venerdì 7 agosto 2015

"Tanto vale vivere": la caustica, brillante, Dorothy Parker.

Foto di Debora Lambruschini
Eccoci qui e Dal diario di una signora di New York
di Dorothy Parker
Astoria, febbraio 2014 e gennaio 2015

traduzione di Chiara Libero

pp. 166 e pp. 130
€ 15 e  14 



Recentemente parlando con un’amica a proposito delle mie inclinazioni letterarie, mi sono ritrovata a dover rispondere alla domanda: perché tanta predilezione per la letteratura statunitense? Dopo aver riflettuto un momento (perché come fai, in due parole, a spiegare un amore viscerale ed istintivo) e tornando con la mente all’adolescenza quando ho scoperto gli autori nordamericani, le ho dato una risposta forse banale, ma che senza dubbio era anche la più sincera e che in parte vale ancora: perché sono dei ribelli. Perché non hanno paura di fare a pezzi le nostre certezze, provocarci, insinuare in noi il dubbio e sconvolgere. Destabilizzarci insomma. Che sia la fine del mito borghese o la perdita dell’innocenza, la vena ribelle è ancora oggi quello che della letteratura statunitense – o perlomeno, di quella che io amo – più mi affascina e che ritrovo non solo nel romanzo ma anche nella short story, la mia passione più recente. Una forma letteraria quest’ultima che forse meglio di altre può dare ancora voce ad inquietudini, visioni periferiche, sentimenti e sensibilità quotidiani, sperimentando dal punto di vista linguistico e contenutistico, più liberamente del romanzo. E che, in qualche modo, sembra meno soggetta allo scorrere inclemente del tempo.
È stato quindi un particolare piacere scoprire il lavoro editoriale della casa editrice Astoria che, con la pubblicazione della prima raccolta nel 2014 cui ne è seguita una seconda ad inizio 2015, ha riproposto per il pubblico italiano i racconti di Dorothy Parker, tra le menti più brillanti della sua generazione. Curiosamente, tutti conoscono il nome Dorothy Parker, diventata una vera e propria icona pop, citata in film, telefilm e opere di varia natura, ma – paradossalmente - pochissimi l’hanno letta. È quello che sempre più spesso mi sono ritrovata a pensare di Virginia Woolf per esempio, autrice citatissima ma di cui molto spesso abbiamo una conoscenza assai superficiale. Ma torniamo alla Parker, eccentrica signora della New York degli anni Venti e Trenta, intellettuale, scrittrice, giornalista: sono note le sue collaborazioni con Vogue, Vanity Fair, New Yorker, così come i legami con intellettuali ed esponenti di spicco della società newyorkese del tempo, i turbolenti legami sentimentali, l’inclinazione al bere, la depressione, i tentativi di suicidio, l’impegno politico. Ma soprattutto, conosciamo Dottie per l’ironia dissacrante, caustica nel raccontare vizi – molti – e virtù – quasi assenti – di un mondo che potrebbe benissimo essere oggi.

Vita e arte si sono spesso confusi nelle parole della Parker e se nei suoi racconti la componente autobiografica risulta a tratti molto evidente, lo sguardo acuto e disincantato che getta su quella società ipocrita e superficiale è prova di uno straordinario talento letterario, di cui riesce a restituire ambiguità, frustrazioni, insicurezze ed illusioni nello spazio brevissimo del racconto. Il contributo della casa editrice Astoria è stato quindi fondamentale nella ricostruzione della bibliografia dell’autrice, di cui molti titoli negli ultimi anni risultano di difficile reperibilità e, in generale, non è mai stata oggetto finora di recupero completo e adeguata attenzione critica. DifficileEccoci qui e Dal diario di una signora di New York, presentano quindi una selezione rispettivamente di dieci e undici racconti della scrittrice americana attraverso i quali, nello spazio di poche pagine, emerge in tutta la sua caustica ironia la voce della Parker, su cui l’unico appunto che ci pare opportuno fare riguarda la mancanza di un adeguato apparato critico bibliografico a supporto della lettura. Racconto dopo racconto l’autrice dipinge il quadro di una società contraddittoria, di donne spesso infelici e sole, di uomini piccoli, matrimoni e rapporti che dietro la facciata di perbenismo nascondono pregiudizi e cattiverie quotidiane. È la buona società ipocrita e superficiale, attraversata da sentimenti razzisti minimamente celati, come nei racconti “Composizione in bianco e nero” (“Arrangement in black and white”) in cui con spietata ironia l’autrice rappresenta la curiosità nei confronti di un celebre artista nero, pretesto per svelare l’ignoranza e la superficialità di un mondo diviso dal pregiudizio:
Foto di Debora Lambruschini
comprendere lo scarso interesse verso quella che in realtà è stata una delle più interessanti ed originali interpreti della società a lei contemporanea la cui rappresentazione, come si è detto, supera limiti geografici e cronologici riuscendo ad essere ancora oggi assolutamente attuale. È quindi in quest’ottica che la scelta editoriale operata da Astoria risulta ancora più ammirevole e alla quale, ci auguriamo, seguiranno altre pubblicazioni di questo tipo, così da rendere disponibile anche per il lettore non anglofono gli scritti della Parker. Le due antologie,
Beh, per quanto mi riguarda, non la penso affatto come lui. Non ho il più infimo pregiudizio verso i neri. Anzi, per qualcuno di loro vado addirittura pazza. Sono come i bambini: senza un pensiero al mondo, sempre a cantare e a ridere e a ballare.
L’ipocrisia e a la discriminazione razziale si fanno più dolorose invece in un racconto come “Vestire gli ignudi” (“Clothe the Naked”) dove il dramma della povertà estrema, della malattia e dell’ingiustizia è rappresentato in modo tanto vivido e toccante da fare male.
Non ebbe mai paura, Dorothy Parker, di battersi contro le discriminazioni razziali e rappresentare per contro il pregiudizio e l’ignoranza di quella società di bianchi in cui viveva, così come anche nei suoi racconti non ebbe mai paura di rappresentare il dolore della solitudine, della fine di un amore, di relazioni disfunzionali. Raccontava la sofferenza e la solitudine dietro la facciata della perfetta famiglia borghese, dietro la ricchezza e le convenzioni sociali. Perché è proprio oltre quell’apparenza di perfetta felicità che a volte si cela la più profonda solitudine, l’incapacità di comunicare, come in “Che peccato” (“Too bad”) che racconta la fine di un amore, un matrimonio, in cui non c’è più nulla da dire, la rispettosa, fredda cortesia ha preso il posto dell’affetto, del dialogo, della spontaneità, silenzio ed estraneità si celano dietro l’apparenza di un matrimonio perfetto:
Si potrebbe pensare che ci si abitua, in sette anni, ci si rende conto che le cose stanno così, e ci si rassegna. Ma non è vero. Una cosa simile ti logora i nervi. Non era uno di quei silenzi intimi, pieni di familiarità, che di tanto in tanto si stabiliscono tra persone vicine. Ti fa sentire come se dovessi fare qualcosa per rimediare, come se non stessi compiendo il tuo dovere.
Caustica e diretta, Parker descrive le miserie del matrimonio e di quegli uomini piccoli e crudeli che tradiscono mogli ignare – o che, più probabile, fingono di non vedere – con giovani ingenue che sfilano una dopo l’altra, relazioni clandestine per cui non provano il minimo rimorso, anche quando le conseguenze possono essere concrete. E parla, senza mai nominarlo direttamente certo ma comunque con innegabile coraggio per l’epoca, di aborto, una parola da non pronunciare, una pratica ancora illegale ma assai frequente, che pesa come un macigno tra le parole nel breve racconto di un adultero incallito (“Mr Durant”), costantemente a caccia di un’altra giovane donna da sedurre:
Non era granché carina. Non in modo particolare. Ma aveva una certa dolce fragilità e una timidezza quasi disperata che Mr Durant trovava attraente, anche se ora ci ripensava con una sensazione di seccata irritazione. Aveva vent’anni e lo splendore della giovinezza.
Donne fragili e disperate per una telefonata che tarda ad arrivare, infiammate dalla gelosia, giovani che chiedono consiglio aspettandosi consolazione da chi più matura, saggia, senza dubbio capace di controllo. Donne sole in un taxi (“Sentimento”, Sentiment) che sfila davanti a quei luoghi che un tempo hanno conosciuto l’amore e che non possono trovare consolazione nell’amicizia:
Frivoli, meschini, che ne sanno della sofferenza? Hanno cuori di pietra che non si possono spezzare. Non sanno, vuoti sciocchi, che non potrei vedere gli amici che vedevamo insieme, che non potrei tornare dove lui e io siamo stati? Perché lui se n’è andato, ed è finita. È finita, è finita. E quando finisce, solo i luoghi dove hai provato dolore non ti causano sofferenza. Se torni sulla scena della tua felicità, il tuo cuore arderà, agonizzante.
Di queste donne spezzate la protagonista più celebre – dopo la stessa Parker -  è forse Hazel, la “big blonde” (“Una bella bionda”) di uno dei racconti più belli dell’autrice, carico di sofferenza, solitudine, fortemente autobiografico come moltissimi altri scritti della Parker. La bionda Hazel che con il suo fascino e la sua spensieratezza incanta gli  uomini, ma superficiali ed egoisti che le restano accanto fintanto che il sorriso non svanisce. Quando la vita diventa un peso difficile da reggere è l’alcool il sostituto dell’amore che rende sopportabile e priva di dolore quell’infinita sfilata di uomini che entrano ed escono dalla sua vita, fino ad una dipendenza che rischia di consumare.
Hazel, capelli ed anima sbiaditi, è emblema della fragilità e della disperata solitudine che attraversa tanti racconti – e forse tanta vita – della Parker, un racconto doloroso e tragico che tuttavia rappresenta solo uno dei mille volti di questa scrittrice che vale davvero la pena riscoprire, magari in questa nuova edizione pensata per il pubblico italiano.

Una donna dall’ironia pungente, spiritosa e brillante, attenta osservatrice della vita e della sue contraddizioni. Una ribelle, come piace a me.

Di Debora Lambruschini

[Nota: "Tanto vale vivere", citazione dall'ultimo verso della poesia Resumé di D. Parker]

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