domenica 15 gennaio 2012

Pillole d'autore: Franco Fortini

La poesia di Franco Fortini (Firenze 1917 - Milano 1994) non può essere compresa fino in fondo senza avere dell’autore e dell’epoca in cui ha agito una visione almeno generale (a tal proposito segnalo l’eccellente monografia di Daniele Balicco, recensita qui su questo sito). Ogni discorso introduttivo rischia la semplificazione e la banalizzazione, tanto è feconda e problematica la dialettica tra le elaborazioni teoriche e ideologiche rinvenibili nei suoi saggi e interventi, e le concretizzazioni poetiche.
Qui basterà rilevare l’avversione di Fortini per le formule ermetiche (illuminanti i suoi saggi sui primi Luzi e Zanzotto), ma anche la sua estraneità alla poesia civile neorealista del dopoguerra. L’estetica, questo è il punto, è chiamata a prefigurare la storia (l’avvento del comunismo) obliquamente, riproponendo nel presente un’ideale di compostezza classica, di ordine, rivoluzionario quanto più innaturale e resistente alla capacità inglobante del capitalismo postindustriale.
Di qui la pronuncia secca, aspra, virile, spesso trocaica, dei versi fortiniani “di cemento e di vetro”; il ricorso all’allegoria e alla parabola (evidente nella celebre Traducendo Brecht e In memoria III) che dicono di una fiducia, paradossale visti i tempi, nei valori classici della trasmissione e dell’esempio; di qui la ricca elaborazione retorica del discorso, avversa ai miti del vitalismo e della naturalezza in voga nel dopoguerra. Ma anche l’illuminante capacità di rovesciare il discorso, di fare scattare le forze della contraddizione una volta che è stato contemplato l’orrore, sulla scia della lezione di Adorno e della scuola di Francoforte. La poesia di Fortini è didattica, ma innervata da un senso del tragico che conferisce ai suoi versi una risonanza e una durata poco comuni, eppure sempre più necessari oggi, contro la corsa al consumo e all’oblio.
La scelta seguente è tratta dai Versi scelti 1939-1989 (Einaudi, 1990) e perciò non può dar conto dell’ultima raccolta Composita solvantur (Einaudi, 1994) né, per motivi di spazio, delle splendide traduzioni da Brecht, Goethe, Milton e altri.


Da Foglio di via e altri versi (1946)

Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo.

Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna nella fiamma
Una mano che sfiora al paesaggio
O l’indecisione fissando senza vedere.

Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto.

Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte.
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.

Da Poesia e errore (1959)

American Renaissance

in memoria di F. O. Mathiessen

Suona, trionfa nella mente,questo
verbo vivo che Egmont fra stendardi misura.
Trombe, corni! La smisurata natura
esulta nel suo gesto.

La smisurata natura delle pietre
tedesche beati demoni ci tesero –
acque di popoli, selve di storia, spazi
aperti a noi, di tempesta.

Ma nella mente resta il grido agro
del vecchio che chiude Thoreau e Marx e si spezza
dal ventesimo piano.

E noi arresi a una storia confusa
la negazione della negazione
oltrepassa e disprezza.

Da Una volta per sempre (1963)

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il giorno si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che a te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Ultime sulle rose

Quando da qui si guarda l’età del passato
veramente diventa possibile l’amore.
Mai così belli i visi e veri i pensieri
come quando stiamo per separarci, amici.
Esercizio della ragione e sentimento
sono due cose e vivacemente si legano
come la rosa è forma di mente e stupore.

Da Questo muro (1973)

In memoria III

La bambina schiacciò con il sasso la mantide.
A scatti moveva la testa.
Dal ventre una frittata di seme
una chiazza di pasti consumati.

Le mandibole mordevano.
i coltelli delle zampe recidevano
aria. Una metà
d’insetto s’adempìva.

Il presente

Guardo le acque e le canne
di un braccio di fiume e il sole
dentro l’acqua.

Guardavo, ero ma sono.
La melma si asciuga fra le radici.
Il mio verbo è al presente.
Questo mondo residuo d’incendi
vuole esistere.
Insetti tendono
trappole lunghe millenni.
Le effimere sfumano. Si sfanno
Impresse nel dolce vento d’Arcadia.
Attraversa il fiume una barca.
È un servo del vescovo Baudo.
Va tra la paglia d’una capanna
sfogliata sotto molte lune.
Detto la mia legge ironica
alle foglie che ronzano, al trasvolo
nervoso del drago-cervo.
Confido alle canne false eterne
la grande strategia da Yenan allo Hopei.
Seguo il segno che una mano armata incide
sulla scorza del pino
e prepara il fuoco dell’ambra dove starò visibile.

Da Paesaggio con serpente (1984)

La vetta dell’albero

Stasera ci vedremo. Ci diremo
parole che potrebbero portarci
per sempre lontani da noi. Ma anche è possibile
che dopo il sonno e dopo molti sonni
si venga a una notte chiarissima, a un’altra
giornata da intraprendere.

E ora mi chiedo
dov’è la forza che prego per noi.

Se tra i miei occhi alla radice della fronte
o sotto lo sterno dove il sussulto si ostina
o nella vetta dell’albero che spia la pioggia
o in te che patisci sulle piccole spalle

il peso del dio senza conoscerlo.

Molto chiare…

Molto chiare si vedono le cose.
Puoi contare ogni foglia dei platani.
Lungo il parco di settembre
l’autobus già ne porta via qualcuna.
Ad uno ad uno tornano gli ultimi mesi,
il lavoro imperfetto e l’ansia,
le mattine, le attese e le piogge.

Lo sguardo è là ma non vede una storia
di sé o di altri. Non sa più chi sia
l’ostinato che a notte annera carte
coi segni di una lingua non più sua
e replica il suo errore.
È niente? È qualche cosa?
Una riposta a queste domande è dovuta.
La forza di luglio era grande.
Quando è passata, è passata l’estate.
Però l’estate non è tutto.