mercoledì 11 maggio 2016

Donne e guerra. L'amore scandito dall’orrore nelle pagine di Kristin Hannah

L’usignolo
di Kristin Hannah
Traduzione di Federica Garlaschelli
Mondadori, 2016
pp. 468, 19,50€
«Sono gli uomini a raccontare storie. Le donne, invece, vanno avanti. Per noi fu una guerra nell’ombra. Non ci furono parate per noi, quando finì, nessuna medaglia o menzione nei libri di storia. Durante la guerra facemmo quello che dovevamo e, quando finì, raccogliemmo i cocci e ricominciammo le nostre vite da capo».
Ai partigiani e ai combattenti sono state date delle medaglie, alle donne della Resistenza poco o nulla è stato conferito. Eppure le donne partigiane combattenti furono, in Italia, 35 mila e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. 4653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate. 1070 caddero in combattimento. Solo 19 di loro vennero, nel dopoguerra, decorate di Medaglia d'oro al valor militare. Ne L’usignolo di Kristin Hannah ad essere raccontate sono le storie delle cugine combattenti d’oltralpe, giovani donne francesi che in prima persona affrontano un nemico che, insormontabile nella sua crudeltà, le spinge a mettere in gioco la propria esistenza per la salvaguardia di qualcosa di più grande.
Durante la lettura a tratti riaffiorava in me il medesimo conato di disgusto misto a orrore, malessere e tristezza provato durante la visione dei trentadue minuti del documentario di Alais Resnais sui prigionieri oppositori del regime nazista, Notte e Nebbia, dal nome dell’operazione di rastrellamento effettuato su di loro. Entrambi mi hanno spinto a pormi la stessa domanda: come si può essere in grado di produrre un contenuto rimaneggiato, (sotto certi aspetti) artistico e frutto dell’ingegno e dell’operosità di un essere umano, e che sia al tempo stesso in grado di raccontare fatti a tal punto indicibili che il solo pensiero scuote di sentimenti così profondamente negativi da strozzare gli stomaci di spettatori e lettori? Come dopo Notte e Nebbia, così alla chiusura dell’ultima pagina de L’usignolo giunge la medesima risposta: va fatto, punto. Va tentata un’incompatibile coniugazione di arte e orrore per continuare imperterriti nel tentativo di rinnovare il ricordo di ciò che è stato, affinché i gesti tra i più efferati mai compiuti dagli uomini non cadano nell’oblio della dimenticanza.

La storia del L’usignolo inizia nel 1940 quando l’esercito di Hitler invade la Francia. Isabelle, una diciannovenne espulsa per indisciplina dall’ultimo di una serie di convitti religiosi cui il padre tenta inutilmente di affidarne l’educazione, compare nella sua bottega di libraio. Lui si rifiuta di accoglierla, ribadendo per l’ennesima volta di non essere in grado di gestire quella figlia ribelle, e la spedisce dalla sorella maggiore, Vianne, che conduce un’esistenza tranquilla in un piccolo paesino di provincia. Durante il lungo e faticoso viaggio da Parigi, Isabelle assiste con orrore e indignazione allo sfacelo che i suoi connazionali inermi subiscono per mano degli invasori e incontra Gaëtan, un giovane tenebroso che le confessa a bruciapelo di essere evaso dalla cella in cui era rinchiuso per crimini politici. L’incontro segnerà il destino non solo suo ma anche di Vianne, in un circuito di corrispondenze tra la dimensione privata dell’esistenza e quella dell’umanità intera.

L’usignolo è scoppiato sin da subito come caso editoriale, con migliaia di copie vendute nel giro di poche settimane dall’uscita all’inizio del 2015 negli USA. La risposta entusiasta dei lettori trova mille giustificazioni nel tessuto completo del romanzo, ma il suo merito più grande non coincide con il premio ottenuto ai Goodreads Choice Awards 2015 (i titoli assegnati dalla community di lettori di Goodreads alla fine di ogni anno) e che l’ha visto incoronato dal titolo di Best Historical Fiction (Miglior romanzo storico). Nonostante il traguardo raggiunto, tuttavia, il romanzo di Kristin Hannah non può essere considerato un romanzo storico; se la dimensione storica venisse considerata la sua marca distintiva, la sua bellezza non brillerebbe come dovrebbe. L’autrice, è vero, ha fatto della ricerca documentaristica in preparazione del suo “parto d’amore” una tappa fondamentale del processo di creazione, ma, se esistesse, al libro spetterebbe il premio per il Best Emotional Fiction, Miglior romanzo di emozioni. La Storia fa da sfondo a una rete di rapporti e sentimenti che connotano tutto il testo come un lungo racconto d’amore. Questo non deve indurre nella tentazione di considerarlo un classico romance mieloso e sdolcinato: è proprio qui che interviene il ruolo della Storia a mitigare la forza dei sentimenti romantici, ripiegandoli in quello che può essere considerato un saggio dal doppio binario contenutistico: da un lato, un approfondimento sullo spirito di sopravvivenza e, dall’altro, sul ruolo delle donne nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
«Sai cos'ho imparato nei campi?» Vianne la guardò «Cosa?» «Che non potevano toccare il mio cuore. Non potevano cambiare la persona ch eero dentro. Il mio corpo... quello l'hanno spezzato nei primi giorni, ma il mio cuore no, Vianne».
Sopravvivere significa continuare la normalità delle relazioni personali ritagliando piccole tregue dall’orrore dalla quotidianità. L’essere umano reagisce con la ricerca immediata di positività e gioia a qualunque evento traumatico della propria esistenza, con il tentativo di ristabilire un nuovo equilibrio di sentimenti e sensazioni. Tra questi spiccano le relazioni amicali, familiari, le risate, la complicità e, ultimo ma non per importanza, l’amore. La ricerca di vita e normalità connotano i gesti di Vianne e Isabelle; non sono le prime protagoniste di analoghi sentimenti nella storia della letteratura: nel testo riecheggiano lievi i ricordi di Dolce di Irène Némirovsky, soprattutto nella prima parte della storia. Chiara, in entrambi i testi, la voglia di non scadere nella banale descrizione delle storie d’amore, ma di raccontare le emozioni così come stanno veramente e come, anche nel corso di un conflitto, continuino ad andare.
«Ma adesso non è folle, Gaëtan. Forse è l'unica cosa sensata in tutta questa faccenda. L'amore, intendo. Abbiamo visto edifici saltare in aria davanti a noi, i nostri amici vengono arrestati e deportati. Dio sa se li rivedremo di nuovo. Potrei morire, Gaëtan».
La bella narrazione de L’usignolo, poi, non si limita a raccontare; forte è la sensibilizzazione di un messaggio sociale che, adeguatamente approfondito sul piano umano, mette in luce l’apporto, pressoché dimenticato, delle donne nel corso delle seconda guerra mondiale. In diversi modi le donne hanno contribuito alla Resistenza, ad esempio come “staffette”, gli informatori e i corrieri, cioè, che tra le pieghe delle loro vesti nascondevano ora armi, ora messaggi da consegnare ai vari centri di comando militare dei partigiani. Un lavoro molto pericoloso su strade, spesso irte di postazioni delle SS, che percorrevano spesso a piedi, sotto la pioggia o sotto il sole cocente, in sella all’immancabile bicicletta simbolo di questi anni di lunghi spostamenti. Per nessuna ragione dovevano mostrarsi nervose: qualsiasi emozione sul loro viso era interpretata come sospetta, e dava luogo a un controllo. A volte avevano il compito di nascondere chi tentava di sfuggire all’esercito nazifascista, ai campi di prigionia, chi era perseguitato o doveva spostarsi tra i centri di comando della Resistenza: erano le donne che non si arruolarono apertamente tra le fila partigiane, ma che rischiarono la vita, e spesso morirono, per offrire un rifugio a chi ne avesse bisogno. Portavano da mangiare ai giovani combattenti, ospitavano i feriti, nascondevano i fuggiaschi. Non avevano alcuna protezione, perché in tempo di guerra nelle case c’erano solo donne, bambini e anziani, eppure salvarono molte vite correndo un pericolo terribile: l’esecuzione sommaria della loro famiglia, il rogo della loro casa. Una realtà sconosciuta ai più ma che grazie alle forti personalità di Vianne, Isabelle e Anouk acquista la dignità che merita, rimanendo impressa nella mente dei lettori con una forza dirompente e, per fortuna, non banalizzata in note sentimentaliste o stucchevoli.

L’usignolo non è solo il parto d’amore di una scrittrice dalla penna bella e sensibile; è anche il figlio di un travaglio di lettura che, tra gioie e dolori, restituisce un’emozione profonda che accompagnerà per molto tempo.

Federica Privitera

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