sabato 4 agosto 2012

CriticaLibera: La rimozione del giudizio e il mutamento genetico delle recensioni


Cos'è una recensione? ne leggiamo e scriviamo talmente tante, che corriamo il rischio di smarrire l'identità di questo genere e quindi di trasgredire - inconsapevolmente, non creativamente - al ruolo di formazione di opinione e di giudizio che la recensione ha avuto in passato. Non c'è - non vorrei che ci fosse - un intento grezzamente reazionario in queste prime righe; dico solo che il mutamento genetico assunto dall'atto stesso del recensire è così palese che mi stupisco di quanto poco - se non mai - venga discusso dove più serve: nei luoghi dove le recensioni si scrivono e dove vengono lette.

Ma cos'è una recensione? riporto integralmente la definizione che ne dà Nicoletta Preziosi nel libro "Scrivere per l'editoria" (Edizioni Santa Caterina, 2008):
La recensione è la valutazione di un'opera, in questo caso di un'opera letteraria. E' un testo che ha lo scopo di presentare un libro ed è generalmente pubblicata su un periodico. Può essere classificata tra le tipologie di scrittura come mediamente vincolante in quanto ha bisogno di chiarezza e oggettività sui contenuti, nel tentativo di raggiungere una sintesi valutativa e interpretativa dell'opera. La scrittura della recensione prende i suoi riferimenti dalla saggistica, per la necessità di scientificità, e dalla critica letteraria, per la predisposizione alla formulazione di ipotesi. (1)
Mi pare di poter individuare parecchi punti d'interesse in questa definizione. La prima parola in posizione predicativa - alla quale, cioè, il concetto di "recensione" è legato - è "valutazione". Essa pare talmente importante che viene ripetuta poco dopo: "sintesi valutativa e interpretativa dell'opera". Altri termini usati sono "scientificità", "chiarezza" e "oggettività". Questi ultimi prestano più facilmente il fianco a critiche, perché non è possibile essere oggettivi (né stabilire lo statuto stesso di oggettività) né scientifici quando si scrive critica letteraria. Il termine "chiarezza"(che mentalmente potrei sostituire con "onestà" e "trasparenza") mi sembra invece appropriato. Dunque, ricapitoliamo: valutazione e chiarezza sembrano elementi importanti.
Epppure, leggendo abitualmente recensioni, sia su riviste che su web - recensioni soprattutto di libri di poesie, mio ambito prediletto - sembra mancare il giudizio e di quale chiarezza si parli è poco chiaro. Veniamo al giudizio: o esso è invariabilmente positivo - e questo viene detto a chiare lettere e ad aggettivi eloquenti: "bellissimo", "straordinario", ecc. -, oppure manca proprio. Sembra che la stroncatura, o perfino la perplessità garbatamente espressa, non vadano più per la maggiore, anzi.

Certo, nel bene come nel male non basta una manciata di aggettivi per offrire una valutazione: serve un'argomentazione a supporto, argomentazione spesso non pervenuta. Così sia la polemica spinta a oltranza, spassosa ma spesso pretestuosa, che si legge in un sito come Poeti e poetastri non aiuta il lettore più di quanto faccia la recensione compiacente o non schierata. I compiacimenti e le pose peggiori, comunque, mi sembra appartengano spesso alla pratica della prefazione, che di per sé richiederebbe un altro intervento.

Ogni atto critico - se consideriamo la recensione come momento di critica, cosa che mi sembra più che legittima - non può rinunciare a una direzione ideale, una visione generale di "come dovrebbe/potrebbe essere". Un atto volitivo insomma, forte ma capace di vedere oltre le proprie strettoie estetiche.

Oggi il momento del giudizio è sostituito da altre cose, tra cui la capacità di empatia e la presentazione dell'opera. Dico subito che questi due momenti (di più il secondo, per me) sono importanti anch'essi: il lettore ha diritto di essere informato sulla parte "oggettiva" (o meglio, più vincolata), cioè sulla descrizione del libro (quali e quante sezioni, quali tematiche, personaggi, che tipo di stile), per farsi un'idea di un libro che spesso non ha letto. Necessario sarebbe riportare stralci del libro, perché nulla più del testo fa capire la caratura di un autore o la sua mediocrità artistica (diffidare quasi sempre delle quarte di copertina, dei giudizi ritagliati ad arte).

Riportare parti del libro garantisce tra l'altro sulla "verificabilità" di quanto si sta scrivendo come critico. La capacità di empatia è certo un dono, ma secondo me essa sta a monte, non dentro la recensione: pena il divenire una posa, come il voler dare a vedere che si è entrati in contatto "telepatico" con l'autore, mettendo dunque in primo piano i due attori (autore e recensore) anziché una presentazione e critica del testo a uso dell'autore e del lettore.

Quanto alla chiarezza, ci sono vari modi di intenderla: il primo è proprio costituito da questa "verificabilità" di cui ho parlato prima. Il secondo è spesso occulto, perché la rintracciabilità starebbe nel rapporto tra il prodotto finito(la recensione) ed elementi cui non abbiamo quasi mai accesso, come le coordinate estetiche e le intenzioni o condizioni di chi recensisce (è un atto critico genuino il suo, o un mezzo servizio a qualcuno di conosciuto?). Il terzo pertiene allo stile stesso della recensione, perché capita spesso che lo stile saggistico e argomentativo - ma anche quello arguto e aneddotico - lasci il passo a formulazioni vaghe ("il poeta sa che la sua parola deve interpretare la realtà, farsi vincolo tra il visibile e l'invisibile": questa l'ho inventata, ma scommetto che sapreste trovarne di simili) o a esibizioni di bravura, quasi in gara col modello letterario, per una postmoderna e pericolosa confusione dei generi, penetrata forse inconsciamente nello stile di scrittura (una vulgata bassa di Derrida?)

Quello che si sta perdendo nella critica e nella letteratura è proprio una memoria critica e letteraria, con un'operazione che finge di ignorare il fatto che ogni genere di scrittura si è costituito mediante una lenta codificazione lunga decenni o secoli: vantarsi di ignorarla in nome di un malinteso spontaneismo, fingere una tabula rasa, è colpevole e non dovrebbe consentire, poi, il lusso di lamentarsi di una situazione presente che non si cerca di contrastare(sciatteria letteraria, povertà di contenuti e giudizio in molte tipologie di scrittura).
E pensare che una volta non ci si faceva troppi problemi a stroncare (spesso anche a torto: basti vedere le critiche mosse alla Waste Land di Eliot, allora poco più che esordiente, o all'Ulysses di Joyce). Stroncature che potevano mandare in crisi (positiva) gli autori, farli interrogare su quanto stavano facendo, offrire un'angolazione che permettesse alla scrittura di tenere conto di un maggior numero di varianti e ipotetiche obiezioni. Perché scrivere e comporre è maledettamente serio e difficile, e chi recensisce dovrebbe riuscire a ricordarlo allo scrittore o poeta, ogni tanto.
Oggi tuttavia è un po' come quando i genitori accusano di incompetenza gli insegnanti per partito preso, per adesione viscerale al proprio figlio (l'opera) prima e spesso senza vaglio critico. Sono consapevole che ogni discorso di questo tipo (e l'inevitabile ma genuina carica polemica che sottintendono) si presta a obiezioni: generalizzazioni, mancanza di nomi e cognomi (e un giorno andranno fatti: a me adesso interessa sollevare la questione, provocare un dibattito se possibile) e quant'altro.

Io non cerco di screditare la critica, perché il web e le riviste sono piene di persone competenti e preparate che offrono - gratuitamente - un servizio di divulgazione e "ascolto" prezioso: ma proprio perché è prezioso, insisto che non ci sia la vergogna portata dalle accuse dell'antintelletualismo rampante ("ma chi sei tu per giudicare?") e che ritorni netto il momento della scelta, del giudizio, del sì o del no che sono certo opinabili e che il lettore potrà confutare una volta che abbia iniziato a leggere l'opera.

Perché è così, iniziando un circolo virtuoso, che tra qualche anno i lettori si faranno più esigenti, alcuni autori più umili e pronti all'ascolto, che gli editori sappiano che ufficio stampa e rivista, e giornalista e critico, non sono la stessa cosa; e che infine non ci sarà sempre bisogno di gonfiare le quarte di copertina con iperboli ("un capolavoro"; "mai letto un libro così"; "sensazionale") tanto più vuote quanto più ripetute.

Davide Castiglione

(1) Scrivere per l'editoria, ed. Santa Caterina 2008, p. 50.