lunedì 11 gennaio 2016

L'ambiguo ritratto di una generazione: "Il matrimonio di mio fratello" di Enrico Brizzi

Il matrimonio di mio fratello
di Enrico Brizzi
Mondadori, 2015

pp. 497
€ 22

Spinto dall'ansia dei genitori, Teo sta andando in uno sperduto paesino di montagna a cercare suo fratello maggiore Max, sparito coi suoi due figli dopo aver detto alla ex moglie di sentirsi un pessimo padre (incapace di provvedere agli alimenti) e aver espresso la convinzione di poter essere più utile da morto. Che abbia commesso uno sproposito? Che abbia fatto del male ai bambini?

La struttura dell'ultimo libro di Brizzi alterna brevi momenti al presente dedicati al viaggio in macchina del fratello minore da Bologna al Trentino a capitoli più lunghi che ripercorrono la vita della famiglia Lombardi, a cominciare dall'infanzia dei due figli. Sono veramente piacevoli le pagine iniziali che ci immergono in un mondo fatto di giochi, stupore, paura, estati al mare e della felice inventiva dei ragazzini, che con la fantasia riempiono ogni cosa di emozionanti significati; si tratta delle normali vicissitudini di due figli della media borghesia negli anni '80, dipinte però con profonda capacità descrittiva che consente un appagante ritrovarsi nei riti pre-puberali del giovane Teo, raccontati con un'unione perfetta tra il punta di vista del bambino e il lessico e la sintassi ricca del Brizzi maturo.
Ecco però che in agguato ci sono “gli anni difficili”, quelli in cui il protagonista comincia a sentire la tremenda ingiustizia d'esser fratelli minori: non solo ti sono preclusi certi permessi accordati al figlio più grande, ma da un giorno all'altro passi da miglior amico di tuo fratello a “bamboccio”, troppo piccolo per esser ancora un compagno di giochi interessante per chi è già entrato nell'adolescenza. In questo travagliato periodo dell'esistenza Max comincia a covare una ribellione “standard”, plateale ma non violenta, frutto dell'insofferenza agli schemi angusti della famiglia e soprattutto al contegno moralista della madre. I germi di quello che i ragazzi diventeranno da grandi può essere scorto, col senno di poi, in quello che hanno vissuto da piccoli: forse Brizzi a volte collega in maniera troppo diretta le esperienza del Max minorenne alle sue future scelte di vita, ma in linea di massima è verosimile che il carattere venga forgiato nel corso del tempo. Il suo sogno di riuscire a guadagnarsi da vivere lavorando in montagna (in un contesto di libertà dalle costrizioni della società borghese), che il padre giudica irrealistico, è il simbolo delle aspirazioni giovanili che prima o poi (secondo gli adulti) devono scontrarsi con la realtà; eppure l'ambizione di Max si realizza: guida alpina in Trentino, contratto e stipendio, per poi diventare una delle più promettenti nuove leve di scalatori, sempre pronto a nuove sfide.

A differenza del fratello e delle sue aspirazioni avventurose, Teo vuole amore e sicurezza; lo ammette candidamente, ed è nel prendere le distanze dal fratello che capisce che per ottenere entrambe deve seguire la strada che Max ha rifiutato: avviarsi ad una carriera alla Vortex, la ditta di motociclette in cui lavora il padre, ramo “relazioni esterne”. Posto fisso e serenità. La tranquillità in cambio della rinuncia ad un'attitudine estrosa sembra un buon compromesso per la sua indole, ma anche questa scelta ha un prezzo da pagare: una frustrazione ed un rancore che vengono fuori a poco a poco e che ribaltano le nostre aspettative. Pian piano, infatti, Teo si trasforma sotto i nostri occhi: la timidezza e l’insicurezza che aveva da ragazzo (e che ce lo avevano reso simpatico) diventano col tempo sentimenti più meschini. È come se l'ingresso nell’età adulta abbia inacidito il suo temperamento: alla lunga ciò che prima era un'indole tutto sommato positiva diventa, senza la maturità a calibrarne i pesi, qualcosa di guasto. Con questo personaggio Brizzi gioca sempre col rischio di cadere nel pessimismo di chi pensa di amare troppo la vita per trovare soddisfazioni superata l’età mitica dell’adolescenza. Diventare adulti per Teo significa praticamente accentuare la sua innata mediocrità, tra rapporti occasionali, un lavoro remunerativo ma senz’anima e l’uso di droghe per annichilire i dubbi.

L'autore stupisce il lettore offrendogli un protagonista ambiguo quando ormai era scattata l'empatia. E' il matrimonio di Max (che significativamente dà anche il titolo al romanzo) a sancire la trasformazione avvenuta in Teo: testimone di nozze del fratello, il protagonista dà sfogo nella sua testa a pensieri libidinosi e cattivi (la passione per le ragazze si è tramutata in sottile maschilismo), reso sulfureo e irriconoscibile dall'astinenza dalla cocaina ma anche involgarito da un cambiamento di personalità ormai completo.
I due giovani Lombardi, apparentemente ben distinti tra loro e dal carattere opposto, nascondono in realtà sfumature e contraddizioni: è ad esempio il tranquillo fratello minore a cercare avventure senza peso con le coetanee; ai suoi occhi, il matrimonio (che dovrebbe essere il simbolo della pace che tanto agogna) è un’istituzione che non ha senso. Nella mente ha l’esempio dei suoi genitori, delle sfiancanti discussioni a tavola, dello spegnimento progressivo della passione. Come può Max, d’indole così ribelle, voler prendere moglie, sistemarsi?
Improvvisa, arriva una tragedia a dar man forte alle elucubrazioni di Teo: sopravvissuto miracolosamente ad un tentativo di impresa epica (la conquista invernale della montagna tibetana Nanga Parbat, la “mangiatrice degli uomini”) Max rimane compromesso nel fisico, non più adatto al lavoro ad alta quota e alienato dalla comunità di arrampicatori. E' quindi costretto a costruirsi una nuova vita, che accetterà solo a grande fatica e deteriorerà i già compromessi rapporti con la moglie. L'ultima parte del romanzo lo vede arrabattarsi nel ruolo di padre separato, tra litigi meschini con l’ex moglie e le pressanti difficoltà economiche.
Sembra uscirne una visione disillusa del matrimonio (frutto anche delle piccole e grandi ipocrisie su cui si fondano i legami della generazione precedente, quella dei genitori rimasti assieme ma a prezzi altissimi per la propria espressione individuale), i cui unici due esiti possibili sono il fallimento o il logoramento anche dei legami più forti. Alla lunga, la donna che hai amato ricambiato diventa un'estranea, insofferente alle tue piccole quotidianità, addirittura una nemica. Un capitolo del libro si chiama “La tomba dell'amore” e non c'è un solo caso (tra i protagonisti o tra le loro conoscenze) in cui lo sposalizio abbia portato ad una situazione positiva.

Poco prima che il racconto al passato e quello al presente arrivino a coincidere temporalmente, un ulteriore tassello nella tormentata vita di Max getta una luce inquietante sulla sua irreperibilità, insinuando il dubbio che il protagonista sia un moderno Willy Loman, incapace di affrontare la realtà. Alla fine, però, tutti trovano un modo per andare avanti: basta autoconvincersi che ci sia un senso e quello magicamente appare.
In questo modo, Il matrimonio di mio fratello risulta sconclusionato ma non in senso negativo: rifiutando il finale tragico non poteva che essercene uno “a metà”, in perfetta sintonia con l'ambiguità del narratore, che predica tanto contro il matrimonio e poi trova la soluzione di tutti i mali in una donna con cui fare figli.
Si può cambiare improvvisamente dopo un grande spavento o in seguito all'incontro di una ragazza di cui si innamora? Forse sì, ed è un bene, ma alla fine di “questa storia sbilenca, che un po' fa ridere e un po' mette paura” resta il dubbio inquietante se Brizzi ci abbia consegnato un messaggio reazionario o la lucida testimonianza di un'intera generazione che non crede in niente e che non stima il passato ma non ha neanche la profondità d'esser nichilista fino in fondo; una generazione per la quale la salvezza dalla depressione, dalla rabbia repressa e dal vittimismo aggressivo è un fatto aleatorio e, in fondo, totalmente superficiale.


Nicola Campostori