sabato 8 agosto 2020

On the road negli USA con John Steinbeck e il suo Charley


Viaggi con Charley - Alla ricerca dell'America -
di John Steinbeck
Bompiani, 2017
Traduzione di Luciano Bianciardi

pp. 272
€ 12,00 (cartaceo)
€  6,99 (ebook)


“Quattro rauchi fischi della sirena d’una nave continuano a farmi rizzare il pelo sul collo, e mettermi i piedi in movimento. Il rumore d’un aereo a reazione, un motore che si scalda, persino un batter di zoccoli sul selciato suscitano l’antico brivido, la bocca secca, le mani roventi, lo stomaco in agitazione sotto la gabbia delle costole… Metto giù questa roba non per istruire gli altri, ma per informare me stesso”. (p. 19).

Queste sono le parole con le quali John Steinbeck introduce il lettore al suo viaggio.
Viaggi con Charley – Alla ricerca dell’America è, a tutti gli effetti, una esperienza di viaggio on the road per gli Stati UnitiL’autore parte alla ricerca del suo Paese con un impeto positivo: la voglia di conoscere il suo popolo e anche se stesso.
Siamo nel 1960, precisamente il 5 settembre, ovvero il Labour Day, giorno che negli USA sancisce la fine dell’estate.
E proprio perché sono gli anni ’60 i grandi cambiamenti sono già avvenuti, lo spirito di Kerouac e la sua inquietudine di “Sulla strada” sono ormai lontani. Se per Kerouac il viaggio era quasi un andirivieni senza mai fermarsi per Steinbeck, il viaggio è il vivere il momento, conoscere le persone e la vera realtà americana.

Steinbeck all’epoca della partenza era già una star: pur non avendo ancora vinto il Nobel, era uno tra gli autori più conosciuti nel suo Paese. Tuttavia, questo aspetto non è rilevante nel testo, l’autore conduce per mano il lettore trasmettendo lo spirito del viaggio e non il viaggio di un uomo famoso in viaggio.
Steinbeck parte da Sag Harbor con il suo barboncino Charley a bordo di Ronzinante, un mezzo di trasporto creato e realizzato appositamente per questo viaggio. L’autore decide di portare con sé il suo cagnolino per avere un po’ di compagnia e la presenza di Charley è tutt’altro che secondaria nel libro. Steinbeck però ci fa conoscere gli Usa non dal punto di vista del cane, ma con il cane. Un esempio, tra gli altri, il diverso sentire e osservare di uomo e un cane davanti alle sequoie: 
Dopo  una esperienza simile Charley potrebbe trasformarsi misticamente su un altro piano di esistenza, su un’altra dimensione, allo stesso modo in cui le sequoie paiono essere fuor del tempo… Le sequoie, una volta viste, lasciano un segno, ossia creano una visione che ti porti sempre dietro” (p. 182).
In questo viaggio possiamo conoscere gli americani, le persone comuni che vivono lontane dalle città, le persone vere con le quali l’autore viene a contatto in tutto il suo percorso.
La scrittura è morbida, dolce, delicata, ci si trova di fronte ad una epopea di esseri umani che con le loro fragilità creano empatia con il lettore e con Steinbeck, del resto l’autore stesso dichiara “A me pare che vi fosse un’unica domanda che riassumeva tutto “Come sono fatti gli Americani oggi?” (p. 231).

Diversi i temi trattati, oltre a quello dello spirito del viaggio e della conoscenza.
Uno di questi tema che mi ha particolarmente colpita per la sua estrema attualità riguarda le diseguaglianze legate alla razza. Negli Usa già ai tempi si percepiva quasi una istituzionalizzazione della differenza di colore della pelle, non solo per gli aspetti legati alla criminalità, ma anche e soprattutto nel quotidiano: il nero era (ed è) diverso.
Un passo del libro è illuminante in questo senso: 
“Quando rientrò gli dissi “Ho visto che ti scansavi. Perché non ha dato una mano a quella donna?“Vede, signore, quella è ubriaca e io sono negro. Se la toccavo c’era il caso che si mettesse a strillare mi violenta, che corresse gente e poi che crederebbe a me?” (p. 252).
Con gli occhi di Steinbeck andiamo on the road passando per il nord, percorrendo come un circolo fino a Seattle, giù verso San Francisco, Montery, il deserto di Mouave, Amarillo, New Olreans, per poi tagliare di nuovo verso nord, passando da Abingodon e di nuovo a New York city.
L’autore ritorna, nel tuo lungo viaggio, anche nella terra dove era nato e cresciuto, a Salinas, la zona rurale della California e, in una taverna di Monterey, ritrova alcune persone del suo passato. Sono passaggi molto delicati e malinconici perché Steinbeck si rende conto di non essere più quello che era quando viveva lì, percepisce di non aver reso onore alla sua città e in un passaggio stupendo parla di questo a Charley: 
“Nella mia furia di nostalgico spregio, ho reso un cattivo servizio alla penisola di Monterey. E’ un posto bellissimo, pulito, moderno, ben tenuto… Se tornassero i fondatori di Carmel, non potrebbero permettersi di vivere in questo luogo, ma del resto sarebbe presto finita… Il luogo dove io son nato era cambiato, e siccome io me n’ero andato, non ero cambiato insieme a lui. Nel mio ricordo restava come allora e il suo aspetto esterno si confondeva, mi adirava”. (p. 197)
Questa estate nella quale non si potrà viaggiare al di là dell’oceano questo libro rappresenta una ottima occasione per conoscere gli Stati Uniti, lontani dagli stereotipi e visti con tanto cuore.
E per concludere alcune delle frasi famose tratte da questa opera:

“Il Texas è uno stato mentale”.
“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.
“Mi chiedo perché il progresso somigli tanto alla distruzione”.

Elena Sassi





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