell’amore. Noi non ne abbiamo bisogno. (p. 90-91)
L’elemento incongruo destabilizza l’ordine consolidato, fa nascere, insieme all’amore, un germe di malinconia nel cuore della famiglia. È l’elemento maschile, ma anche la vita che irrompe e crea momenti di rivelazione. Nanako, che fino a quel momento è vissuta all’ombra e in funzione delle sorelle, pura eco, specchio del loro sentire, acquista maggiore consistenza.
La prosa aerea, rarefatta, si fa materica nel descrivere una società che cambia, anche in virtù di una maggiore consapevolezza femminile, nel corpo, nella dimensione dell’erotismo che permea la vita quotidiana di quattro giovani donne, in un quartiere di periferia che ha un’identità scissa, proprio come la loro: “noi sorelle siamo così. Siamo la castità e il vizio, il ritratto di questo quartiere” (p. 123).

Attraverso i due racconti, profondamente differenti, è possibile sentire la voce giovane di un’autrice che esplora il reale con sensibilità, ma anche con grande attenzione al concreto. A fornire un filo conduttore è il tema della purezza, che serpeggia attraverso le storie, nelle voci delle protagoniste, e si contrappone alla materialità di un mondo che corre e si trasforma, un mondo che consuma e si consuma, mirabilmente trasporto tra le pagine nella sua contraddittorietà.
 
Carolina Pernigo