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#inchiostronero – La musica, il nero della pelle, il cuore, il “Paese in fiamme”: “Finché non ci ammazzano” di Hanif Abdurraqib in Italia per Black Coffee

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Finché non ci ammazzano
di Hanif Abdurraqib
Edizioni Black Coffee, giugno 2021

Traduzione di Federica Principi

pp. 304
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)






La musica ha sempre a che fare con la vita. Forse ha sempre solo a che fare con quella. Spesso non si riesce a districare dove la finzione musicale inizia e dove finisce. Il confine tra il fittizio e reale in musica è pressoché inesistente; e a ragione. Penso di essermi imbattuta raramente in un testo che parla di vita e realtà umana attraverso la musica meglio di Finché non ci ammazzano di Hanif Abdurraqib. Un titolo crudo e cupamente ironico che rende subito chiaro che non ci si trova davanti a un saggio musicale qualsiasi. L’autore, nato in Ohio, poeta oltre che critico, si presenta così sul suo sito: “Hi, I’m Hanif. I write poems. I write things about music. I am probably eating french fries”. In questa raccolta, prende in mano gli strumenti della sua conoscenza musicale e li utilizza per comporre una serie di riflessioni estremamente profonde e puntuali sugli Stati Uniti di oggi e sulle implicazioni, spesso dolorose e assurdamente ingiuste, dell’essere neri.

Edizioni Black Coffee ha inoltre scelto di portare ai suoi lettori italiani questo titolo come volume inaugurale di una nuova raccolta intitolata “Americana”, che strizza l'occhio lessicalmente al genere musicale omonimo che unisce folk, country e un sound più alternativo, e che la casa editrice definisce come “termine nato per indicare l’insieme di tutto ciò che l’America rappresenta nell’immaginario comune e che crediamo dovrebbe ora allargarsi a comprendere nuove vite, nuove possibilità, nuovi intrecci”. La collana, che risulta molto promettente, si prefissa di fare di quella complessità che caratterizza l’America tutta, e che ne costituisce i problemi più insormontabili, un punto di forza, una convergenza in cui ritrovare il valore di un territorio in cui, per quanto malcelata, esiste ancora la possibilità di una voce collettiva.

Non si poteva perciò aprire questo nuovo percorso editoriale se non con un saggio contemporaneo a tal punto da produrre nel lettore un senso di trasporto, ammirazione, paura, entusiasmo e sconforto, che cantano all’unisono. Il percorso che Hanif Abdurraqib intraprende in questo libro, che raccoglie suoi scritti composti tra il 2016 e il 2017, si districa tra musica, attualità e racconto autobiografico, pur non facendo intendere immediatamente al lettore che tipo di direzione il testo assumerà procedendo nella lettura. Se pensate di prendere in mano questo libro e trovarvi di fronte a un saggio tecnico e didascalico sulla musica contemporanea, vi state illudendo; perché è molto più grande e interessante di così. La tragicità di essere neri in America nei nuovi anni Dieci è in realtà il principale vettore della scrittura di Abdurraqib, che mette di fronte a una realtà incomprensibile e che ormai ben conosciamo, in cui il colore scuro della pelle è un marchio indelebile che porta a temere di agire con troppa o troppa poca cautela di fronte alle forze dell’ordine.

A poco più di un anno dall'uccisione di George Floyd, leggere delle morti simili di donne e uomini neri negli anni bui del decennio passato fa davvero riflettere su quanto l’animo umano sia spesso recidivo alla cattiveria alimentata dall’ignoranza e dal pregiudizio, dall’esigenza inadeguata e tossica di voler reiterare il proprio potere acquisito su chi si considera diverso, e quindi più debole. Così come lascia di stucco il racconto dell'esperienza dello stesso autore, in quanto giovane uomo nero, nell’interfacciarsi con la polizia in situazioni del tutto innocue per una persona bianca. La paura per la propria vita, lo sgomento per quella stessa paura, la visione dura dell’indifferenza altrui; sentimenti che non si lavano via con il potere della bella musica, ma restano dentro come cicatrici pulsanti.
La mappa che ha portato alla liberazione dei neri in America è stata disegnata con la musica, prima che con qualsiasi altra cosa. La musica dei neri è il pastore che ci mostra ancora oggi la via per la libertà di cui abbiamo bisogno, che ci dà un rifugio per le nostre emozioni, una stanza tutta per noi. (p. 171)
Tuttavia, questa bella musica ha un ruolo ben preciso ed essenziale in questa dialettica di racconto della realtà. Ad ogni passo che Abdurraqib compie parlando di qualche artista che ama o che trova artisticamente curioso, si intervalla e amalgama un dialogo continuo con la sua esperienza di vita di ragazzo nero cresciuto a Columbus, Ohio, degli amici morti suicidi e di quelli intrappolati in brutti giri di droga, dei primi fallimenti percepiti e comuni di ventenne e della ricerca di uno spazio da chiamare casa, dal momento che “la casa è dove nasce il cuore, ma non dove il cuore resta” (p. 80).

Tra i tanti artisti e band di cui decide di raccontare (e non solo! C'è addirittura un saggio su Serena Williams), muovendosi tra concerti dal vivo e ascolti in macchina in compagnia di amici appassionati, ci imbattiamo in stelle del blues come Nina Simone, alla cui storia il cinema hollywoodiano non ha ancora saputo rendere giustizia; in Bruce Springsteen che canta insieme ai suoi fan più che devoti le amatissime canzoni di The River, riflettendo sull’idea “più bianca” della ricompensa garantita per l’uomo che lavora sodo e si dà da fare nella vita; in rapper politicamente attivi e che indirizzano la propria arte alla loro comunità come Chance The Rapper, ma che non rinunciano a un tipo di musicalità piena di gioia e giocosità, o come Kendrick Lamar e i suoi versi taglienti, che costituiscono uno standard artistico ben definito. Musica che ha trovato una sua fioritura direttamente corrisposta nella presidenza Obama, segnato lui stesso dalla musicalità e cadenza del rap. Troviamo poi band che si sono costruite dalle fondamenta, con fatica e costanza, per poi autodistruggersi, come i Fall Out Boy, trainati per quasi tutto il corso della loro carriera dalla diatriba tra il bassista “star” Pete Wentz e il cantante Patrick Stump; o i Fleetwood Mac, con il loro leggendario album Rumors, ma passati alla storia anche per le complicanze amorose all’interno della loro formazione. Nel caso di questi due gruppi, Abdurraqib conduce riflessioni fluide sulle motivazioni e cause del successo, sulle ripercussioni del "lasciarsi" e dell'avere il cuore spezzato, che paiono spontanee nel suo stile diretto, al contempo curato ed estremamente spontaneo. Ha un utilizzo magistrale della prima persona, non scadendo mai in un linguaggio troppo diaristico, ma rimanendo sempre accanto al suo interlocutore per lo stile con cui racconta quello che pensa e ricorda. Insieme a sentimenti umani più basilari, come amore, sofferenza, lutto, stupore, capeggiano, fiere, nella scrittura di Abdurraqib identità e rappresentazione, che vede profondamente schiacciate nella sua comunità e nella sua storia, sempre in cerca di soluzioni insieme a ogni suo componente a una delle piaghe più inaccettabili dell’esistenza umana. 

È molto difficile rendere giustizia alle parole così grandi e limpide di Abdurraqib senza rischiare di cadere nel banale. Quello che posso però dirvi con certezza di non sbagliare è che, se amate la musica (contemporanea e non) e la contemporaneità tutta, nelle sue più sordide e intricate sfaccettature, Finché non ci ammazzano non potrà che rapirvi per la sua complessità di tematiche, la sua incredibile potenza narrativa e per la sua capacità di far ragionare e empatizzare con quella nerezza che caratterizza gli Stati Uniti da sempre ma che è da sempre collocata in una via senza uscita. Con paura, rabbia, tristezza, incredulità, spinta al cambiamento.

Lucrezia Bivona


Come è già successo altre volte, vi lascio qui sotto il link alla playlist di accompagnamento alla lettura. Con un testo del genere, non poteva proprio mancare!