lunedì 20 agosto 2018

#PagineCritiche - Gli insegnanti e le sfide della Pedagogia interculturale



Pedagogia interculturale, Teoria, metodologia, laboratori 
di Mariangela Giusti
Editori Laterza, 2004

pp. 188
€ 18 (cartaceo)



La sfida dell’interculturalità è da qualche anno diventata la necessità dell’interculturalità. Sono diversi i saggi che propongono un approccio alle diverse culture e vi è, più che mai, nella società odierna, l’esigenza di strutturare questi approcci in ambito normativo. Per quanto riguarda la pedagogia interculturale, strumento oggi essenziale per una didattica inclusiva, mi sono imbattuta nell’interessante saggio di Mariangela Giusti, professoressa associata presso l’Università Bicocca di Milano, che spiega in forma chiara, in una prima parte, quali sono temi e problemi che hanno indotto gli studiosi a tracciare le linee della pedagogia interculturale, in una seconda parte propone esempi utili di Laboratori di didattica e nella terza raccoglie esperienze dirette di immigrazione, raccolte dalla voce dei protagonisti.

L’assunto iniziale parte da una suggestione, ovvero il mito greco d’Europa, evocato in quanto fondativo e che a partire dal viaggio si amplia nelle idee di accoglienza e incontro, spiegando come la necessità di avere radici comuni e riconoscibili sia fondamentale, soprattutto in età infantile ed adolescenziale. A rinforzare questo mito hanno contributo i contributi di storici come Hendrik W. Van Loon e Fernand Braudel, con le loro narrazioni sull’origine comune e migrante delle più antiche civiltà del globo. Proprio da questi concetti, secondo la studiosa, bisogna partire per creare le basi di
una pedagogia interculturale, che al giorno d’oggi ha delle scelte da fare e dei compiti da perseguire. 

Entrambe queste finalità devono maturare da un dialogo comune e nella consapevolezza che l’incontro con l’altro sia un arricchimento, sempre. Ma instaurare un dialogo è la sfida primaria, una sfida lastricata di avvertimenti: non dare nulla per scontato, essere disponibili a decodificare simboli che non conosciamo, essere interessati ad ascoltare e conoscere codici comunicativi diversi. È molto interessante da educatore o insegnante avvalersi dei risultati della pedagogia interculturale, disciplina in fondo abbastanza recente, che trova i suoi primi validi contributi grazie alle sollecitazioni di filosofi e storici negli anni Settanta del Novecento, anche per capire fenomeni già in atto nelle nostre scuole e non sempre trattati con la giusta serietà e consapevolezza. La studiosa non tralascia di dichiarare gran parte del merito di questa disciplina anche al pensiero narrativo, narrando tra le opere più importanti quelle di Magris (Microcosmi, Garzanti, Milano, 1997), Matvejević  (Mediterraneo, Garzanti, Milano 1993) e Maalouf (con il suo splendido Gli Scali del Levante, Bompiani, Milano 2001).
“È fondamentale che i ragazzi si abituino a riconoscere nella storia europea, sia nelle epoche lontane (in un passato mitologico e storico) sia i secoli più vicini a noi e nell’attualità che essi stessi vivono,l’idea di un’identità collettiva della quale fanno parte e che, per quanto non ne abbiano consapevolezza, è anzitutto pluralistica” (p. 11)
Tanti sono gli esempi che in maniera più pratica possono essere utilizzati per colpire la fantasia dei ragazzi. Ad esempio le  radici medievali della cristianità, che si muovevano attraverso i tre grandi
luoghi sacri: Santiago de Compostela, Gerusalemme, Roma, distanze impensabili per noi moderni, ma attraverso cui si sono svelati al mondo i luoghi che oggi fanno parte di una certa idea del viaggio,
mentre quei sentieri impervi oggi sono diventate strade. L’idea dell’interculturalità è anche e soprattutto un’idea storica e a tal proposito si propongono tre modelli di affrontare la questione,
secondo un approccio tutelativo e creativo, attraverso un modello di pensiero valorizzante e dialogico e infine attraverso un metodo meditativo e riconciliativo. Questi tre modelli parlano tutti di “connessione” fra culture, non dimenticando la diversità di ogni cultura ma soprattutto con un avvertimento:
“Non è proprio il caso di porre un’enfasi fuori misura sull’appartenenza a una qualche comunità etnica, a un qualche gruppo territoriale, come se ciò dovesse essere un segno distintivo che debba creare barriere insormontabili fra noi e gli altri”. (p. 25)
Nella prima parte i temi sulla conoscenza, il pensiero interculturale, gli spazi dell’esistere e dell’intercultura, le eredità culturali, le relazioni e il principio di corresponsabilità e pedagogia sono sempre seguiti da schede di approfondimento ed esemplificazione, atti a rendere più agevoli i concetti ai fini di un utilizzo pratico in classe. Nella seconda parte i laboratori didattici sviluppano i concetti della prima parte e utilizzano, attraverso delle attività in gruppo, strumenti e approcci relativi alla didattica si arricchiscono di esperienze. Si potrà così realizzare un cartellone, porre delle domande, analizzare un’opera d’arte. Partendo da un tema e da un testo o da un’opera l’approccio del dialogo fornirà i diversi punti di vista e la raccolta del materiale confluirà poi in un lavoro di gruppo
complessivo.

L’ultima parte si arricchisce di testimonianze dirette al fine di “sollecitare e ascoltare il racconto della storia di vita di chi vive l’esperienza della migranza”. Le sette testimonianze tendono a dimostrare l’importanza della lingua del paese d’origine, o come mantenimento o come conquista successiva, nel legame profondo con le proprie tradizioni.

Samantha Viva
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