giovedì 17 marzo 2011

17 marzo 1861 - 17 marzo 2011: centocinquanta anni di unità italiana

Il bisogno di patria
di Walter Barberis
Einaudi, Torino 2004

pp. 137
€ 10,00
«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861».
Questi sono i primi vagiti di un’Italia appena nata. Per chi avesse curiosità da gossip, e volesse scoprire come sia andato il parto e quale corredino la piccola Italia avesse, mentre i parenti/fondatori la contemplavano attorno alla culla, può leggere un libro pubblicato non molto tempo fa. L’autore del libro di cui sto scrivendo, si chiama Walter Barberis, docente di Storia moderna e Metodologia della ricerca storica all’università di Torino; il titolo è “Il bisogno di patria”.
Il saggio, che a me è parso più una lunga inchiesta, a tratti tragicomica, sul significato dell’Italia come Stato, scorre piacevolmente: in meno di centocinquanta pagine, Barberis analizza scientificamente la “passione” -pressoché nulla- degli italiani nei confronti di un concetto: l’unità. Il libro svela parecchi “deliri”, o piuttosto parecchie verità molto intime, intorno al nostro popolo. Ma addentriamoci ne “Il bisogno di patria”. Barberis inizia con una domanda terrificante: «Chi sono gli italiani e cos’è l’Italia?». Tale domanda risuonava anche all’inizio dell’Ottocento, e le posizioni erano diverse. Il patriota Cattaneo, e il sacerdote e primo presidente della Camera Gioberti, affermarono, rispettivamente, che l’Italia non era «facile cera da modellare», e che essa era «unita in religione, lettere, ma divisa nelle leggi, nella lingua parlata e nei costumi». Gli inglesi, che inventarono per primi l’inno nazionale, i francesi con il tricolore, gli scozzesi con il kilt e la cornamusa, trovarono presto la loro identità. L’Italia no. Perché? Per colmare questa “mancanza”, Barberis mette in rassegna alcuni eventi che, essendosi intrecciati, non hanno permesso “il senso dello Stato”: l’invasione di Carlo VIII re di Francia, l’uscita e la successiva entrata dei Medici a Firenze, l’invasione dei lanzichenecchi di Carlo V a Roma che costrinse papa Clemente VII in Castel Sant’Angelo, ecc. Eventi sfortunati questi, che non solo ritardarono l’Unità, ma lasciarono padroni gli spagnoli, i quali governarono opprimendo il popolo italiano con tasse salate tra il 1500 e il 1600. Si aggiunge a ciò un altro ingrediente: la divisione interna all’Italia data dalle città rivali (da Milano a Palermo). Anche gli scrittori di allora (Guicciardini, Bandello, Aretino) documentarono di un’Italia divisa in “parti”. Una certa, o incerta, unità si ebbe con l’entrata di Emanuele Filiberto di Savoia. Fu incerta, poiché l’Italia venne vista come proiezione del Piemonte, cioè di una singola regione, e non organizzata tout court come Stato. La formula, infatti, non si rivelò funzionale.

La somma di tutto ciò, formò una «molecolarità» (l’espressione è di Giuseppe De Rita) economica e sociale, che promosse un diffuso disinteresse nazionale: i singoli italiani, cresciuti in un clima di incertezze, temevano soltanto di «perder l’ora del pranzo e la pace della digestione»; e la loro pelle, come si usa dire. Forse ingiustamente, visto il contesto, i nostri antenati guadagnarono il titolo di “popolo imbelle”.

Barberis continua la lezione di storia affascinando, passando attraverso l’“Italia dei campanili”, quella cioè che nell’abito clericale aveva visto una garanzia e l’accentramento del potere; l’“Italia dei municipi”, criticata da Gioberti in quanto nemica dell’unità nazionale; fino all’Italia più miserabile: quella schiacciata dal fascismo. Il fascismo, che fu fondato principalmente sul culto del corpo e sul rombo dei motori, e non su un’idea (tralasciando, quindi, la parte più importante: la mente -e la storia lo dimostra-), dopo la sua caduta fu quasi dimenticato, o, peggio, reintegrato… come se la resistenza non ci fosse mai stata, come se non avesse insegnato nulla. Di certo, vi è all’Italia mancò una figura forte, simile a quella, seppur leggendaria e gonfiata, di Nicolas Chauvin in Francia, capace di dare alla gente l’idea di “amore per la patria”, tanto che il cognome dell’eroe francese divenne un termine da vocabolario: “sciovinismo”.

Mi permetto di aggiungere una nota: per essere precisi, una figura che rappresenterebbe l’Italia, e addirittura il “cambiamento” di identità (nel caso specifico, dall’identità veneziana a quella italiana) ci sarebbe eccome. Essa è all’interno delle “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo, libro che narra la vicenda del patriota Carlino Altoviti e del suo amore per la “Pisana”. Nievo, nel primo splendido capoverso, scrive: «Io nacqui Veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista San Luca; e morirò per la grazia di Dio Italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo. Ecco la morale della mia vita». Tuttavia, il testo è stato pressoché ignorato. Il motivo? Dell’identità, agli italiani, probabilmente non è mai importato nulla (fuor dalla nazionale di calcio, ovviamente). Quest’ultima tesi la scrivo con non poca irritazione, osservando sbalordito un secessionismo sempre più concreto.

Dario Orphée