lunedì 5 febbraio 2018

Nessuno sfugge al "Castigo di Dio": la Socia, il buco nero della Bari del 1943

Castigo di Dio
di Marcello Introna
Mondadori, 2018

pp. 300
€ 19,00
9,99 (ebook)


«Cosa c’è al primo piano?»
«Le puttane.
«Al secondo?»
«Il vizio.»
«Al terzo?»
«Il camino.»
«E all’ultimo?»
«Amaro.»



Scena: la Bari del luglio 1943. Il fascismo è agli sgoccioli, i nazisti stanno per lasciare la città, al loro posto arriveranno marines e ufficiali dell'esercito inglese. La popolazione, prostrata dalla guerra e dalla borsa nera, si prepara a un cambiamento. Ma c'è un palazzo, ai confini della città di allora, dove tutto rimarrà immobile. Dove l'aria stantia, imprigionata dalle finestre sbarrate, continuerà a ristagnare, animata solo dalle grida di dolore e le richieste di pietà dei suoi abitanti. Questo palazzo è la Socia, cooperativa edilizia sorta nel 1987 all'incrocio tra piazza Luigi di Savoia e via Zuppetta, ed è l'ambientazione di Castigo di Dio, secondo romanzo del barese Marcello Introna.
La Socia è il regno di Amaro: un trafficante di merci e persone, una ragnatela umana, nei cui fili cadono donne e bambini disperati e soli, costretti a prostituirsi per una miseria.
Amaro era la massa che sbalordisce al suono di una parola che non conosce e anche per questo, oltre che per indole, era spietato col subalterno, viscido e servile con chi gli stava sopra.
Con la protezione del prefetto Nicola Arpino, Amaro prospera sotto il fascismo come con l'occupazione alleata. Nessuno può disturbare i suoi traffici, semplicemente perché tutti, dal cittadino al sindaco, hanno scelto di cancellare la Socia dalle loro esistenze, come se in quella piazza, invece di un palazzo malsano, ci fosse un cratere.
«Questa è la Socia, qui tutti sono ciechi. Le pareti per prime. Siamo anche muti e la maggior parte di noi è sorda. Molti sono morti, anche se camminano ancora, e altri non nasceranno mai.»
Nel corso degli anni, la Socia, che pure nel suo periodo di massimo splendore è stato un buco nero, una calamita per la sventura di tantissimi, scompare anche dal tempo: il palazzaccio è cancellato dalla memoria collettiva. Ecco perché Introna sceglie di recuperarlo, di narrarne la curiosa storia, mischiando ad alcuni dati reali una storia di fantasia: c'è il rapimento di una ricca bambina di Santeramo, una storia d'amore tra un fabbro e una "puttana letterata", un giornalista segugio e un commissario indomito, omicidi, uno storpio con una spiccata sensibilità artistica e una masciara barivecchiana. Il tutto si potrebbe sintetizzare come ascesa e declino di Amaro.

Sebbene l'intreccio sia ricco di figure e scene, tutti gli avvenimenti iniziano, si concludono e ruotano intorno alla Socia e al suo re. Tutti prima o poi si scontrano con quella Socia che hanno deciso di ignorare: un regno del malaffare che oggi sarebbe in pieno centro e che nel 1943 era periferia geografica e mentale per tutti i baresi.
Un formicaio non renderebbe l’idea di cosa fosse la Socia, perché “formicaio” è un termine che in sé ha un sapore positivo, suona come operosità, gerarchia non violenta, collaborazione per la tutela reciproca. La Socia non era un formicaio, ma piuttosto un nido di tarme schizofreniche che avevano rinunciato al legno per nutrirsi giorno dopo giorno delle sue stesse pareti.
Se la Socia è la protagonista della storia, allora è chiaro che tutte le vicende avranno un esito infernale: non c'è scampo. Il castigo di Dio si abbatte su tutti i personaggi, compreso quel Lorenzo Varichina, realmente esistito, che oggi consideriamo un paladino degli omosessuali, ma che all'epoca dei fatti era solo un bambino costretto a prostituirsi. 
Amaro quindi è il dominus della storia, e ogni storia ha un finale amaro, perché tutto ciò che quel demonio analfabeta incrocia è destinato ad appassire.

Il fascino principale di questo romanzo risiede proprio nel recuperare un pezzo di storia perduto. Nonostante uno stile ampolloso, che spesso scade nella metafora, nel paragone superfluo (non saprei dire se si tratti di uno slancio poetico o di un tentativo di allungare la matassa), quello che traspare nel libro è il grande amore dell'autore per la sua città. Molti sono i passaggi in cui Introna segue i suoi personaggi via dopo via, descrivendone minuziosamente il percorso tra gli archi di Bari vecchia e le piazze cittadine - passaggi che, inevitabilmente, solo un lettore barese potrà seguire.
L'autore indulge nella dettagliata descrizione del panorama da un ponte, del porto, del Castello, delle decorazioni del palazzo dell'Acquedotto Pugliese o dei palazzi Liberty del centro, contribuendo a diffondere la conoscenza di piccoli angoli di bellezza che un turista affrettato non nota. Il consiglio, durante la lettura, è di passeggiare tanto per il borgo nuovo e il centro storico, lasciandosi affascinare dal dialetto, dai vicoli e dall'anima della città.


Francesca Romana Genoviva


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