giovedì 11 novembre 2010

Alla ricerca della legge morale: invito alla lettura di "Anna Karenina"

Anna Karenina
di Lev Tolstoj

trad. L. Ginzburg
BUR, 2006

I ed. 1877


Inevitabili stazioni sfamano l’uomo stanco con lo zuccherino sapore di bacche novelle. Un terreno d’arrivi e partenze si carica di una nebbia fatale che confonde gli animi ignari sull’evoluzione del proprio sentire. La gente del treno corre indietro. Una donna sembra dirigersi nel senso opposto a ciò che è conveniente e conforme all’abituale, o forse non si dirige ma viene diretta da un’esplosione di luccicanti sfumature nei suoi occhi grigi.
Anna Karenina è la metafora sulla difficoltà umana di essere cristallini con se stessi quando il resto della società accetta il perbenismo.

Anna, gran signora per doti personali e condizione sociale, s’innamora di Vronskij che diviene l’ineluttabile al quale abbandonarsi. Il suo volto splendeva vivacemente; ma era un luccichio tutt’altro che gioioso, esso era il fulgore di un rogo nella notte, di un dramma che sta per consumarsi… Ha così inizio un profondo conflitto psicologico in una donna dal capo chino, un tempo leggero e fiero, con le spalle vestite di baci comprati con la propria vergogna. La maldicenza s’insinua tra balli e perle ordinate su corpi di dame compite, protese a marchiare come diseguale e oltraggiosa l’espressione di atti conformi alle loro abitudini.

Anna Karenina è una rivoluzione non dei costumi ma della dignità umana svuotata dalla doppiezza diffusa; è l’emblema dell’uomo che lotta nel ventilato orizzonte dei sentimenti; è immobile, stringe una mano non guardandone il volto:
Vivere non per i propri bisogni ma per Dio. Per quale Dio? E cosa si può dire di più insensato di quel che egli ha detto? Ha detto che non bisogna vivere per quel che comprendiamo, verso cui siamo attratti, di cui sentiamo desiderio, ma bisogna vivere per qualcosa d’ incomprensibile, per Dio, che nessuno può né capire, né definire. (parte ottava, cap. XII )
Nell’ultima parte del romanzo di Tolstoj, Konstantin Levin vive, e fa vivere al lettore momenti di alta speculazione filosofica e religiosa. Levin, uomo di convinti principi positivisti, scettico sull’idea di Dio e convinto assertore della materialità dell’esistenza, crede che la legge morale vada ricercata nella natura.
Il mondo umano più vicino alla natura sono i contadini e in loro va cercata la legge morale che succhiano dalla terra.
È evidente in Tolstoj l’influenza delle teorie positiviste della metà dell’800 (da Darwin a Spencer) che esaltavano la fede nel progresso scientifico e dichiaravano una concezione relativa della fede religiosa,ciclica della storia e materialista della vita. Anche Levin pensa che la vita quotidiana ammazzi ogni anelito di assoluto, è convinto che nel corpo dell’uomo, in quello di un filo d’erba e di uno scarabeo ci sia uno scambio di materia, che il tutto si possa ridurre alle leggi della fisica e della chimica. Stanco del ripetersi degli eventi, dell’impossibilità umana di darsi delle risposte, Levin si abbandona al desiderio della morte.
Tolstoj farà scoprire a Levin che ogni piccolezza della vita ha un significato assoluto e che
se il bene ha una causa non è più bene; se ha un effetto, la ricompensa, pure non è più bene. Perciò il bene è all'infuori della catena delle cause degli effetti.
Levin guarda i bambini di Dolly arrostire i lamponi sulle candele e versare il latte in bocca a fontana e comprende che, quel che distruggeva (Dio), era proprio quello di cui vive, così come i bambini distruggono il latte e i lamponi di cui si cibano.

C’è il passaggio da una concezione evoluzionistica e materialistica dell’uomo e della natura a una religiosa. Vivere per Dio e per l'anima è il senso della sua vita.

Il romanzo Anna Karenina è ambientato nell’alta società russa dell’Ottocento, società reduce dal processo di occidentalizzazione a opera dello Zar Pietro il grande durante il secolo precedente ( fenomeno evidente nell’uso ricorrente di termini ed espressioni francesi nel romanzo stesso). La vicenda ha come sfondo balli, sale, e perle ordinate su colli di dame.

Levin non ama le luci, i falsi sorrisi e la lingua francese, è un uomo allo stesso tempo austero e goffo, non vuole muoversi in quei recinti, non desidera alte cariche. Levin è un intellettuale che dubita. Ma è anche un uomo laborioso, si occupa dei campi, parla con i contadini, ama una donna, e solo una vuole amarne.
Vronsky non si pone grandi quesiti, non si preoccupa dell’esistenza di Dio o della monotonia dei giorni, esso è un uomo che sa vivere là dove Levin non riesce. Vronsky non si pone il problema della moralità e del vivere onesto, vive. Egli vuole preservare un onore maschile, non un onore umano. Anna Karenina è il trofeo che fa ingrossare il suo vanto. Con la testa alta e i denti regolari si esibisce nelle corse a cavallo, è alto e fiero e danza con una splendida donna, balla con lei in quel mondo e in quel mondo la ama.
Vronsky vive nella mondanità, Levin si affaccia su di essa e se ne allontana. La moralità non si trova nella mondanità. Anna viene uccisa dalle passioni.

Levin rimane.
Un nuovo sentimento è entrato in lui, non l'ha reso felice, ma ha dato un senso.

È fede o non è fede?
È un mistero.