domenica 7 luglio 2019

L'afrore dei campi coltivati nell'ultimo romanzo di Giacomo Revelli


La lingua della terra
di Giacomo Revelli
Arkadia, 2019

pp. 200
€ 14 (cartaceo)

I Lüghéi furono i primi a parlare la lingua sconosciuta di quel ragazzo: non doveva esserle più straniero di un gatto selvatico arrivato dal bosco, o più estraneo di uno dei passeri che vengono a beccare le olive dimenticate dalla battitura. Ma il linguaggio della terra è lo stesso ovunque, sta scritto pochi centimetri sotto la sua superficie, basta un colpo di zappa per impararlo. (p. 89)

Lo straniero, ossia l’estraneo, l’esterno, qualcuno che non appartiene a un determinato luogo, a u determinato costume, a un determinato idioma: la sua apparizione nelle campagne liguri, a giudicare dall’immagine di copertina, dalla bandella di prima e dalla quarta di copertina, sembra essere ciò che mette in moto gli eventi del romanzo di Revelli e che sta al centro della sua narrazione. Dico “sembra” perché in realtà la vicenda che vede protagonisti Bedé e lo straniero è una delle due facce della stessa medaglia che, nel risvolto, trova un romanzo di formazione incentrato sui due figli di Bedé i quali, nel giro di un anno – e soprattutto di un’estate – scoprono l’amore o decidono il proprio destino universitario. Queste due storie scorrono quasi parallele, intrecciandosi ogni tanto nella figura del capofamiglia e nell’ambientazione rurale, per poi annodarsi in maniera indissolubile verso la fine, quando la “questione dello straniero” esplode, a mio avviso un po' in sordina.
La narrazione che Revelli offre al lettore è densa degli odori e dei sapori della campagna e riesce veramente ad affondare le radici nella terra da cui tutto nasce e nella quale tutto finisce. In questo la sua penna è degna di nota, complice anche il largo uso del dialetto che a volte risulta difficile da digerire (di sfuggita: avrei evitato la traduzione in italiano delle frasi in dialetto? Forse, in quanto sa molto di didascalico; avrei capito tutto quello che viene espresso in dialetto? Sicuramente no) e il ricorrere a una terminologia precisa e netta presa direttamente dal vocabolario agricolo, in grado di far “scendere” il lettore fra gli olivi, in mano un rastrello o una rete, la schiena dolente per le ore di lavoro fra i campi.
Questa potenza espressiva tuttavia viene a perdersi un (bel) po’ quando si affronta l’altro tema: le vicende dei due fratelli, che pure si prendono la loro bella fetta di pagine, sono interessanti quanto basta per proseguire la lettura, ma indubbiamente da lettore avrei preferito saperne di più sulle origini dello straniero (a cui viene dedicato poco spazio, come se nell’angolo ci fosse una “questione migranti” che qualcuno, altrove, in un altro libro, dovrebbe affrontare) o vedere le conseguenze della sua abitazione clandestina, piuttosto che conoscere i dettagli dell’estate ligure, delle giornate che i ragazzi trascorrono con le milanesi, fra un «bagnètto» e un dj set.

A mio modesto parere La lingua della terra è un testo che tradisce le aspettative del lettore, anche se non in maniera necessariamente negativa: da un lato è vero che chi si avvicina a questo romanzo dovrebbe sapere che NON tratta soltanto dell’incontro fra due culture, sebbene questo aspetto venga più volte mostrato, perché senza dubbio Revelli marca bene la sua idea secondo la quale il linguaggio della speranza, della fame, della fortuna sia comune a ogni essere umano e nessun dialetto e nessuna lingua potrebbero in tal senso porre barriere; dall’altro leggere questo romanzo è, in qualche modo, leggere due storie, diverse ma connesse. Non dico che questo aspetto non possa piacere, tuttavia è bene che il lettore sappia in cosa sta investendo il proprio tempo.
Su un aspetto, invece, non possono non prendere posizione: i refusi non sono molti però sono ricorrenti, nel senso che di virgole fra soggetto e predicato («le donne, arrivate quella mattina presto facevano da mangiare», p. 145) è pieno il libro... senza contare uno strafalcione che, mi si dirà, può capitare. Però appunto è capitato: «V’applicai c’ho che imparavo a lezione» (p. 68).

David Valentini