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La lucidità e la voce ferma di chi parla col cuore in mano: Sarah Smarsh in "Heartland" racconta non solo il Kansas, ma un'altra America

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Heartland
di Sarah Smarsh
Black Coffee, 18 febbraio 2021

Traduzione di Federica Principi

pp. 281
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


C’è un motivo se ultimamente le voci provenienti dai contesti rurali americani si stanno moltiplicando, e  sempre più memoir puntano a offrirci uno spaccato di realismo che illumini quei territori esclusi da una narrazione omologante che vuole gli Stati Uniti come composti solo da metropoli, università prestigiose e aziende tech. Quel Midwest che solo di recente è salito alla ribalta internazionale perché cruciale durante le ultime elezioni presidenziali nasconde dinamiche sociali ed economiche complesse che hanno determinato il successo di testimonianze quali Heartland di Sarah Smarsh, ma anche come American Elegy (Elegia Americana) di J.D. Vance o Janesville di Amy Goldstein. Storie di povertà bianca, di disfacimento della classe media, di divisioni insormontabili tra poveri e ricchi, di oppressione femminile, di totale mancanza di supporto economico statale per i cittadini più indifesi, quelli che non vivono nelle affollate e ricchissime coste est e ovest, ma che si situano nella “heartland”, nel cuore del Paese. È da qui che si levano queste testimonianze, che raccontano in prima persona com'è crescere in quel territorio che viene sprezzantemente definito come “terra da sorvolare” dai cittadini delle due coste statunitensi, ancora ritenuti gli Americani par excellence fuori e dentro gli Stati Uniti. Tuttavia, il memoir di Smarsh si distingue nettamente dalle testimonianze di questo sfondo, segnando un nuovo modello di eccellenza per le narrazioni appartenenti a questo genere. Non solo perché l'autrice del far ascoltare la sua voce ne ha fatto lo scopo della sua vita, e la consapevolezza dell’importanza di ciò che sta scrivendo si sente forte e chiara in ogni riga del suo memoir; ma soprattutto per la sua straordinaria dote di avere uno sguardo lucido e allo stesso tempo affettuoso verso quel contesto in cui è cresciuta e che in ogni giorno della sua infanzia lei ha amato, e, allo stesso tempo, desiderato abbandonare più di ogni altra cosa.


L’equilibrio è infatti la cifra stilistica di questo libro: le dinamiche familiari di Smarsh sono rese nella loro complessità, e l'affetto e l'ammirazione dell'autrice verso i luoghi e le persone che lei chiama casa sono controbilanciate dal punto di vista critico che la piccola Sarah sviluppa già nei primi anni d'infanzia. Se infatti Smarsh spesso dimostra il legame fisico, carnale che ha con la sua terra – l’odore dei campi da coltivare nella fattoria dei suoi nonni, la fatica nelle stalle del bestiame, la pace infusa dall’immenso cielo del Kansas – è anche vero che l'autrice si dimostra da sempre consapevole della precarietà che caratterizza la vita di chi appartiene alla sua classe sociale. Gli anni di infanzia di Sarah, specie dopo il divorzio dei genitori, si configurano come una sfilza di traslochi, da città a fattorie e perfino roulotte, che scandiscono il susseguirsi di scuole e lavori, durante i quali l’unica costante della famiglia è quella di non essere mai sicuri di potersi permettere il necessario alla loro sopravvivenza. E se gli adulti sono nati e cresciuti in questa precarietà, e ci vivono a loro agio, esorcizzando la paura non solo con il loro duro lavoro ma anche con il conforto dell’alcol e delle droghe, Sarah questa precarietà la teme, non se la sente sua, nonostante la riconosca come habitat naturale della sua famiglia. È proprio la consapevolezza della duplicità e della complessità del suo retaggio che le ha concesso di compiere le scelte migliori per se stessa senza però mai smettere di amare la sua famiglia e la sua terra: l’abbandono della casa della madre e del patrigno, la ricerca delle migliori scuole disponibili, e infine la fuga verso il college.

Allo stesso tempo, la grande lucidità della Smarsh le consente di raggiungere lo scopo in cui altri (e soprattutto J.D. Vance, ne parlo qui) hanno fallito: dipingere un quadro equilibrato e realistico della condizione sociale dei bianchi poveri delle zone rurali, rifuggendo moralismi e generalizzazioni, e restando sempre ancorata a problemi e soluzioni concrete. La Smarsh riconosce, in linea di massima, che i valori legati al lavoro duro inculcatili dalla sua famiglia sono stati fondamentali nella sua formazione e determinanti per il suo successo; tuttavia l’autrice pone una grande attenzione nel distinguere questi valori familiari da quello che è l’ideale calcificato del “Sogno americano”, una falsità ben congegnata che porta i poveri a lavorare duro per arricchire i ricchi, il tutto mentre le divisioni di classe diventano insormontabili, e la povertà di mezzi diventa sinonimo di squalifica morale e sociale. Smarsh ricorda che lei, come tutta la sua famiglia, non hanno mai realizzato di essere poveri al limite dell’indigenza, e non hanno mai preteso dal sistema di welfare americano, tremendamente carente, i sussidi a cui avrebbero avuto diritto. Tra critiche al sistema farmaceutico, immobiliare, educativo e giudiziario, riconoscendo il retaggio repubblicano della sua famiglia ma aprendosi al progressismo democratico del 21esimo secolo, Smarsh crea un quadro sociale dalla precisione senza precedenti, tanto per il sapore di esperienza vissuta di ciò che racconta, quanto per la veridicità inconfutabile dei dati in cui si basa: ed è proprio questo grande equilibrio che rende la sua critica sociale credibile, affilata e incontrovertibile, priva dei bias politici e personali che caratterizzavano il racconto di Vance.

All’interno di questa componente sociale, in cui Smarsh parte dal suo vissuto e si allarga a commentare le istituzioni del suo Paese, uno sguardo particolare viene rivolto alla condizione femminile. Il memoir, infatti, si costruisce tutto come un dialogo, un racconto, una lunga apostrofe a un “tu”: la bambina mai nata dell’autrice, figlia di quella gravidanza adolescenziale che l'autrice doveva evitare a tutti i costi, se voleva aspirare a fuggire dal contesto natio. Figlia, nipote, e cugina di ragazze madri, Smarsh nel libro si concentra molto sulle figure femminili della sua famiglia, donne allo stesso tempo eroiche e vittime, vincitrici e sopraffatte dalle circostanze, oggetto di violenze tanto in casa quanto sul luogo di lavoro, in constante fuga tra matrimoni sbagliati, divorzi e traslochi. Smarsh sa che l’essere donna porta con sé una grande forza, e sa che tanta della sua forza viene dalle donne che l’hanno cresciuta; ma allo stesso tempo l’autrice, come sempre in grado di rendere la complessità delle cose alla perfezione, riconosce nella maternità il fulcro del perpetuarsi del circolo di sopraffazione e instabilità che caratterizza le donne della sua famiglia, e dal quale lei deve fuggire. L’amore materno di Smarsh per sua figlia si concretizza proprio nel non averla fatta nascere in un contesto del genere, che avrebbe significato condannare lei e se stessa a perpetuare quel circolo di povertà e sottomissione. Eppure la forza ricevuta in eredità dalle donne della sua vita Smarsh la dimostra non solo scrivendo il libro che stiamo leggendo, acquisendo la voce che la ragazzina del Kansas figlia di braccianti non avrebbe mai pensato di poter levare, ma soprattutto immaginando un futuro per gli Stati Uniti che possa basarsi su quegli stessi sentimenti familiari di amore, disponibilità, e gratuità che Smarsh ha assorbito nella sua infanzia, e proiettato su quella figlia immaginaria, che in fondo altri non era che se stessa.
Forse a tenere insieme la società non è lo scambio oculato di sacrifici, moneta e potere, e neppure uno slogan malriuscito secondo cui si ottiene quello per cui si lavora, ma qualcosa di più simile a un’infinita spirale di doni. Un sistema economico che sia onesto potrebbe ancora esistere in un posto del genere, dove abbiamo sempre a disposizione i più alti ideali che esistano. E questo è un sogno che vale la pena fare, secondo me. Un obiettivo per cui vale la pena lavorare. (p. 281)

 

Marta Olivi