martedì 11 settembre 2018

"Come la luce nei sogni" di Paola Predicatori

Come la luce nei sogni
di Paola Predicatori
Bompiani, 2018

pp. 192 
€ 16 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Una mattina, tornando dal centro per l’impiego a mani vuote, circondato dal rumore del traffico, lo aveva quasi sentito, il rombo del secolo nuovo, e aveva avuto la chiara sensazione che lui non si sarebbe salvato. E allora, cosa poteva fare? Nulla, non poteva fare nulla se non prendere atto di quel rumore cupo e terribile. Gli pareva a volte di essere stato tirato via da un altro grembo, senza braccia pronte ad accoglierlo, e aveva immaginato di essere il frutto di un uomo.
C’è una canzone di Motta, quella che dà il titolo al suo album d’esordio del 2016, che recita: «La fine dei vent’anni / è un po’ come essere in ritardo / non devi sbagliare strada / non farti del male / e trovare parcheggio». Se questo senso di costante decentramento esistenziale rispetto a un’età che, superata la culla protettiva dei vent’anni, non concede più ancore di salvezza è tema fondante delle canzoni dell’autore pisano, ancora più stretto è il giro di vite quando l’età considerata è quella dei quaranta inoltrati.
E torniamo dunque al romanzo della Predicatori: Tiziano, 47 anni, disoccupato e senza una casa in cui poter vivere, si ritrova a dover fare i conti con una quotidianità che non solo non concede ritardi e non consente di sbagliare strada, bensì dà già per scontato che le strade da percorrere siano quasi terminate e i parcheggi ormai impossibili da trovare.
Dall’altro lato abbiamo invece Gioele, nipote di Tiziano, adolescente sensibile e chiuso alle prese con tutti i travagli che quest’età riserva. Se qui le strade risultano facili da percorrere e il tempo a disposizione così dilatato da sembrare infinito, la difficoltà è opposta e altrettanto minacciosa: non perdersi troppo, non andare lontano dai percorsi a causa delle troppe scelte possibili, rischiando di errare come un novello Ulisse, pensando che tanto il tempo c’è, gli errori in fondo non contano, c’è sempre modo di rimediare. E quanto enormi e insormontabili possono apparire le preoccupazioni per i primi amori incerti e per quei casi di bullismo che una maggiore capacità di discernimento e comunicazione potrebbero forse facilmente risolvere. È brava qui l’autrice a comunicare proprio questo aspetto dell’essere adolescenti: l’elevazione a potenza, involontaria, dei problemi che si incontrano lungo il percorso, spesso (con)causata da pressioni sociali più o meno implicite.
Queste due storie, con le relative questioni vitali, scorrono in parallelo intrecciandosi in più punti. Tiziano e Gioele si sostengono l’uno con l’altro, e non lo fanno con lunghe disquisizioni sul senso della vita bensì molto spesso in silenzio, passeggiando lungo una pista ciclabile che tanto sa di luogo appartato e inviolabile.
Questa conversazione silenziosa e intima tuttavia non è sempre chiara da identificare e scorre fra le pagine sotterranea e invisibile, quasi anonima. Così come anonimi a tratti risultano i protagonisti e le loro vicende, le quali vengono narrate con una leggerezza che sfiora la superficialità. Si sente la mancanza di un senso di empatia verso di loro e verso gli eventi che incontriamo, forse dovuta a un concentrarsi continuo su dettagli non troppo rilevanti o su scambi di battute banali e incapaci di trascinare e portare con sé il peso necessario agli eventi:
“Lo so io quello che devo fare,” le dissi in tono tranquillo. “Ma, scusa, perché ti importa?” le chiesi per stuzzicarla – dopotutto mi lusingava che si preoccupasse per me.“Io lo dico per te: che ti sei messo in testa” ribatté, rimettendomi al mio posto.“Io, niente. È solo che non ti facevo così filantropa.” Era una battuta innocua, per alleggerire la tensione e provare a parlare da persone normali.“E che cazzo vuol dire? Guarda che a me non m’incanti coi tuoi paroloni da liceo,” rispose, lanciandomi una fulminante occhiata verde, da gatta che graffia.
Insomma gli ingredienti ci sono ma non sono dosati né amalgamati bene, e il risultato è un romanzo dolce e sensibile ma un tantino scialbo, che non lascia il segno. Utilizzando le parole dell’autrice, un gatto che non graffia.



David Valentini