giovedì 19 novembre 2020

#CriticaLibera – Sylvia Beach e la sua gang: il paradiso letterario di Shakespeare and Company

C’era una volta
una giovane americana, che, trasferitasi a Parigi dopo la Grande Guerra, il 19 Novembre 1919 apre un negozio molto speciale al numero 8 di Rue Dupuytren.
Il suo nome è Sylvia Beach e, ben presto, tutti nella scena letteraria parigina dell’epoca sapranno riconoscere di chi si tratta. 
Sylvia Beach, Shakespeare and Company,
Neri Pozza, 2018
(Foto di Lucrezia Bivona)


Il negozio, una libreria anglofona chiamata Shakespeare and Company, è originale e fuori dagli schemi per l’epoca, così come i suoi clienti. Dopo non molto tempo, Beach la trasferirà dall’indirizzo della prima apertura alla location storica al numero 12 di Rue de l’Odeon. Dirimpettaia della libreria francofona La Maison des Amis des Livres, la cui proprietaria, Adrienne Monnier, fu ispiratrice e attiva sostenitrice del progetto di Beach, la via parigina a due passi da Saint-Germain-des-Prés diventa in un soffio il cuore pulsante del quartiere degli artisti e luogo di culto per la letteratura modernista.

Dire che Parigi sia uno spazio storicamente florido per la letteratura internazionale è un eufemismo. Festa mobile, come descritta da Hemingway, Parigi è il centro del mondo per una miriade di artisti, europei e internazionali, che si allontanano dalle proprie radici per andare in cerca di tale fantomatica promessa di libertà d’espressione. In ogni arrondissement della capitale francese si respira aria di innovazione, di cambiamento, di pensiero ribelle. Idee e tecniche narrative sovversive circolano per i boulevard con la veemenza della bora triestina, non trovando all’epoca in nessun altro luogo terreno tanto fertile per rompere regole e crearne di nuove.

Con mia gran sorpresa la notizia che a Parigi esisteva una libreria americana aveva fatto rapidamente il giro degli Stati Uniti; e Shakespeare and Company era la prima cosa che i pellegrini cercavano a Parigi. Tutti divennero miei clienti, e molti di loro presero a considerare Shakespeare and Company come il loro club […]
    ogni nave che varcava l’oceano portava nuovi clienti a Shakespeare and Company.
    Naturalmente, non era tutta colpa del proibizionismo e della censura se tanta gente migrava in Francia: c’entrava anche il fatto che a Parigi c’erano Joyce e Pound e Picasso e Stravinsky: tutti, insomma (o quasi: T.S. Eliot viveva a Londra).
(pp. 41-42)

Così Sylvia Beach scrive nella biografia del suo negozio dal titolo Shakespeare and Company, al quale Neri Pozza ha dato nuova vita in Italia con la ripubblicazione, nel settembre 2018, della traduzione italiana di Elena Spagnol Vaccari. Tengo a precisare come questa non sia un’autobiografia dell’autrice, bensì il racconto intimo e diretto del luogo al quale Beach ha dedicato la sua vita, passato alla storia per tanti avvenimenti e persone ad esso collegati. Questo testo è pertanto una prova importante di quanto luoghi e spazi che caratterizzano l’esistenza umana siano decisivi per la formazione del singolo, fungendo da base concreta che ne alimenti desideri, sogni e progetti.

Foto di Lucrezia Bivona
Come descrivere perciò l’ambiente che si viene a costruire attorno a Shakespeare and Company negli anni Venti? Entrare nella libraria ricordava probabilmente il titolo della serie di Netflix con David Letterman, in italiano, Non c’è bisogno di presentazioni. Infatti, quando si tratta dei frequentatori abituali del negozio di Sylvia Beach in Rue de l’Odeon, la fama li precede. C’erano i francesi, poeti, filosofi, scrittori, già clienti assidui della libreria della Monnier, come Andre Gide, Valery Larbaud, Paul Valéry, Louis Aragon, e gli espatriati, i cosiddetti émigrés, autori e artisti europei ed americani, quali Gertrude Stein e la compagna Alice Toklas, Picasso, Ezra Pound, James Joyce, Ernest Hemingway, Sherwood Anderson, Djuna Barnes, Scott e Zelda Fitzgerald. Nomi mitici, di coloro che hanno reso il modernismo primo-novecentesco un movimento rivoluzionario: dalle sperimentazioni su forma e linguaggio, al focus tematico sull’individuo e sul suo lato più intimo, a strategie narrative sorprendenti. Tutte queste personalità confluiscono nel piccolo negozio di Sylvia Beach e vi trovano un’atmosfera di scambio culturale all’avanguardia e grande libertà di espressione. Beach, insieme ad Adrienne Monnier, mentore in affari e sua compagna di vita, è come una fata turchina, accoglie tutti come una mecenate il cui capitale messo a disposizione è semplicemente un cuore generoso, una mente lungimirante e aperta al nuovo e grande passione. I profitti della libreria si basano inoltre sulla vendita solo in minima parte, ma piuttosto sulla sottoscrizione di abbonamenti al servizio di prestito che Beach istituisce. 

Dopo circa un anno dall’apertura della libreria, un incontro a casa del poeta francese André Spire fa prendere una piega decisiva alla vita di Beach: 

Lasciando Adrienne a difendere i suoi amici, m’infilai in una piccola stanza tappezzata di libri sino al soffitto. Là, adagiato in una poltrona fra due scaffali, c’era Joyce.
Tremando per l’emozione chiesi: «Il grande James Joyce?» «James Joyce» replicò.
(p. 55)

Fortemente sostenuto da Ezra Pound, il quale si era adoperato per far pubblicare per intero il suo primo romanzo, fortemente autobiografico, Ritratto dell’artista da giovane (1916), James Joyce, irlandese senza patria, entra a far parte della storia di Sylvia Beach e della schiera di artisti che gironzolano tra gli scaffali di Shakespeare and Company. Il rapporto tra Beach e Joyce si fa più stretto quando la libraia si offre di pubblicare sotto il marchio della libreria un suo romanzo che tutti all’epoca nel mondo anglosassone avevano respinto. Ed è così che nasce una collaborazione fruttuosa, spesso frustrante per Beach, che darà alla luce le prime mille copie in assoluto del capolavoro che è l’Ulisse. Un libro respinto perché considerato troppo audace, inadatto alla stampa moderna, nulla se non censurabile per le immagini ritratte e il linguaggio utilizzato dall’autore. Beach accetta la sfida senza un briciolo di timore nel cuore: “Mi consideravo assolutamente la donna più fortunata del mondo. Senza lasciarmi spaventare dalla mancanza di capitale, di esperienza e di tutti gli altri requisiti indispensabili a un editore, mi misi immediatamente all’opera” (p. 68).

La targa che ricorda della pubblicazione
di Ulisse al numero 12 di Rue de l'Odeon
(Foto di Lucrezia Bivona)
Il racconto di Stephen Dedalus, Mr. Bloom e la moglie Molly viene pubblicato nel giorno del quarantesimo compleanno di Joyce, il 2 febbraio 1922. Il supporto degli altri artisti è grande e arrivano preordini da tutto il mondo. Tempismo e ambiente calzano alla perfezione: il successo è immediato. Tempo dopo, grazie all’aiuto di Hemingway, Beach riuscirà a introdurre clandestinamente il libro anche in America e nel 1934 Joyce firma un contratto molto importante con la Random House. Da qui, l’esperienza si ingrigisce: le loro strade si dividono e Joyce si rivela molto poco riconoscente verso colei che ha liberato il suo libro dalla gogna. Ma, ancora una volta, Beach reagisce con grazia. La sua scelta di supportare l’Ulisse puntava ad un obiettivo più alto, che rivela la sua estrema lungimiranza e assoluta dedizione al potere dell’arte: far conoscere il genio di Joyce e porre il suo romanzo al posto che gli spetta nell’Olimpo della letteratura valgono qualsiasi riconoscimento.

Foto di Lucrezia Bivona
Con la seconda guerra mondiale, Shakespeare and Company chiude, ma la vita della libreria è destinata a riprendere con un’altra coppia di americani: George Whitman e la figlia Sylvia (in onore della Sylvia originaria). Dalla riapertura nel 1951, al 37 di Rue de la Bûcherie, la nuova versione di Shakespeare and Company conserva i vecchi ideali su cui Beach aveva fondato il negozio originario, mantenendo il servizio di prestito e il ruolo di accoglienza per gli esponenti di nuove correnti artistiche. Dalla ‘generazione perduta’ di Hemingway e Joyce sotto Beach negli anni Venti e Trenta, si passa quindi alla Beat generation, che qui fiorisce e trova spazio per esprimersi. “Bad boys” come Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso e Peter Orlovsky portano la loro arte all’estremo tra le pareti del negozio, insieme anche ad artisti come James Baldwin, Anaïs Nin, Henry Miller e Laurence Durrell. George Whitman trasforma l’universo di Shakespeare and Company in una comune in cui artisti di ogni genere e inclinazione politica possano sentirsi accolti e liberi.

Oggi, Sylvia Whitman cerca di portare l’attività avviata dal padre, espandendo le potenzialità del negozio e trasformandolo in una tappa obbligata per i visitatori della città. Come sta succedendo a molti esercizi commerciali, la pandemia ha purtroppo messo in grave difficoltà il negozio della Whitman, ma, con un po’ di speranza e il supporto di lettori e ammiratori di tutto il mondo, ci si augura che riesca a superare questa crisi e mantenersi simbolo di epoche splendenti, artisti eccezionali e sacrifici in nome dell’arte.

Lucrezia Bivona

Le citazioni sono tratte da Sylvia Beach, "Shakespeare and Company", Neri Pozza, 2018.