mercoledì 2 dicembre 2020

#CriticaNera - Un romanzo metà donna e metà pesce: "La morte di una sirena" di Thomas Rydahl e A.J. Kazinski

recensione

Morte di una sirena
di Thomas Rydahl, A. J. Kazinski
Neri Pozza, ottobre 2020

traduzione di Eva Kampmann

pp. 448
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«Questo libro è stato stampato col sole» avverte l’ultimissima pagina prendendo congedo dalle dita del lettore; eppure la morte e il seguito di miserabili cromie sono stati sempre lì a tenderci la mano. Solo una sirena nel suo sbiadito chiarore, quell’essere favoloso e affascinante della mitologia classica, quella seducente e dolce creatura in bronzo di Edvar Eriksen che osserva e accoglie malinconica i viaggiatori al porto di Copenaghen, sembra essere estranea ai fatti indicibili che la vedono coinvolta in una pericolosa ossessione, in una diabolica bramosia. 
La morte di una sirena scritto da Thomas Rydahl e A.J. Kazinski e pubblicato in Italia da Neri Pozza, non ammette vie di fuga.

Storie sinistre ed enigmatiche ambientate nei lontani anni del 1800 affollano la letteratura europea. Pensiamo a Mary Shelley con il suo Frankenstein o il Prometeo moderno, Dracula di Bram Stoker, Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde di R. L. Stevenson, per non parlare della nascita dei detective più disparati, tra i più famosi Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle. 
Probabilmente, consci della vasta scelta di quella che un tempo era definita letteratura gotica, i due autori delle fredde lande danesi se la sono cavati con una soluzione ingegnosa chiamata Hans Christian Andersen. Non vi sbagliate se state pensando al Brutto anatroccolo, alla Principessa sul pisello o proprio lei, La sirenetta, una delle fiabe più conosciute e amate da grandi e piccini. Il desiderio della fanciulla metà donna e metà pesce di nuotare dagli abissi fino alla superficie per guardare il mondo sopra il mare, viene reinterpretato e usato per la creazione di un’altra storia intrisa di puzzo e scelleratezza, dove il principe è un dissipatore e un libidinoso e dove l’amore è disperazione.

Ma Andersen non è solo la musa dei due scrittori, egli è il protagonista del romanzo insieme alla morte e alle sirene perdute di una Copenaghen del 1834, una città dove regnano la miseria e la fame e dove si sente tossire a ogni angolo di strada; una fabbrica che produce malattia e indigenza. 

Hans Christian Andersen «ha sempre tenuto un diario. Ma non nelle ultime settimane. Non ha trovato né la pace né le parole per tutto quello che è successo» (p. 213). È tutto vero: lo scrittore danese per tutta la vita tenne scrupolosamente un diario in cui vi appuntava tutto ciò che i suoi sensi incontravano. Ma all’improvviso smise di scrivere e riprese solo dopo circa un anno e mezzo. Cosa è accaduto nel frattempo? Ecco l’escamotage di una storia avvincente. Rydajhl e Kazinski immaginano quell’intervallo oscuro nella vita di Andersen facendo di lui un detective improvvisato, a tratti esilarante e miserabilmente comico, con l’unico sogno di diventare un grande scrittore ma con l’unica verità di essere incappato lì dove il diavolo si nasconde nel dettaglio. 

Hans Christian Andersen è «alto e nero come un corvo su due zampe d’airone» (p. 86), goffo, dall’aspetto bizzarro che pare plasmato da un tocco di creta intrattabile, e imbarazzato dal sole perché lo rende facilmente identificabile, soprattutto per quel naso che Dio gli ha donato affinché si potesse riconoscere. Egli è il perfetto antieroe per una storia che è un gioco di specchi e brutali dicotomie. Sembra quasi di essere imprigionati in quel compromesso vittoriano che opprimeva gli inglesi in una danza instancabile tra la luce e l’oscurità, tra l’essere e l’apparire.

Proprio come la sirenetta, tutti i personaggi di Morte di una sirena bramano un altro mondo, un’altra superficie. C’è lo scrittore squattrinato che anela la fama, la prostituta che sogna una vita dignitosa e un uomo che brama di diventare donna, e di amare e di essere amato, anche a costo di vite altrui. Anche il lettore sfoglia le pagine avventurose con il grande desiderio di capirne di più e di arrivare alla soluzione. L’unica scelta è buttarci a capofitto, suggerirebbe Andersen. 
«È una sensazione forte, quasi di invincibilità, quella di essere disposti a fare qualunque cosa per il proprio piano. A sacrificare tutto. Nella vita tante cose vengono stravolte dalla smania di piacere e dalla gentilezza e dalla falsa modestia» (p. 238).
Quello di Rydahl e Kazinski è un romanzo metà donna e metà pesce, come quella mela acerba cresciuta dal biancospino in un orto botanico di fine estate, colta e morsa dalla bocca del colpevole, convinto che tutti «possiamo creare noi stessi» (p. 42), ammesso che non si abbia paura di creare il mondo che desideriamo, e affinché si faccia ordine nel caos, dove fede e superstizione, pietà e compassione sono i quattro elementi contro natura che ostacolano il vero progresso dell’umanità.

Le pagine di Morte di una sirena sono lo spazio in cui scienza e illusione guerreggiano barbaramente corrompendo la carta di un innocente rosso scarlatto; sono il luogo dove turpitudine e blasfemia si affannano per indossare con credibilità la maschera migliore dell’essere umano.

A te, «lascia che la fiamma trovi il lucignolo» (p. 151).

Olga Brandonisio