venerdì 3 aprile 2020

Storie di fantasmi che facciamo finta di non vedere



Cronache dalla polvere
di Zoya Barontini
Bompiani, 2019

pp. 272
€ 19 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)



Cronache dalla polvere è un libro difficile da definire: ha un autore, ma con un nome inventato; è una raccolta di storie, ma non è composto da racconti indipendenti; è un libro di fiction –  addirittura per certi versi è un libro fantastico – ma che registri una storia realmente avvenuta è evidente anche dal titolo, Cronache. Si potrebbe forse dire che Cronache dalla polvere è un progetto, parola abusata di questi tempi e che però qui ha un senso vero e uno scopo, intuibile fin dalla scelta del nome dell’autore. Anzi dell’autrice, perché Zoya è un nome femminile etiope e significa “aurora”, mentre Barontini è un omaggio a Ilio Barontini, partigiano italiano che aiutò la resistenza etiope contro l’invasione fascista. Dietro a questo nome c’è un collettivo di undici autori. I nomi sono importanti – le storie del libro non fanno che ricordarlo – ed è quindi doveroso menzionarli: Massimo Gardella, Lorenza Ghinelli, Sirio Lubreto, Gaia Manzini, Michela Monferrini, Davide Morosinotto, Davide Orecchio, Guglielmo Pispisa, Igiaba Scego, Aldo Soliani, Nicoletta Vallorani. A completare il collettivo c’è anche un illustratore, Alberto Merli, e a coordinarli c’è un curatore, Jadel Andreetto.
Il progetto Cronache dalla polvere si concretizza in un mosaic novel, storie e disegni che formano delle corrispondenze. Viene da pensare alle correspondances baudelairiane e a quel “langage des fleurs et des choses muettes” che per il poeta francese era principio dell’arte. Perché per molti versi Cronache dalla polvere è un libro simbolista, rivela al lettore il linguaggio delle cose mute, il linguaggio dei fantasmi. Le corrispondenze del libro sono reazioni a un’occasione, a un evento puntuale: l’attentato al viceré Rodolfo Graziani del 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba da parte di due giovani ribelli. Attorno e a partire da quell’evento si ramificano tutte le storie che compongono il libro – una per ogni autore o autrice – e le illustrazioni che le intervallano. Con un abile lavoro di intreccio delle narrazioni, nel mosaic novel le storie si incastrano come tessere di un grande mosaico. Una volta completato, il mosaico restituisce al lettore la visione dell’orrore della violenta reazione fascista all’attentato fallito: morti a migliaia, abitazioni vandalizzate, stupri. 
Nel farlo il libro riesce a non essere manicheo: il confine tra buoni e cattivi non è mai netto, i personaggi stessi – siano soldati o resistenti, bianchi o neri – sono sfumati, in un costante processo che li fa divenire altro. Un ragazzino nero di Harlem può diventare, ad esempio, Memnone, l’eroe nero che a Troia sfidò Achille (Ethiopian volunteers register here!). In un crescendo di ferocia, miraggi e cupezza, i corpi dei personaggi cadono in fosse profonde e da lì lievitano come fantasmi dalla polvere. Sono i fantasmi, appunto, i veri protagonisti del libro, che rincorrendosi da una storia all’altra rincorrono chi fa finta di non vederli, spesso con la velocità di un bambino: 
Eppure alcuni soldati giuravano di essere perseguitati dai fantasmi di chi avevano ucciso in Etiopia. Anche in questo, i bambini sembravano i più tenaci: se ammazzavi un bambino, potevi stare certo di ritrovartelo ovunque tra i piedi (Tre uomini)
Ma attenzione: non c’è nessun orientalismo nel libro di Zoya Barontini, fantasmi e miraggi non hanno nulla a che fare con una appropriazione di tradizioni e riti altrui. Hanno molto a che fare, invece, con la questione tutta italiana della rimozione della memoria del colonialismo. I fantasmi sono il simbolo di una storia con cui dobbiamo ancora fare i conti, e non è un caso che un altro libro sull’argomento – anche quello difficile da definire, anche quello un caso di scrittura collettiva – si intitoli I fantasmi dell’impero (di Marco Consentino, Domenico Dodaro e Luigi Panella, pubblicato da Sellerio nel 2017). Alla storiografia italiana è mancata una riflessione collettiva sulla decolonizzazione, e forse è proprio per questo che lo strumento della scrittura a più mani è propizio per il tema: tentare di ricostruire un passato rimosso riesce meglio se lo si fa insieme.
La coralità non è solo autoriale, ma anche e soprattutto propria ai personaggi. La coralità serve a raccogliere le storie, la letteratura italiana postcoloniale ce lo spiega bene. Quasi tutti i romanzi che si possono includere in questa categoria dai labili confini sono romanzi corali, presentano una polifonia narrativa che spinge i lettori a prendere in considerazione altre voci e altri punti di vista. E poi tra le tante voci, ce n’è spesso una che porta il carico di tutte, un personaggio che si fa raccoglitore di storie, ruolo tipico nella costruzione dell'intreccio della fiction italiana postcoloniale.
"No. Non moriamo davvero. Non te lo so spiegare. Mio nonno diceva che la nostra anima rimane nel mondo, in qualche modo.”
“Come i fantasmi?”
“Non lo so. Che cosa sono i fantasmi?”
“Gente senza il corpo.”
“Come noi?” Tamrat si è guardato, e poi si è messo sulla faccia una mano trasparente. Dopo è scoppiato a ridere. “No, non penso che siamo fantasmi. Forse, noi siamo i veggenti. Raccogliamo le storie.” (Creature di vetro
Quello che dice Tamrat potrebbe benissimo essere – ad esempio – una frase di Mahlet, la protagonista di Regina di fiori e di perle di Gabriella Ghermandi (Donzelli, 2007), la “raccoglitrice di storie” (p. 231). Cronache dalla polvere è un libro postcoloniale a tutti gli effetti, queste e altre affinità lo dimostrano. Del resto, diversi tra i membri del collettivo non sono certo nuovi al tema (in primis Scego, la scrittrice italiana postcoloniale probabilmente più venduta). 
La presentazione di Cronache dalla Polvere a
BookCity Milano 2019
Foto di Serena Alessi 
Non è il primo libro postcoloniale scritto (anche) da scrittori e scrittrici non originari delle ex colonie italiane, ma credo sia il primo a presentare un interessante espediente, quello di un’appendice con le storie delle famiglie degli autori e delle autrici. Un’appendice voluta dal curatore Jadel Andreetto, come ha detto lui stesso alla presentazione del libro durante l’ultime edizione di BookCity Milano, per fare in modo che anche la storia personale entrasse nel libro. Quando si ha a che fare con il racconto della colonizzazione e mancata decolonizzazione italiana bisogna stare sempre molto attenti a parlare di storie di corpi che non erano i nostri: noi eravamo quelli che li sfruttavano. Per questo dire cosa i nostri parenti facevano nel 1937 è un modo per rendere chiaro che quei tempi sono esistiti veramente: era il tempo di mio nonno, di tua madre, del suo bisnonno. I fantasmi un tempo avevano un corpo, e ricordare da che parte stavano quei corpi è un’azione politica.

Serena Alessi
@serealessi