domenica 22 aprile 2018

#IlSalotto - Il narcisismo? Un elemento di disturbo che si insinua tra una persona e la sua voglia di scrivere.


Lo spirito della scrittura
di Francesco Serino
Editore Area51 Publishing

€ 2,99 (ebook)




Lo Spirito della scrittura di Francesco Serino è un vademecum tascabile per ogni aspirante scrittore, una piacevole lettura ricca di consigli per l’approfondimento della materia, nonchè spunto di riflessione sul mondo della cultura, intimamente intesa. Piccole perle di saggezza disseminate lungo le pagine di un breve ma intenso e-book, il cui unico difetto è forse quello dell’impaginazione, perchè il desiderio di poter prendere appunti, cibandosi del testo fino a consumarlo, è veramente forte.
La passione di Francesco Serino, libraio da circa 15 anni, esonda in modo palpabile, divenendo contagiosa, riuscendo a restituire quell’aura di prezioso sapere ad una professione, quella dello scrittore, talvolta erroneamente sottovalutata.
Scrivere richiede talento ed il talento va ammaestrato. Lo scrittore mette al servizio dell’utente la sua competenza in campo editoriale, per tracciare quelle linee guida, che possono essere d’aiuto a diverse figure professionali, così come a tutti coloro, che amano conoscere l’essenza delle cose.  
Per approfondire alcuni dei temi trattati nell'opera, abbiamo posto alcune domande all'autore. 


 “Lo spirito della scrittura” propone un “modus operandi” ricco di consigli e riflessioni, che potrebbero tradursi più in generale in un sano “modus vivendi”. Il “rebirthing letterario” da lei proposto, si tratti di scrittura o attitudine al buon vivere, innesca un vero e proprio “corso di rinascita”. Come nasce il suo libro e perché è importante che una persona impari le tecniche da lei illustrate?
Il mio modo di vivere è intimamente legato alla presenza dei libri. Faccio un lavoro che molti invidiano, ma la mia vera indole non è quella del libraio. Piuttosto, è frequentando altre librerie che si manifesta il vero potere che il libro ha su di me, quello dell’agguato. I libri mi tengono agguati di continuo. Alcuni giorni mi vengono addirittura a noia. Ma non posso farne a meno.
Montaigne aveva un rapporto speciale con quelli che custodiva nella sua torre circolare; io abito in un piccolo appartamento e la vita della mia famiglia ne è fisicamente circondata. Pur senza occhi, lo sguardo dei miei libri è il più severo che conosca. L’aspetto curioso è che ogni giorno mi sembra di dover ripartire da capo, dover “rinascere”. Infatti, osservandoli, c’è sempre qualcosa che torna a sfuggirmi, qualcosa che non ricordo, che non ho afferrato in pieno. Così, ne riprendo uno, me lo ripasso tra le mani, lo sfoglio per un po’, lo rimetto al suo posto. Non so bene come spiegarlo, ma accade sempre una strana magia. Ecco, se proprio devo essere sincero, la tecnica che padroneggio alla perfezione è quella della continuità. È come in un rapporto di coppia. Quando si sta insieme da tanti, tanti anni, per comunicare basta solo un’occhiata, e a volte, pure quella è superflua. In fondo, con i libri replico ciò che faccio con mia moglie Silvia: mi limito ad eseguire gli ordini che mi comandano. Vado orgoglioso di una cosa soltanto, quella di avere poco tempo da dedicare alla lettura, ma al contrario di chi se ne lamenta io ne faccio motivo di vanto: ho imparato a rubare un sacco di tempo alla mancanza di tempo. Ed è il migliore di tutti, il più fruttuoso. 
Lo spirito della scrittura è nato per dare forma a tutti quei suggerimenti e a tutto quel tempo “ritrovato” che negli anni ho raccolto e che molto spesso gli aspiranti autori, tutti presi nelle loro circonvoluzioni mentali, non riescono a cogliere. 

Leggendo il suo libro, si ha immediatamente la sensazione di aver di fronte qualcuno, che di libri e di aspiranti scrittori ne abbia conosciuti davvero tanti. Qual è il consiglio o la lettura che si è trovato più spesso a ripetere e/o a citare?
Scrivendo, mi sono divertito a individuare varie tipologie di aspiranti autori: il bukowskiano, il giallo dei miei stivali, la casalinga disperata… Per tutti, quando entrano in libreria, ho sempre il migliore dei consigli: farmi gli affari miei. Con loro, ogni approccio è una lotta contro i mulini a vento. Raramente, capita invece di vedere qualcuno che ha qualcosa da raccontare. Te ne accorgi da come osserva gli scaffali, dall’attenzione che ha nello sfilare un libro, dal silenzio che lo accompagna. Con lui puoi sbizzarrirti, anche se ogni volta - è più forte di me - finisco sempre per lanciarmi nell’elogio del povero Fabrizio del Dongo in mezzo a quell’incredibile scalpitìo di cavalli che è la Waterloo de La Certosa di Parma. Un libro inarrivabile. Ma poi, una volta rotto il ghiaccio, di solito sono io a ricevere consigli. C’è sempre un libro sconosciuto, che prontamente mi procuro.

C’è qualche aneddoto che ricorda con piacere? 
Una cosa divertente successa tanti anni fa con protagonista un signore, geometra e aspirante autore, che ci propose per la vendita il suo libro di poesie. Si presentò con le più alte aspettative, e ci consegnò una copia della sua raccolta affinché la visionassimo. Aveva un titolo del tipo: Ed è subito… poesia. Ricordo con rinnovata meraviglia l’apertura di ogni lirica. Sul foglio sinistro, in corsivo, c’era scritto: «Inviata a:». A capo, un lungo elenco di nomi delle personalità alle quali l’aspirante poeta aveva spedito la composizione. Ne ricordo alcune: Carlo Azeglio Ciampi, Vittorio Sgarbi, Maurizio Costanzo, Mara Venier e, chissà secondo quali strategie di marketing, Moira Orfei.
Il mio titolare, libraio burbero che mandava a memoria i poeti russi (in russo…) ne sfogliò un paio di pagine, mi guardò, poi guardò il geometra. “Mi prende per il culo?”, disse. 

Come interpreta il proliferare di corsi di scrittura, sono utili a suo avviso o possono alimentare false speranza ed un aspetto narcisistico fine a se stesso? Da dove viene, secondo lei, tutta questa voglia di scrivere?
I corsi di scrittura sono come quelle scuole per il recupero degli anni scolastici. Ti riempiono di nozioni, svuotandoti le tasche, e ti fanno credere di aver finalmente capito la differenza tra romanticismo e decadentismo. Poi, quando sei grande, ritrovi i tuoi vecchi libri di letteratura delle superiori e ti accorgi che, accipicchia, era tutto spiegato in modo impeccabile. La lacuna era una sola: la tua voglia di studiare. Io ho avuto una carriera scolastica travagliata, ma avevo un gran bisogno di poesia e sicurezza. I libri di italiano sono stati la propedeutica perfetta al gusto e alla maestria della parola. Non a caso, i miei primi Maestri spirituali sono stati Pirandello e Svevo. Quel senso di immortalità che rimandano mi ha letteralmente formato il carattere. Col tempo e quel pizzico di saggezza che si conquista ai quarant’anni, ho capito che i corsi di scrittura a qualcuno possono però servire sul serio: avvocati, ragazzi del biennio che hanno difficoltà a mettere insieme tre colonne a tema libero e, a mo’ di terapia, chi soffre di autostima. Per tutti gli altri, ci sono lunghi e colorati scaffali nelle librerie e nelle biblioteche. E svelo anche un segreto: i libri delle biblioteche si possono addirittura prendere in prestito, gratis.
Tornando alla tua domanda, hai fatto bene a nominare il narcisismo, perché è l’elemento di disturbo più fastidioso che riesce ad insinuarsi tra una persona e la sua la “voglia” di scrivere. Tutti, in qualche modo, abbiamo bisogno di piacerci e sentirci importanti, prima di tutto nei riguardi di noi stessi. Credo sia una specie di istinto alla perfezione. La natura ci appare così compiuta. Perché non imitarla? Il problema arriva quando confondiamo l’apparire con l’essere, le cui differenze possono essere assimilate al parlare (lo scrivere) e al pensare (cioè al riflettere). Credimi, la confusione regna in molti di noi. Per questo scrivere è difficile, perché con una penna in mano possiamo raccontarci di tutto, anche un sacco di fregnacce. D’altronde, l’apparenza è la risposta primaria, evidentemente subdola, a uno stato critico: quando ci ritroviamo a scegliere, crediamo di giudicare obiettivamente quando invece non facciamo altro che metterci a confronto con qualcosa che pensiamo sia “più” o “meno” di noi. È una prospettiva limitante. Dovremmo fregarcene di tutto, come fanno i Dogon del Mali. Guardare le stelle, e buonanotte al secchio. 

Crede che per pubblicare con una grande casa editrice conti più il merito o la “conoscenza” di “qualcuno”?
Tutti i lettori di quest’intervista, dentro sé, risponderanno che “conoscere qualcuno” sia una specie di requisito per approdare a un grande editore. In tutta onestà, quasi mi stupirei del contrario. Le case editrici sono aziende private, e giustamente pubblicano ciò che gli pare. Detto questo, non credo affatto che “arrivare” sia impossibile. Ovviamente, dipende da chi sono, o da cosa scrivo. Se sono uno chef stellato o uno youtuber di grido posso aspettarmi da un momento all’altro la telefonata di Mondadori. Ma anche se mi chiamo Romina Carrisi e sono la figlia di Al Bano posso pubblicare una raccolta con le poesie più banali della storia delle poesie. Se invece scrivo gialli, che so, sbarcare presso Sellerio sarà piuttosto difficile. Le ragioni del fallimento potrebbero essere più d’una. La prima e più probabile è che ciò che ho scritto, mi dispiace per me, fa abbastanza schifo. La seconda è che ogni grande editore ha un programma delle uscite molto organizzato ed evidentemente la lista delle pubblicazioni è estremamente limitata rispetto al numero di testi presi in considerazione, perciò il mio interessante manoscritto rischia di venire fagocitato da un altro solo per il fatto di essere arrivato “al momento sbagliato”, o magari “nelle mani sbagliate”, oppure in un frullato composto da queste due circostanze. La terza ragione è che mi sono dato la zappa sui piedi da solo infarcendo il mio bel plico indirizzato all’editore con un’assurda lettera di accompagnamento o raccomandazioni per la lettura. Motivi validi per cestinarmi seduta stante. La quarta ragione, più in generale, è che tra i pochi meritevoli, molti nemmeno ci provano a spedire il proprio lavoro. Lo ammetto: sono un inguaribile romantico. L’Italia è piena di bravi editori che sognano qualcuno così educato e attento che invii loro un semplice testo impaginato a modo, giustificato, in corpo dodici, senza fronzoli, senza grechine a separare i paragrafi, senza prove di copertina, senza la fotografia del bisnonno morto in guerra, senza note a piè di pagina che spieghino come mai si è usato quel termine desueto. Per favore, il mondo ha bisogno di manoscritti normali! 

Come sono cambiati, se sono cambiati a suo avviso, gli scrittori contemporanei?
Se per scrittori contemporanei intendi i romanzieri più noti, il comun denominatore è la standardizzazione. Tutti sono imbrigliati nello studio un po’ morboso della causa/effetto, tutti alla ricerca di una soluzione. Non c’è più quell’“abbandono all’interiorità” che ti fa vibrare in modo sempre nuovo, diverso e sorprendente, che ti incasina la mente, che ti spoglia delle convinzioni. Ma non sono un pessimista. Al contrario. Nascosti nei meandri delle librerie, oggi ci sono scrittori grandissimi. Alcuni, tra i più grandi da un secolo a questa parte. C’è Murakami, c’è il compianto Bolaño. Gli italiani non sono molti. Ma c’è Aldo Busi, e poi, come piovuto da un altro pianeta, Antonio Moresco.

Qual è il suo rapporto con la rete? Pensa che in qualche modo i social network possano creare “interferenze”? 
Opterei per una distinzione. Rete da una parte, social dall’altra. Sui social è ben chiara la natura di alcuni: l’egotismo e la presunzione la fanno da padroni. Facebook e Instagram traboccano di personalità di questa sorta. Mi fanno ridere quelli che si autopubblicano i libri e poi modificano la descrizione del profilo digitando con eccitazione sul tastierino dello smartphone il termine “scrittore”, con l’obbiettivo di convincere il resto del mondo che loro sono diversi da tutti gli altri. Ma di preciso, voglio dire, in quale mondo è che vivono?
La rete, al contrario, si comporta in modo più naturale. In fondo, è il contraltare immateriale dell’esperienza sociale che ognuno di noi vive nel mondo. Perciò, le teste calde incontrano altre teste calde, i solitari incontrano altri solitari, i cercatori, a volte, trovano risposte. Vero è che per quanto riguarda il mondo delle lettere e, allargando un po’ prospettiva, degli studi umanistici, il web ha rappresentato un punto di svolta paragonabile all’introduzione della stampa nel Cinquecento. Senza rete, ad esempio, io non avrei mai avuto accesso a certi documenti indispensabili a completare la ricerca per un mio saggio storico. 

Nel suo libro afferma: “Il fantastico è come una manifestazione delle leggi naturali, un effetto del contatto con la realtà quando essa viene percepita direttamente e non filtrata attraverso il velo del sonno intellettuale, attraverso le abitudini, i pregiudizi, i conformismi.” Le va di espandere il concetto?
Il fantastico occupa il 99,9% della vita di ognuno. Se ci pensi, tutti si riconoscono grazie a un’immagine fantastica di loro stessi. D’altra parte, della nostra esistenza siamo in grado di percepire solo il passato e il futuro: ciò che ho appena fatto, ciò che sto per fare; cioè ricordando un evento e immaginandone il successivo. Metti le due cose insieme e hai centrato il significato del “fantastico”, qualcosa che ha in sé una specie di memoria e allo stesso tempo una proiezione di ciò che sarà senza mai esserlo realmente. È un concetto molto affascinante… Al riguardo, consiglio un libro di psicologia. È un po’ complesso, ma c’è scritto tutto. Si intitola Alice nel paese delle meraviglie.  

Mark Twain disse: “Scrivi gratis fino a quando qualcuno non si offre di pagarti; se nessuno ti offre un pagamento entro tre anni, sei destinato a tagliare la legna.” Lei cosa ne pensa?
Ah, guarda, spaccare la legna farebbe bene anche a tanti scrittori professionisti. Comunque, anche Balzac la pensava come Twain. Ma insomma, si fa presto a parlare quando si è Twain o Balzac… 

Qualche nuovo progetto per il futuro?
Trasferirci in una casa più grande, portare mio figlio Nicola a vedere un Gran Premio di Formula 1 e, nei ritagli di tempo, scrivere un libro sulla storia della conquista americana delle Hawaii.

Intervista a cura di Elena Arzani

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