martedì 29 settembre 2015

Il romanzo di Augusto imperatore

Augustus
di John Edward Williams
Castelvecchi, 2013 (1972)

traduzione di Bruno Oddera rivista da Antonella Lattanzi

pp. 384
17,50





Dopo avere letto di un autore un libro giudicato un capolavoro, viene naturale avvicinarsi con grandi attese al resto della sua produzione. Così, dopo “Stoner”, ogni cosa firmata John Williams suscita la dovuta aspettativa. Per non correre il rischio di girare troppo intorno al discorso, dico subito che questo romanzo sulla vita dell’imperatore Augusto non tradisce. E invita a fare alcune riflessioni sul significato e l’essenza stessi del narrare.

“Augustus” è un libro bellissimo che parte con una raccomandazione: guardate – dice Williams nella breve nota introduttiva – che mi sono preso delle licenze. Licenze da scrittore. Per cui quello che leggerete non sono proprio gli eventi accaduti oppure ciò che scoprirete dei personaggi non è fedele a quanto la tradizione riporta. Eppure quando arriviamo alla fine, di tutto questo non ci rendiamo conto. La costruzione di Williams, da romanziere e non da storico come ha tenuto a puntualizzare, sfuma ogni possibile dubbio sulla veridicità degli fatti. Qui sta un grande scrittore.

Ora, è chiaro che o sei uno storico dell’età romana e conosci a menadito ciò che è veramente successo dalle idi di marzo alla morte del primo imperatore o ti devi fidare. Ma se anche fosse la prima ipotesi, dove sta il problema di una disfunzione, di una sfumatura, di un’equazione dove sorge un’incognita che neppure è obbligatorio risolvere? Il mestiere dello scrittore ammette gli abusi, perfino se il materiale con il quale ha deciso di confrontarsi è il romanzo storico. In fondo, ogni romanzo è una storia, fra 500 anni pure le nostre novel più attuali saranno storiche.
Il romanzo affascina per l’ambivalenza del suo realismo. Almeno a me. Cito due famosi passaggi che trattano dello stesso argomento: le battaglie militari, quella della Moscova narrata da Tolstoj in “Guerra e Pace” e quella di Waterloo de “La Certosa di Parma”. Leggendo Tolstoj vedo la grande armata avanzare nella steppa, Napoleone accigliato per la perdita continua di uomini e mezzi e finalmente le porte di Mosca dove Kutuzov, partendo da Smolensk, si è ritirato. E qui si scatena l’apocalisse di Borodino, secondo Tolstoj uno scontro che non conveniva a nessuno e che tuttavia si tenne incomprensibilmente. Scopriamo solo dopo che a trarne vantaggio è stato lo stesso Kutuzov, secondo gli storici uno stratega eccezionale per Tolstoj uno che nella circostanza ha goduto di una gran botta di…
Stendhal a Waterloo volutamente rinuncia ai grandi panorami, non descrive affatto la battaglia ma soltanto i particolari che capitano sotto gli occhi del giovanissimo, ingenuo e disorientato protagonista. Diciamo che siamo più fedeli alla realtà in Tolstoj, più deformanti, quindi più moderni, in Stendhal. Ma entrambi hanno un approccio comune e personalmente mi fido più di loro che di uno storico. Mi fido del romanzo perché diffido della verità, di ogni verità. Nella veridicità dello scrivere, nel campo del possibile, me ne infischio se non è andata proprio così, mi accontento di pensare che può essere andata così.
E Williams, per il quale viene da scomodare non tanto le grandi vicende dell’Ottocento ma l’Adriano della Yourcenar, è pienamente a suo agio in questa modalità. Inoltre è in buonissima fede perché lo preannuncia. Quindi, ciò che di male è stato detto su questo libro, anche da autorevoli personalità della cultura italiana, tipo Luciano Canfora sul “Corriere della sera”, equivale ad avere la vista corta. Canfora non è uno qualsiasi, intendiamoci bene, ma stavolta ha riservato un tono sopra le righe a un signor scrittore, presentato invece come un presunto dilettante, rilevando che le lettere fittizie di Williams non rispettano i canoni dell’epistolografia latina.
John Williams, che da una sperduta contea texana arriva a sbancare il National Book Award per la letteratura, si assume una sfida non da poco: ricostruire la storia di Augusto. Lo fa con una struttura narrativa che non è quella del classico romanzo storico. A dire il vero neppure del romanzo epistolare, anche se potrebbe sembrare. Williams mette insieme una collezione di scritti, lettere, pagine di diario, testimonianze, che figurati se Mecenate, Ovidio, Augusto o Marco Agrippa hanno mai scritto. Ma a lui la grande storia interessa solo ai fini di una sua intelligente ricostruzione. È la cornice che racchiude quello che gli sta a cuore.
Così, con questo mosaico di lettere e diari, tra l’altro non sempre legati e con salti cronologici in apparenza arbitrari, Williams ci recapita una cosa straordinaria. Perché grazie a giri di frase, ritratti non edificanti delineati da un rivale, deformazioni, intelligenze sofisticate, opportunismi, ambizioni, atti eroici, trasgressioni, rapporti padre e figlia (Ottaviano-Giulia), durezze, fa acquisire anima perfino a quel moscio di Virgilio. E quest’anima si attacca al lettore, con l’evidente intenzione di restituire non il vero o i documenti dell’epoca ma lo spirito del tempo e di chi lo ha calcato. Coloro che hanno vissuto la storia riescono allora a darci lo spunto per riflettere sul rapporto tra natura umana e realtà contingenti, tra teatro dell’esistenza e potere. Tra obblighi politici e legami familiari. Ne escono passaggi di grande sacrificio, di scelte che lacerano, di consapevolezze che arrivano troppo tardi. Quello che da sempre riesce ai grandi interpreti di quel genere nostro, occidentalissimo, senza il quale saremmo più poveri anche se meno inquieti, chiamato romanzo.

Marco Caneschi

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