sabato 16 novembre 2019

#SpecialeMERIDIANI – La parola sorprendente di Jorge Luis Borges

La mia passione per Jorge Luis Borges è iniziata per caso, a partire da una suggestione trasversale: l'insegnante di storia e filosofia delle superiori, per introdurci allo studio del capitolo nuovo, ci dettò "Baruch Spinoza", di questo autore sudamericano che nessuno di noi aveva mai sentito. Ricordo, mentre scrivevo diligentemente sul quaderno, la fascinazione per quella parola evocativa, echeggiante, densa di significati che ancora mi sfuggivano. Il mio amore per Borges fu quindi innanzitutto per il Borges poeta. Comprai alcune raccolte, spinta più dalla suggestione dei titoli che da una vera selezione critica. Alcuni testi li lessi talmente spesso che ancora adesso li conosco a memoria: già allora sentivo chiaramente che quelli erano versi da far risuonare; quindi li declamavo a me stessa, nel silenzio della mia cameretta da adolescente, e chissà cosa avrà pensato chi passava da fuori. 
In seguito sono arrivata alla prosa, ai racconti misteriosi, immaginifici, de L'Aleph o di Finzioni –   ripenso in particolare al senso di angoscia ineluttabile trasmessomi all'inizio dell'università da "La morte e la bussola", dalla freddezza solo apparente, dalla geometria implacabile e crudele, con cui il cappio si stringeva intorno al protagonista inconsapevole.
Avere il Meridiano che campeggia sulla libreria ha significato per me avere accesso alle due anime, conosciute e riconciliate nel tempo, di questo autore prolifico e versatile, poter aprire il volume quasi a caso e lasciarmi suggestionare da un uso della parola che trovo ancora, a distanza di anni, quasi insuperabile nella sua imprevedibilità, nella sua capacità di spiazzare ogni aspettativa. Nello scegliere per voi le pagine più amate ho deciso di partire dall'inizio, dal mio entusiasmo giovanile per un linguaggio vibrante, sfaccettato, che faceva vibrare nella me ragazzina corde sconosciute. 


“Baruch Spinoza”, da La rosa profonda
Foschia d'oro, l'occidente illumina
la finestra. L'assiduo manoscritto
aspetta, già carico di infinito.
Qualcuno costruisce Dio nella penombra.
Un uomo genera Dio. È un ebreo
dai tristi occhi e dalla pelle citrina;
lo porta il tempo come porta il fiume
una foglia nell'acqua che declina.
Non importa. Il mago insiste e scolpisce
Dio con geometria delicata;
dalla sua malattia, dal suo nulla,
continua ad erigere Dio con la parola.
Il più prodigo amore gli fu concesso,
l'amore che non aspetta di essere amato.


“Giovanni 1, 14”, da Elogio dell’ombra
Non sarà questa pagina enigma minore
di quelle dei Miei libri sacri
o delle altre che ripetono
le bocche inconsapevoli,
credendole d’un uomo, non già specchi
oscuri dello Spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi giuoca con un bimbo giuoca con ciò che è
prossimo e misterioso;
io volli giocare con i Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di un incantesimo
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, prigioniero di un corpo
e di un’umile anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la medesima.
Il timore conobbi e la speranza,
questi due volti del dubbio futuro.
Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Gli occhi Miei videro quel che ignoravano:
la notte e le sue stelle.
Conobbi ciò ch’è terso, ciò ch’è arido, quanto è dispari o scabro,
il sapore del miele e della mela
e l’acqua nella gola della sete,
il peso d’un metallo sulla palma,
la voce umana, il suono di passi sopra l’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto grido degli uccelli.
Conobbi l’amarezza.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;
non sarà mai quello che voglio dire,
ne sarà almeno un riflesso.
Dalla Mia eternità cadono segni.
Altri, non questi ch’è il suo amanuense, scriva l’opera.
Domani sarò tigre fra le tigri
e dirò la Mia legge nella selva,
o un grande albero in Asia.
Ricordo a volte, e ho nostalgia, l’odore
di quella bottega di falegname.


“Parabola del palazzo”, da L’artefice
Quel giorno, l'Imperatore Giallo mostrò il suo palazzo al poeta. Si lasciarono indietro, in lunga sfilata, le prime terrazze occidentali che, come gradini di un quasi infinito anfiteatro, declinavano verso un paradiso o giardino i cui specchi di metallo e le cui intricate siepi di ginepro prefiguravano già il labirinto. Lietamente si perdettero in esso, dapprima come se condiscendessero a un giuoco e poi non senza inquietudine, perché i suoi diritti viali peccavano per una curva appena percettibile ma continua e segretamente erano cerchi. Verso la mezzanotte, l'osservazione dei pianeti e l'opportuno sacrificio d'una tartaruga permisero loro di sciogliersi da quella regione che pareva stregata, ma non dal sentimento d’essere perduti, che li accompagnò sino alla fine. Anticamere e cortili e biblioteche percorsero poi e una sala esagonale con una clessidra, e una mattina scorsero da una torre un uomo di pietra, che poi perdettero di vista per sempre. Molti splendenti fiumi traversarono in canoe di sandalo, o un solo fiume più volte. Passava il seguito imperiale e la gente si prosternava, ma un giorno giunsero a un'isola dove ci fu chi non fece così, perché non aveva mai visto il Figlio del Cielo e il carnefice dovette decapitarlo. Nere chiome e nere danze e complicate maschere d'oro videro con indifferenza i loro occhi; il reale si confondeva col sognato o, per meglio dire, il reale era una delle configurazioni del sogno. Pareva impossibile che la terra fosse altro che giardini, acque, architetture e forme di splendore. Ogni cento passi una torre tagliava l’aria; per gli occhi il loro colore era identico, ma la prima era gialla e l'ultima scarlatta, tanto delicate erano le gradazioni e così lunga la teoria delle torri. 
Ai piedi della penultima, il poeta (che stava come estraneo agli spettacoli ch’erano la meraviglia di tutti) recitò la breve composizione che oggi uniamo indissolubilmente al suo nome e che, come sogliono ripetere gli storici più eleganti, gli procurò l'immortalità e la morte. Il testo è andato perduto; c'è chi sostiene che constava di un verso; altri, di una sola parola. Quel ch’è certo e incredibile è che nella poesia stava intero e minuzioso il palazzo enorme, con ciascuna delle celebri porcellane e ciascun disegno di ciascuna porcellana e le penombre e le luci dei crepuscoli e ciascun istante sventurato o felice delle gloriose dinastie di mortali, di dèi e di draghi che avevano abitato in esso dall' interminabile passato. Tutti tacquero, ma l'Imperatore esclamò: «Mi hai rapito il palazzo!» e la spada di ferro del carnefice falciò la vita del poeta. 
Altri raccontano diversamente la storia. Nel mondo non possono esservi due cose uguali; bastò (ci dicono) che il poeta pronunciasse la poesia perché il palazzo sparisse, come abolito e folgorato dall'ultima sillaba. Tali leggende, naturalmente, non sono che finzioni letterarie. Il poeta era schiavo dell'Imperatore e morì come tale; la sua composizione cadde nell'oblio perché meritava l'oblio e i suoi discendenti cercano ancora, e non la troveranno, la parola dell'universo. 


Selezione a cura di Carolina Pernigo