mercoledì 17 settembre 2014

«Intrecci di ricordi che riescono a far lampeggiare immagini quasi reali al punto da provocare un'identificazione»: Matteo Nucci, «Le lacrime degli eroi»


Le lacrime degli eroi
di Matteo Nucci
Torino, Einaudi
2014



Le lacrime degli eroi di Matteo Nucci (Einaudi, 2014) è un libro straordinario, o meglio extra-ordinario: un libro che confonde, che infonde qualcosa. Un libro che trasuda umano: che apre prospettive (accademiche e non) su un mondo, quello greco, che, per troppo tempo, è stato ammantato dalla (futile) pretesa di essere stato scandagliato in ogni ombra e in ogni luce. 
È stato davvero detto tutto sui miti? È stato davvero detto tutto sui poemi omerici? 
Le lacrime degli eroi è la testimonianza che la risposta non può che essere negativa: ci sono ancora mondi inesplorati, che accompagnano il lettore in vortici di senso, in catabasi testuali, in spirali che non conoscono fine. 
Un libro che pone l’accento sull’umano troppo umano degli eroi, sull’umano deificato degli dei, e sulla letteratura che Omero, volente o nolente, continua a produrre. 
Una passeggiata tra epoche, che non risparmia nulla: c’è Platone, c’è Aristotele, ma ci sono anche Achille, Odisseo, Niobe, Demetra, Persefone, Adone. Tutti alla corte di un’intelligenza e di un’acribia, qualità intrinseche e mai velate, proprie di un magistrale Nucci. Che non pretende l’esaustività, e con un coraggioso atto di umiltà, accompagna le sue pagine a una bibliografia essenziale, ma mirata. Mirata a cosa? Non di certo a dire tutto. Mirata, piuttosto, ad aprire prospettive di ricerca inedite: echi che continuano, che contano, che si fanno fortissimi e prepotenti nelle pagine delle letterature mondiali che saranno e che si troveranno a fare i conti con la culla della civiltà. Con la Grecia. 
Un autore caro a chi scrive, Alberto Savinio, cercherà sempre il ritorno in quella atmosfera magica, che, realisticamente, non è più, ma che può essere ritrovata nella memoria. Ed è proprio la memoria il grande filo conduttore del libro: in apertura e in chiusura, per ricordare al lettore, al critico, allo studioso, che non c’è tempo che prescinda da un altro tempo, sia esso passato, sia esso presente, sia esso futuro. 
Un libro struggente in alcuni punti, che porta il lettore in una dimensione al limite dell’onirico, al limite del ricordo immedesimato: chiunque può provare le emozioni di Priamo, di Achille, di Odisseo, di Ettore, ma anche di Zeus, di Teti, di Afrodite. Perché, in fondo, sono sentimenti ed emozioni umane. 
Ed è proprio su questa umanità che si gioca Le lacrime degli eroi: un’umanità che ha subito tentativi di demolizione, da parte di un Platone, spinto dal catulliano odi ed amo nei confronti del grande maestro Omero. Chi è davvero l’eroe? È colui che non piange? O è colui che accetta il pianto come fattore vitale alla vita? Come atto risolutivo e conclusivo di un percorso di morte che porta alla vita, ma è, comunque, finalizzato alla morte? 
E non a caso i due capitoli cornice del libro (L’età perduta e L’età del rimpianto) si richiamano a vicenda in un gioco di specchi: si rimpiange sempre quello che si è perso, soprattutto se non lo si è compreso fino in fondo, se lo si è guardato con la coda dell’occhio, per la paura di immedesimarsi troppo in quello che si vede. Come un figlio con il padre: Telemaco non ha paura di quello che troverà nel pellegrino Odisseo, per questo decide di andare a cercarlo; Achille non ha paura di trasformarsi in Ettore di fronte a Priamo che, intanto, si è mutato in Peleo. 
È questo il grande rimpianto: il rischio di accettare il dolore e la sofferenza come costitutivi di tutti, degli eroi, degli dei, dei comuni mortali. La grande sfida che, invece, ha saputo cogliere l’eroe per eccellenza, quell’Achille, che, dall’Oltretomba, non avrà paura di dichiarare a Odisseo che avrebbe preferito essere un uomo qualunque, pur di vivere la vita. 

Un libro che trasuda vita attraverso un itinerarium in mortem: un libro che fa comprendere la vita attraverso il lutto, e l’accettazione di una perdita. Un libro che fa fiorire, riga dopo riga, la speranza della rinascita. 
Non c’è morte senza vita; così come non c’è vita senza morte: e la lucida consapevolezza di dover morire è, forse, in ultima analisi, il grande motore dei poemi omerici. L’idea che tutto sia contingente, che tutto possa finire non genera mostri, ma genera l’umanità. Quella umanità che viene rispolverata da Nucci nelle pagine, sempre attuali, e sempre canone, dei poemi omerici. 
Il lettore riscopre, in questo modo, i poemi omerici attraverso tre direzioni guidate (e volutamente parziali): la nostalgia, l’ira e la morte. Tre capitoli capitali (si perdoni il gioco di parole) che interagiscono con tutta la grecità (e non), e che si aprono a ventaglio tra la perdita e il rimpianto. 
Un volume che ha ragione di essere in quanto deve essere: una mancanza che fino a ora non si è sentita perché sopraffatta dal cristallo che, per troppo tempo, ha avvolto Omero e la sua produzione, dietro polemiche (sicuramente sensate, feconde e utili) che poco respiro hanno lasciato alla straordinaria aurea umana che i testi trasudano. Testi che piangono, per amore, per gioia, per dolore, per passione, per lutti: ma anche testi che sorridono. Testi che giocano a velarsi, ma mai a camuffarsi. 
E se la letteratura, come lo stesso Nucci sostiene, è quel sottile discrimine tra la verità, il falso e il verosimile, allora si è di fronte a un’opera letteraria che ha eletto a istanze fondanti la verità, il falso e il verosimile, ammettendo di averlo fatto. 
Poco importa che Le lacrime degli eroi appartenga a un genere o a un’altro: la sua peculiarità risiede proprio a un’appartenenza mitica, che solo i capolavori possiedono. 
Un’appartenenza che lo sottrae alle logiche del tempo, dello spazio, delle mode, ma che lo elegge a volume irrinunciabile per ciascuno. Un libro che non gerarchizza, che si erge primus inter pares tra tutto il resto, come soluzione di continuità tra il troppo accademico e specialistico, e il troppo romanzato. 

Le lacrime degli eroi attraverso una scrittura lucida, semplice ma ordinata, che non oscilla tra gli eccessi, ma si equilibra sugli eccessi che tratta (quelli del mito e quelli omerici), apre spiragli di curiosità e di meraviglia, di ricerche specialistiche sugli esiti della nostalgia, dell’ira e della morte. Si è davvero in bilico tra la perdita e il rimorso? Ci sono stati tentativi di recuperare il discrimine tra qualcosa che è stato, ma che non è più, e che si vorrebbe disperatamente riabilitare, per comprendere veramente? 
Sicuramente c’è stato qualcuno che ha creduto che non tutto è andato distrutto con il rogo di Troia, o con il vortice che ha inghiottito il dantesco Ulisse. Il mare non si chiude sopra le menti di intellettuali come Matteo Nucci, il quale ha gettato un ponte solidissimo: adesso la vera sfida è rivolta a coloro che non coprono le lacrime con il mantello, che vogliono farsi riconoscere, a costo di sovrapporre la propria identità con quella di qualcuno lontano anni luce, perso in un’età mitica e ancora indistinta, persa nella notte dei tempi e della letteratura. 

La vera sfida è per coloro che accettano il rischio di essere eroi che piangono, e regalano parole piumate. Come Matteo. 

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