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Ritorno alle "Origini": il viaggio nel passato, tra ex Jugoslavia e Germania, di Saša Stanišić

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Stanisic-Origini

Origini
di Saša Stanišić
Keller editore, 2021

Traduzione di Federica Garlaschelli

pp. 380
€ 18,50 (cartaceo)



C'era una volta un ragazzino che tifava Stella Rossa, la mitica squadra di calcio di Belgrado, vincitrice della Coppa dei Campioni 1990-91. La compagine annoverava tra i suoi campioni un certo Siniša Mihajlovic, roccioso difensore serbo, Dejan Savićević, campione di tecnica montenegrino, Robert Prosinećki, instancabile centrocampista croato, ma di madre serba, Refik Šabanadẑović, massiccio difensore bosniaco e Darko Panćev, veloce attaccante macedone.
Che squadra! I Balcani non vedranno mai più una squadra del genere. (p. 19)
D'altra parte nemmeno il Paese dove nacque quel ragazzino che tifava Stella Rossa non esiste più. Višegrad, la città di Saša Stanišić, allora era in Jugoslavia. Oggi si trova in Bosnia. 
A quel tempo era normale tifare Stella Rossa, anche per chi abitava lontano qualche centinaio di chilometri da Belgrado, e la composizione stessa della squadra dimostrava che il Paese era unito. Almeno in apparenza. Sottotraccia invece strisciavano già quei germi di follia nazionalista che nel corso dello stesso anno portarono allo scoppio della Guerra dei Balcani.
Sta di fatto che nel 1992 quel ragazzo fu costretto a lasciare la sua terra e a trasferirsi in Germania dove vive da allora. All'inizio come emigrato e rifugiato jugoslavo, insieme a tante altre "persone che per volontà del caso non potevano essere dove avrebbero voluto". (p. 168). Poi diventato scrittore, poeta, insegnante universitario, artigiano di parole. Nasce da questi presupposti Origini, l'ultimo libro di Saša Stanišićdifficile da collocare in un genere, romanzo, memoria, racconto, biografia, stream of consciousness. Nasce dal desiderio dell'autore di fare il punto sulle proprie origini, in quella terra balcanica prima tenuta assieme dal collante dell'idea multietnica propugnata da Tito. Morto lui, la testa del drago nazionalista cominciò a rialzarsi e la polveriera esplose:

Ma non avevamo esultato insieme per i goal della Stella Rossa? Evidentemente no. (p. 109)
E il ritorno alle origini per Saša Stanišić coincide con un viaggio a Višegrad, dalla nonna Kristina che dei ricordi dell'infanzia è la custode vivente. Ancora per poco, purtroppo, perché nonna sta per imboccare la strada senza ritorno della demenza senile. E per uno strano scherzo del destino proprio mentre Saša sta cercando di rimettere in fila i propri ricordi, nonna Kristina perde i suoi.
Il libro che ne esce è un melting pot di fotogrammi, tratti dall'infanzia e dall'adolescenza: intensi e altamente fotografici i ricordi del ragazzo che a Heidelberg cercava di dimenticare di essere rifugiato e jugoslavo. Finché qualcuno non glielo faceva notare. La musica, le macchine, i tagli di capelli, gli abiti, tutto rappresenta perfettamente la Germania appena riunificata. Ma il presente si mescola con il passato in una continua concatenazione, perché il presente spesso è il risultato del passato, e allora ecco che il fraseggiare stesso del libro diventa sostanza stessa di questo unicum esistenziale. La prosa non è sempre lineare, segue il filo dei ricordi e se una frase inizia al presente può continuare anche al passato. Anche nonna Kristina quando dice "qui, adesso", non si sa dove sia nella sua mente, dove sia il qui, quando sia l'adesso. Tutto il romanzo diventa un percorso a ritroso, mediato dalle figure più importanti, i genitori, i nonni, i bisnonni che con le loro voci e le loro esistenze dipingono il ritratto di un Paese che non esiste più. Ma se il tuo Paese non c'è più, che cosa ne è delle tue radici?
Credo che nella vita ben poche cose siano peggiori di sapere qual è il proprio posto ed essere costretti altrove. (p. 189)
Ultimamente ho letto un altro bel libro, uscito anch'esso quest'anno, che tratta dello stesso tema del romanzo di Stanišić, la fuga dalla ex Jugoslavia in guerra e la successiva ricerca di una vita nuova in territorio straniero: E poi saremo salvi di Alessandra Carati (leggi qui la mia recensione). Due libri dallo stile molto diverso: quello di Carati è un romanzo vero e proprio con avvenimenti narrativi e personaggi verosimili, quello di Stanišić è sangue del proprio sangue, è storia vera, vita vissuta, personaggi reali, ricordi personali: la prozia Zagorka con il suo desiderio di diventare cosmonauta, il cimitero di Oskoruša con le tombe dei bisnonni sulle quali mangiare un boccone, come è d'uso da quelle parti, la nonna Mejrema che leggeva il futuro nei fagioli rossi, i zatterieri sulla Drina, il distributore dell'Aral a Heidelberg, dove si incrociavano i destini dei ragazzi immigrati, l'Emmertsgrund, il quartiere periferico dove gli architetti non avevano lesinato sul cemento, la scuola tedesca, la grigliata di agnello.
Non c'è nulla di romanzesco, è semplicemente il ritorno al luogo della propria nascita. Il filo narrativo segue a zig zag questo percorso, torna indietro, si proietta nel presente, si ferma, ma non si spezza. Il risultato è un libro frammentato, ma comunque omogeneo perché è il racconto di una vita, quella dello scrittore, e delle tante vite che hanno contribuito a riempire la sua personale valigia dei ricordi. Che non possono essere altro che quelli di un giovane uomo la cui esistenza è stata spezzata dalla guerra e che ha dovuto reinventarsi, adattandosi, in un posto che non era il suo. Un destino che accomuna tantissimi uomini, donne e bambini, un destino che si fa universale e che ai tempi nostri è sempre più comune. Verso la parte finale del romanzo, infatti, il filo della Storia si ingarbuglia di nuovo: ci sono altri fuggiti dalla loro terra, sono afgani o di altre nazionalità, percorrono la rotta balcanica, per arrivare nelle terre ricche del Nord Europa. E sono lì, proprio in quegli spazi dai quali trent'anni fa Saša e i suoi sono stati cacciati. È la giostra della Storia che non si ferma mai e spesso ripassa negli stessi luoghi. Perché, alla fin fine, 

ogni casa è pura casualità: nasci in un posto, ti trovi costretto ad andartene  (...). Fortunato chi riesce a influenzare il caso. Chi lascia la propria casa non perché deve, ma perché vuole. (p. 132)

 Sabrina Miglio