mercoledì 20 gennaio 2016

#CritiComics - "Il celestiale Bibendum" di Nicolas De Crécy

Il celestiale Bibendum
di Nicolas De Crécy
Eris, 2015

Traduzione di Fay R. Ledvinka 
pp. 197
€ 22.00 

Diego è una foca da poco sbarcata a New York-sur-Loire, un'immaginaria metropoli fatta di grandi palazzi, grandi industrie e grandi uomini. Al suo arrivo in città, Diego è subito raggiunto da uno strano personaggio che lo trascina con sé sino ai Palazzi del Potere. Qui Diego conoscerà il suo destino: vincere il concorso per il Premio Nobel per l'Amore e diventare con la sua purezza e la sua candida indifferenza il simbolo di New York-sur-Loire.

Diviso in tre tomi realizzati nell'arco di otto anni (dal 1994 al 2002), Il celestiale Bibendum di Nicolas De Crécy e ora finalmente arrivato in Italia grazie alla Eris Edizioni (e con una bella traduzione di Fay R. Ledvinka) è un libro denso e complesso, che innesta divergenze, somiglianze e piccoli corti circuiti tra immagini e parola scritta, con il risultato di una narrazione che pare sempre alla ricerca di una verità inafferrabile, nascosta tra le pieghe della storia.

Perché Il celestiale Bibendum è un fumetto volutamente di difficile lettura. De Crécy confonde il lettore non solo con le parole pronunciate dai suoi personaggi, ma con la narrazione stessa che si fa all'inizio ingarbugliata e poi quasi incoerente nel momento in cui deve tirare le fila del discorso e ricercare una logica di causa-effetto in una storia che invece nel suo profondo nega apertamente questo approccio narrativo. Utilizzando al massimo gli strumenti propri del fumetto, De Crécy fa della parola scritta il terreno di conflitto della sua storia, la cui struttura è una grande lotta tra le forze del bene e quelle del male per prendere possesso della narrazione.

Il prof. Lombax (o meglio, il suo testone) è il narratore del primo capitolo, assunto per dare alla storia che stiamo leggendo un punto di vista e una chiave di lettura, e poco conta se la sua onniscenza provenga dall'aver vissuto i fatti o dall'esserseli inventati di sana pianta. Lombax però viene sostituito nel secondo capitolo dal Diavolo in persona che - con la storia in pugno - cercherà di far prevalere la sua visione del mondo. Ma il Diavolo si accorge che il passaggio alla realtà provoca la perdita di qualsiasi ascendenza nei confronti delle persone. Nessuno ha paura di lui perché appare incredibilmente ridicolo, sfigato, totalmente privo di credibilità alcuna. É nel terzo capitolo che la narrazione si assesta, grazie alla presa del potere del gruppo di cani, custodi del segreto della nascita dell'Uomo Moderno.

Il conflitto tra narratori è lontano da qualsiasi meta-narrazione fine a sé stessa. Non è un esperimento, è lo scheletro e la pelle con cui De Crécy sostiene e riveste la sua opera. L'autore sembra volerci parlare dell'influenza che i simboli hanno sulle nostre vite. A partire dal titolo che cita uno dei marchi più celebri al mondo (il Bibendum è il nome originale dell'omino Michelin), evocato anche all'interno della narrazione in una sequenza lirica che riscrive la genesi dell'essere umano, De Crécy riempie il suo libro di simboli. Diego è un Gesù Cristo percorso da una purezza non lontana dalla stupidità; gli intellettuali sono un carrozzone circense di una tristezza ridicola; il Presidente è il Potere fatto carne (quella di tutti i piccolissimi uomini che lo compongono); il Diavolo è il male incarnato che cerca di imporsi come simbolo; i cani invece sono dei rivoluzionari indifferenti a tutto.

Lo straordinario talento grafico di cui fa sfoggio De Crécy è l'unica ancora che ci tiene legati ai maremoti della narrazione. Non c'è alcun compiacimento da parte dell'autore nel mostrare la bravura con cui padroneggia diverse tecniche, per come le usa per sostenere le atmosfere del racconto o per la straordinaria profondità recitativa che riesce a dare ai personaggi. Durante la narrazione De Crécy cambia continuamente tratto, paletta di colori, tecniche di disegno, descrivendo così un mondo e dei personaggi mutevoli. La sua New York-sur-Loire è una città a volte maestosa e a volte spaventosamente gotica; brilla di luci calde e accoglienti e subito dopo si trasforma in un cumulo di merda. Lo stesso accade ai personaggi, forse in maniera ancora più profonda: tutta la mutevolezza dell'animo umano sembra contorcersi ed emergere nei cambiamenti cromatici e di stile, in un brulicare di sentimenti e azioni contrastanti che affiorano direttamente dalle immagini senza l'ausilio della parola scritta.





De Crécy intreccia una doppia metafora del cristianesimo e del capitalismo, dove tutti sono schiavi dei marchi: chi li crea, chi ne usufruisce e chi li critica. Volendo fare un esempio, è schiavo il fan della Disney, ma lo è anche Banksy che la ridicolizza. Lo é stato soprattutto Walt Disney però , schiavo dell'immagine di se stesso e del mondo che aveva creato. Una società cannibale alla continua ricerca di eroi, storie e personaggi di cui ha bisogno per reggersi in piedi e per alimentare il proprio culto.

Il celestiale Bibendum è il racconto di una società che ha perduto la sua identità e che cerca affannosamente di ricostruire una propria epica per essere così legittimata nella Storia. E' un mondo assetato di simboli da venerare e da distruggere, marchi in cui riconoscersi per forgiare la narrazione individuale e quella di una Nazione. In tutto questo l'unico obbligato a diventare un simbolo è Diego, forgiato per esserlo e poi - una volta che il diavolo si impadronisce di lui - ricostruito per distruggere lo stesso simbolo che era diventato. Finisce la sua vita spogliato da ogni valenza e valore umano, ridotto a semplice oggetto, cosa che rafforza il suo essere diventato pura immagine e sancisce la raggiunta immortalità.

Matteo Contin
@matteocontin

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