lunedì 28 luglio 2014

"Tiziano Terzani, cronache di una vita": da oggi con il Corriere una nuova edizione delle opere del giornalista fiorentino


Un indovino mi disse
di Tiziano Terzani




Tempo di celebrazioni. A dieci anni dalla scomparsa di Terzani e a pochi mesi dalla pubblicazione dei diari inediti che ci hanno restituito l’immagine privata e spesso tormentata dell’uomo, il mito del giornalista fiorentino trapiantato in Asia pare conoscere – se mai fosse venuta meno- nuova fama; lettori affezionati che rileggono pagine ormai consumate dei reportage di Terzani, nuovi appassionati che guardano con curiosità a quelle storie su un mondo oggi molto diverso ma dal cui passato, spesso fatto di guerre e distruzione, non si è mai del tutto liberato.

E dieci anni sono quindi il momento ideale per riproporre l’opera del giornalista in una nuova veste editoriale, ma anche per organizzare eventi come il concerto spettacolo di questa sera che urlando #Terzani10 riporta per una volta ancora l’uomo in mezzo al suo pubblico. Tra celebrazione e desiderio di alimentare il mito mai dimenticato di un giornalista italiano d’origine ma come pochi altri cittadino del mondo, il Corriere della sera ha quindi inaugurato oggi la collana “Tiziano Terzani, cronache di una vita” proponendo ogni lunedì in allegato al quotidiano l’opera completa dello scrittore, con una nuova veste grafica. Un progetto interessante, di cui forse poco chiara è l’organizzazione della scaletta, che si unisce alle altre celebrazioni e progetti dedicati allo scrittore in occasione del decennale della sua scomparsa.
Foto © Archivio Terzani

Il primo titolo proposto dal Corriere è Un indovino mi disse pubblicato nel 1995 sull’esperienza in Asia nel 1993, un anno di viaggio e reportage senza prendere un aereo ma spostandosi solo per mare o terra. È il libro che ha segnato il grande successo di pubblico di Terzani scrittore, forse la sua esperienza più stravagante in un viaggio alla scoperta dell’Asia e dei suoi misteri che si intrecciano alla scoperta di sé e a un modo inusuale di viaggiare, più lento e irregolare ma pieno di sorprese e incontri inaspettati. Dopo vent’anni trascorsi in Asia come corrispondente e scrittore, su e giù da un aereo alla ricerca di storie da raccontare, momenti cruciali della politica di cui essere testimone, Terzani ricorda una profezia annunciatagli tanti anni prima ad Hong Kong nella primavera del ’73 da un indovino che lo metteva in guardia dal non volare nel 1993 o avrebbe rischiato di morire. Affascinato da uno degli aspetti forse più esotici della cultura orientale che l’Occidente chiama spregiativamente superstizione, e perché no pronto ancora una volta a mettersi in gioco in una nuova stravagante avventura, decide quindi di piegarsi alla profezia e impegnarsi per tutto quell’anno a viaggiare senza prendere aerei:
La profezia era la scusa. La verità è che uno a cinquantacinque anni ha una gran voglia di aggiungere un pizzico di poesia alla propria vita, di guardare al mondo con occhi nuovi, di rileggere i classici, di riscoprire che il sole sorge, che in cielo c’è la luna e che il tempo non è solo quello scandito dagli orologi. Questa era la mia occasione e non potevo lasciarmela scappare.
Inizia quindi un viaggio lungo poco più di un anno in cui il mestiere di corrispondente si intreccia alla ricerca – ai fini del racconto ma anche per soddisfare la curiosità personale e perché no conoscere meglio sé stesso- di indovini, santoni, bonzi e ciarlatani da interrogare sul proprio destino. Dal Laos, dove la notte di Capodanno nella giungla la decisione di un anno senza aerei piegandosi alla profezia appare improvvisamente chiarissima, lasciando l’amata casa sull’acqua di Turtle House a Bankok per farvi ritorno un anno dopo, viaggiando tra Malesia, Thailandia, Singapore, Cambogia, Vietnam, Russia ed Europa. Un pellegrinaggio che lo porta a rivedere luoghi delle cui tragedie e risurrezioni era stato testimone diversi anni prima, in un viaggiare lento, spesso scomodo e incomprensibile ai più, ma che permette a Terzani di riprendere il controllo del proprio tempo, della propria vita libera dai vincoli del tempo e delle scadenze, di perdersi e ritrovarsi, in deviazioni inaspettate che lo portano spesso ad incontri straordinari e fuori programma attraverso cui svelare almeno alcuni dei tanti misteri e contraddizioni dell’Asia. Il viaggio in questo modo si misura con le difficoltà del territorio e dei confini, ostacoli naturali o politici che caricano questo pellegrinare di una pericolosa poesia, ma che rimette l’uomo di fronte ai propri limiti:
Spostarsi non è stato più questione di ore, ma di giorni, di settimane. Per non fare errori, prima di mettermi in viaggio, ho dovuto guardare bene le carte, rimettermi a studiare la geografia. Le montagne sono tornate ad essere possibili ostacoli sul mio cammino e non più delle belle, irrilevanti rifiniture in un paesaggio visto da un oblò. Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, m’ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto m’ha fatto riscoprire un’umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l’esistenza: l’umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa.
Piegandosi alla profezia, che sia un caso oppure no, resta il fatto innegabile che in questo modo Terzani scampa anche ad un incidente aereo, in Cambogia, che il 20 marzo di quel 1993 coinvolge un elicottero delle Nazioni Unite con numerosi giornalisti a bordo, tra cui il collega che aveva preso il posto del giornalista toscano. Che vi si voglia leggere un segno della veridicità delle parole della profezia fatta tanti anni prima, o chiamarlo destino, resta comunque un fatto curioso e in un certo senso uno stimolo per Terzani a continuare questo viaggio inconsueto. In ogni luogo attraversato si spinge alla ricerca dell’indovino locale e il racconto di questi incontri è uno straordinario ritratto dell’Oriente mistico e arcaico che per fortuna la modernità occidentale non è riuscita a distruggere completamente; veggenti, streghe, santoni, maghi, ciarlatani ed imbroglioni, Terzani interroga ognuno di loro con curiosità e un pizzico di cinismo occidentale, attratto dagli ultimi legami con una cultura tradizionale che va ormai scomparendo, e inaspettati intrecci con la politica e la società più moderna. È un mondo di profezie spesso contraddittorie, di riti stravaganti e racconti improbabili, in cui i valori e aspirazioni di un popolo si rispecchiano nelle parole sul destino di uno sconosciuto venuto in cerca di risposte: sorprende Terzani e noi con lui, come il materialismo abbia messo radici tanto profonde in una terra un tempo mistica e spirituale di cui sembrano restare ora solo poche tracce qui e là, mentre le prime risposte del bonzo di turno fanno quasi sempre riferimento a soldi e potere.
Mi rendevo conto che fino a quel momento nessuno degli indovini che avevo visto aveva mai usato la parola felicità, come se questa fosse inesistente, o irrilevante. O forse irraggiungibile? Strano che importi così poco a tanta gente!
Eppure, tra pratiche curiose e personaggi stravaganti, come il giornalista restiamo senza parole di fronte alla precisione di alcune predizioni e di alcuni elementi comuni che si ripetono tra veggenti diversi in luoghi distanti tra loro. Ciò che Terzani sembra suggerire è l’impossibilità di trovare risposte univoche sui misteri della mente dell’uomo, delle capacità per alcuni di interpretare il destino, ma la consapevolezza delle mille sfaccettature della realtà che conosciamo, dove non è da escludere possano ancora esserci uomini che non hanno dimenticato le antiche saggezze messe comunemente al bando ed etichettate come superstizioni ma che in forme diverse per millenni hanno fatto parte delle nostre esistenze anche in Occidente. E lì, in quell’angolo di mondo in cui solo le credenze di un tempo paiono non essere state ancora del tutto intaccate dalla violenza occidentale, non risulta poi così difficile credere alle parole di un vecchio che con voce antica in un tempio di cristallo legge il destino di un uomo. Ma ciò che è ancor più sconcertante in questo lungo, intenso reportage di Terzani, non è dopo tutto la stravaganza di credenze e rituali esotici, quanto il racconto di un mondo profondamente segnato da un passato di guerre e dalla profonda occidentalizzazione che ha investito l’Asia. Con sguardo lucido di giornalista esperto, Terzani ritorna in quei luoghi per soddisfare la sua e la nostra curiosità:
Questo mio indagare nella superstizione era anche un modo di reagire all’Asia che cambia, di vedere che cosa resta di quell’ “Oriente misterioso” che per secoli, proprio per la sua diversità, ha attratto tanti occidentali.
Ciò che trova è un mondo profondamente cambiato: valori e desideri occidentali si sono sostituiti alle tradizioni, il materialismo ha spazzato via la spiritualità orientale e si è insinuato sempre più nella vita di quei popoli:
Uno dopo l’altro, i vari paesi dell’Asia hanno finito per liberarsi del giogo coloniale e per mettere l’Occidente alla porta. Ma ora? L’Occidente rientra dalla finestra e conquista finalmente l’Asia non più impossessandosi dei suoi territori, bensì della sua anima.
È con sguardo amareggiato che il giornalista ritorna a luoghi che ora gli appaiono sconosciuti, spogliati della loro anima orientale per conformarsi alla cultura straniera e ai suoi simboli: la corsa al successo, la brama di potere, il materialismo e la globalizzazione che rende i desideri identici ad ogni angolo di mondo, cartelloni pubblicitari e turismo di massa, per arrivare all’artificiosa Singapore “isola ad aria condizionata” emblema di un mondo fasullo e stereotipato che ha tradito il proprio spirito. E sullo sfondo i resti di un passato turbolento, di guerre che si sono susseguite con il loro inesorabile carico di distruzione e morte, dittature e violenza, dalla Cambogia dove «perfino la natura aveva perso la sua rincuorante innocenza», fino al Vietnam dove anche un uomo che era stato testimone e commosso partecipe della liberazione di un popolo si ritrova ora estraneo ed impaurito di fronte alle promesse disattese di un intero paese. Un viaggio lungo un anno raccontato da Terzani nello stile diretto e partecipe che abbiamo imparato a conoscere, nei numerosi articoli, reportage e scritti su una parte di mondo che ha conosciuto così bene, di cui ne ha colto contraddizioni e criticità e di cui è stato tutta la vita profondamente innamorato. Rileggere oggi Un indovino mi disse e gli altri libri di Terzani è senza dubbio il modo migliore per ringraziare un giornalista che fino all’ultimo non ha mai smesso di interrogarsi sul mondo, su sé stesso e sull’uomo con la stessa bruciante passione del primo giorno.

Debora Lambruschini

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